Skip to content
Migrazioni

Migranti, quando chi parte finanzia lo sviluppo: la cooperazione internazionale alla prova delle rimesse

In Italia le rimesse dei migranti hanno raggiunto 8,6 miliardi di euro nel 2025, mentre a livello internazionale diminuisce l’aiuto pubblico allo sviluppo: un divario che riapre il dibattito sul ruolo delle diaspore nella cooperazione.

L’aiuto pubblico allo sviluppo arretra mentre crescono bisogni, disuguaglianze e vulnerabilità. E una parte crescente delle risorse che arrivano nei Paesi d’origine non proviene dagli Stati, ma dalle persone migranti. Il nuovo Dossier Statistico Immigrazione di IDOS, Istituto di Studi Politici S. Pio V e Confronti mette in luce una delle contraddizioni più profonde dell’attuale sistema della cooperazione: mentre gli aiuti pubblici si restringono e rischiano di essere subordinati a obiettivi di controllo delle migrazioni e di promozione degli interessi economici dei Paesi donatori, le rimesse continuano a rappresentare una forma concreta e capillare di sostegno allo sviluppo.
C’è un paradosso al centro della cooperazione internazionale contemporanea: proprio mentre aumentano le ragioni che renderebbero necessario un rafforzamento dell’aiuto allo sviluppo, le risorse pubbliche destinate ai Paesi più poveri diminuiscono. Nel frattempo, milioni di persone migranti continuano a trasferire parte del proprio reddito verso i Paesi d’origine, sostenendo famiglie, istruzione, salute, abitazioni, attività economiche e, più in generale, la riproduzione sociale delle comunità di provenienza.

È una contraddizione che il Dossier Statistico Immigrazione, realizzato da IDOS in collaborazione con il Centro Studi Confronti e l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, invita a guardare senza semplificazioni. Il Dossier, giunto alla sua nuova edizione 2026, nasce infatti dall’esigenza di riportare le migrazioni dentro la concretezza dei dati e fuori dalle rappresentazioni emergenziali. La sua storia è quella di uno strumento che da oltre trent’anni prova a leggere l’immigrazione come fenomeno strutturale delle società contemporanee.

Annunci

La questione non riguarda soltanto la quantità di denaro disponibile. Riguarda soprattutto la natura della cooperazione, i suoi destinatari e le sue finalità.

Il quadro internazionale è eloquente. Secondo l’OCSE, nel 2024 l’aiuto pubblico allo sviluppo dei Paesi membri del Development Assistance Committee è diminuito del 7,1% in termini reali, dopo cinque anni consecutivi di crescita. Gli aiuti bilaterali destinati all’Africa sono scesi a 42 miliardi di dollari, con una riduzione dell’1% in termini reali; quelli destinati all’Africa subsahariana sono diminuiti del 2%.

Il dato è ancora più significativo alla luce delle informazioni più recenti: le stime preliminari OCSE indicano per il 2025 una contrazione dell’APS netto del 23,3%, la più ampia mai registrata in un singolo anno. Il calo ha riguardato soprattutto alcuni dei maggiori Paesi donatori e, secondo l’OCSE, potrebbe proseguire negli anni successivi.
Non è dunque soltanto una fase congiunturale. È il segnale di una trasformazione del sistema internazionale della cooperazione, nella quale la scarsità delle risorse pubbliche si intreccia con la crescente ricerca di strumenti finanziari, investimenti privati e partenariati economici.

Anche l’Italia si muove dentro questa trasformazione. Nel 2025, secondo i dati provvisori riportati dall’Istat, l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo italiano è salito allo 0,30% del reddito nazionale lordo, dopo la riduzione allo 0,27% registrata nel 2023. Ma la quota resta lontana dall’obiettivo internazionale dello 0,7%.

Il problema, quindi, non è soltanto quanto si spende. È come si contabilizza, dove si indirizza e con quali finalità si utilizza ciò che viene definito aiuto allo sviluppo.
Uno degli aspetti più controversi riguarda proprio la definizione dell’APS. Le regole OCSE consentono infatti di contabilizzare come aiuto pubblico allo sviluppo alcune spese sostenute dai Paesi donatori per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo nei primi mesi della loro permanenza.

