In Italia tra l’8 e il 9 giugno si voterà per 5 referendum popolari abrogativi, cioè i cittadini saranno chiamati alle urne per cancellare in tutto o in parte alcune leggi esistenti. L’istituto del referendum è una delle “novità” di democrazia diretta introdotte dalla Costituzione del 1948, ma resa operativa soltanto con una legge applicativa del 1970. Attraverso di esso, possono essere apportate modifiche, ed esse non richiedono alcuna successiva ratifica del Parlamento: sono immediatamente esecutive. Si tratta della più diretta forma di governo cui il cittadino-sovrano è investito. Gli italiani avevano già esercitato questo diritto due anni prima del 1948, a suffragio universale, quando nel 1946 finita la Seconda Guerra Mondiale furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica. In tale occasione votarono per la prima volta anche le donne, che fino allora ne erano state escluse. La monarchia risultò perdente e da quel momento in poi l’Italia divenne una repubblica, quasi cento anni dopo il tentativo mazziniano del 1849.
Oggi, gli italiani sono chiamati a scelte non più tanto cruciali quanto quella, tuttavia importanti per la vita civile e politica del Paese. Uno di essi riguarda la riduzione del termine entro il quale uno straniero residente possa richiedere la cittadinanza italiana, da 10 a 5 anni, gli altri quattro riguardano questioni attinenti al mondo del lavoro