Nel caso italiano, il Documento triennale di programmazione della cooperazione 2024-2026 riconosce esplicitamente che il Ministero dell’Interno è il principale finanziatore dell’accoglienza in Italia e che tali attività rientrano nell’APS secondo i parametri OCSE-DAC.

La conseguenza è una evidente tensione concettuale: risorse contabilizzate come aiuto allo sviluppo possono essere impiegate nel territorio del Paese donatore, anziché nei Paesi più poveri destinatari della cooperazione.

La dimensione del fenomeno è tutt’altro che marginale. Nei documenti parlamentari relativi alla programmazione 2024, per esempio, risultano imputati all’APS 960,3 milioni di euro per i servizi di accoglienza degli stranieri e 163,6 milioni per il Fondo destinato ai minori stranieri non accompagnati.
Non si tratta di mettere in discussione la necessità di garantire accoglienza e protezione a chi arriva. La questione è un’altra: è corretto che le risorse destinate alla solidarietà internazionale e allo sviluppo dei Paesi più poveri siano utilizzate, anche contabilmente, per finanziare una parte dei costi sostenuti dal Paese donatore?
È uno dei nodi che rendono sempre più necessario distinguere tra cooperazione allo sviluppo, politica migratoria, assistenza umanitaria e gestione delle frontiere.
È dentro questo scenario che si colloca il Piano Mattei per l’Africa, lanciato nel 2024 e divenuto uno degli assi della politica italiana verso il continente.

Il Piano dispone inizialmente di 5,5 miliardi di euro: 3 miliardi provenienti dal Fondo italiano per il clima e 2,5 miliardi dalle risorse della cooperazione allo sviluppo. I settori individuati comprendono istruzione e formazione, salute, acqua, agricoltura, energia e infrastrutture.

La sua impostazione è esplicitamente fondata sull’integrazione tra cooperazione, investimenti e coinvolgimento del settore privato. Sono infatti coinvolti, accanto agli attori della cooperazione, strumenti e istituzioni finanziarie come Cassa Depositi e Prestiti, SACE e SIMEST.

È un cambio di paradigma importante. La cooperazione non viene più pensata esclusivamente come trasferimento di risorse pubbliche, ma come piattaforma capace di mobilitare capitali, imprese e investimenti.
Questo approccio presenta opportunità, ma anche questioni che non possono essere eluse. Un’analisi dell’ISPI sottolinea come il Piano Mattei sia ancora in fase di consolidamento e come uno dei suoi nodi centrali sia proprio l’equilibrio tra agende africane, interessi italiani ed europei e obiettivi di sviluppo. L’ISPI evidenzia inoltre il peso degli interessi economici e strategici italiani nelle relazioni con il continente.

Il punto non è dunque stabilire se investimenti e imprese debbano entrare nella cooperazione: possono certamente contribuire allo sviluppo. Il punto è quali interessi vengano messi al centro, quali benefici producano per le popolazioni locali e quali strumenti garantiscano trasparenza, partecipazione e misurabilità dell’impatto.

Anche la recente peer review dell’OCSE sulla cooperazione italiana segnala questa tensione: l’Italia attribuisce importanza al contrasto alle cause profonde della migrazione, ma una parte significativa del proprio APS è destinata a Paesi di transito e a interventi collegati a rifugiati e migranti. L’OCSE sottolinea la necessità di mantenere un equilibrio tra il sostegno alla migrazione economica e l’impegno verso le condizioni strutturali dei contesti più poveri e fragili.

Ed è qui che entra in scena un altro protagonista della cooperazione internazionale: il migrante.

Nel dibattito pubblico le persone migranti vengono spesso rappresentate come destinatarie di risorse, servizi e protezione. Molto meno frequentemente vengono considerate per ciò che sono anche: soggetti economici transnazionali che trasferiscono ricchezza, competenze e risorse verso i propri Paesi d’origine.
Le rimesse sono la manifestazione più immediata di questo fenomeno. Secondo la Banca Mondiale, nel 2024 le rimesse dirette verso i Paesi a basso e medio reddito hanno raggiunto circa 685 miliardi di dollari, un volume superiore alla somma degli investimenti diretti esteri e dell’aiuto pubblico allo sviluppo destinati a questi Paesi. Sono risorse private, ma con effetti pubblici e collettivi. Arrivano direttamente alle famiglie e alle comunità, senza passare attraverso governi, agenzie internazionali o grandi organizzazioni della cooperazione. Sono utilizzate per pagare le spese quotidiane, mandare i figli a scuola, curare una persona malata, costruire una casa, avviare un’attività, affrontare una crisi.
Non sono però una forma sostitutiva della cooperazione pubblica. Una famiglia che riceve cento euro dall’estero non può sostituire con quei cento euro un ospedale, una rete idrica, una scuola pubblica o un sistema di protezione sociale. Le rimesse possono sostenere lo sviluppo, ma non possono essere trasformate nell’alibi per ridurre l’impegno degli Stati.
È una distinzione fondamentale.

Il fenomeno assume dimensioni particolarmente significative anche in Italia.

Nel 2024 le rimesse inviate all’estero dalla popolazione straniera residente in Italia sono ammontate a 8,29 miliardi di euro, in crescita rispetto agli 8,18 miliardi del 2023 e ai 5,33 miliardi del 2014.

Nel 2025, secondo l’Istat, la cifra è ulteriormente aumentata del 3,9%, raggiungendo 8,6 miliardi di euro, 323 milioni in più rispetto all’anno precedente.

Sono soldi prodotti dal lavoro. E una parte di quel lavoro viene dunque trasformata in risorse che attraversano le frontiere e raggiungono altri sistemi economici.

Anche la geografia delle rimesse racconta qualcosa. Nel 2024 la Lombardia ha rappresentato il 21,9% del totale, il Lazio il 15,3%, l’Emilia-Romagna il 10% e il Veneto l’8,4%: oltre il 55% delle rimesse italiane è partito da queste quattro regioni.

Per nazionalità, il Bangladesh è diventato il principale Paese di riferimento: nel 2024 gli immigrati bangladesi hanno generato il 16,9% delle rimesse complessive, seguiti da Pakistan, Filippine, Marocco, Georgia e India. Anche questo dato obbliga a guardare alle migrazioni con categorie diverse da quelle dell’emergenza.
Definire le rimesse esclusivamente come una perdita di risorse per l’economia italiana significa però guardare soltanto a una parte della storia. Prima di essere inviate, quelle risorse sono state guadagnate attraverso il lavoro di persone che vivono e lavorano in Italia. Sono quindi una quota di reddito che il lavoratore sceglie di destinare alla propria famiglia o comunità d’origine. Il trasferimento è transnazionale, ma il processo che lo rende possibile è profondamente italiano: riguarda occupazione, salari, contribuzione, consumi, tassazione, welfare, cura.

La rimessa, in altre parole, è uno dei prodotti economici della mobilità umana.

E questo porta a una domanda politica molto concreta: se le persone migranti contribuiscono alla produzione di ricchezza nei Paesi di destinazione e contemporaneamente trasferiscono risorse neiPaesi d’origine, perché il dibattito sulla cooperazione continua così raramente a considerarle come soggetti e non soltanto come destinatari delle politiche?
Il passaggio successivo dovrebbe essere quello di riconoscere alle diaspore un ruolo più forte nelle politiche di sviluppo. La diaspora non è semplicemente una comunità che mantiene legami affettivi con il Paese d’origine. È anche un patrimonio di competenze, reti economiche, conoscenze linguistiche, capitale sociale e capacità di intermediazione.

Il Documento triennale italiano riconosce del resto la rilevanza delle diaspore e delle rimesse nel rapporto tra migrazione e sviluppo. Ma proprio qui emerge una delle questioni più interessanti per il futuro: quanto spazio viene realmente concesso alle comunità migranti nella definizione delle politiche che le riguardano?
Il rischio è che si chieda ai migranti di finanziare lo sviluppo senza riconoscere loro un ruolo nella sua progettazione. Sarebbe invece necessario passare da una concezione paternalistica della cooperazione a una logica di partenariato, nella quale le comunità diasporiche siano interlocutrici, co-protagoniste e portatrici di conoscenze.
Non è una differenza semantica. Significa spostare il baricentro del rapporto.

Il continente africano viene ancora troppo spesso raccontato attraverso la grammatica del bisogno: crisi, povertà, emergenze, instabilità, migrazioni. Ma i flussi finanziari raccontano un’Africa diversa: inserita nelle reti economiche globali, sostenuta dalle proprie diaspore, attraversata da investimenti, trasformazioni demografiche e nuovi sistemi produttivi.

La stessa cooperazione internazionale deve dunque fare i conti con un continente che non può essere pensato soltanto come destinatario di interventi.

La domanda dovrebbe diventare: quali condizioni consentono alle risorse africane, comprese quelle generate dalle diaspore, di produrre sviluppo strutturale?

Perché una rimessa inviata da un lavoratore migrante può pagare la scuola di una bambina. Ma se quella bambina, diventata adulta, troverà un sistema economico privo di opportunità, infrastrutture insufficienti, servizi sanitari inadeguati e lavoro dignitoso scarso, la rimessa avrà avuto un effetto importante ma necessariamente limitato.

Lo sviluppo richiede dunque entrambe le dimensioni: risorse dal basso e politiche pubbliche dall’alto.
Il dato più interessante che emerge dall’intreccio fra cooperazione, migrazioni e rimesse è forse proprio questo: la quantità di denaro non basta a misurare la qualità di una politica.

Occorre interrogarsi su chi decide, chi beneficia, chi partecipa e quali interessi vengono considerati prioritari.Una cooperazione efficace non dovrebbe essere subordinata al contenimento delle migrazioni. Né le rimesse dovrebbero diventare una giustificazione per arretrare sul terreno dell’aiuto pubblico. Allo stesso modo, il coinvolgimento delle imprese può contribuire allo sviluppo soltanto quando gli interessi economici sono compatibili con obiettivi sociali, ambientali e di redistribuzione.

Il nodo, insomma, non è scegliere tra cooperazione pubblica, investimenti privati e rimesse. È costruire un sistema nel quale ciascuna di queste risorse possa contribuire allo sviluppo senza sostituirsi alle altre.
È una sfida particolarmente importante in un momento in cui l’aiuto pubblico internazionale arretra e le disuguaglianze globali restano profonde.

Il Dossier Statistico Immigrazione di IDOS, Confronti e Istituto di Studi Politici “S. Pio V” arriva dunque su un terreno cruciale: quello che obbliga a rovesciare una prospettiva consolidata. Non sono soltanto i Paesi ricchi ad aiutare quelli poveri. Anche i migranti aiutano i propri Paesi.

Lo fanno ogni giorno, attraverso il lavoro, le rimesse, le competenze, le relazioni e le reti transnazionali.

Riconoscerlo non significa trasformare le migrazioni in uno strumento di sviluppo né scaricare sui migranti una responsabilità che appartiene agli Stati. Significa, piuttosto, riconoscere che la cooperazione internazionale del XXI secolo non può più essere pensata soltanto come un flusso che va dal Nord globale verso il Sud.

Le risorse si muovono in più direzioni. Le persone anche.

E forse è proprio da questa consapevolezza che dovrebbe partire una nuova idea di cooperazione: non più una relazione tra chi dà e chi riceve, ma un sistema di interdipendenze nel quale anche chi migra è produttore di ricchezza, di sviluppo e di futuro.

Annunci
Africaaiuto pubblico allo sviluppocooperazione internazionalediasporaidositaliamigrazioniPiano Matteirimessesviluppo
Leggi anche
Torna su
No results found...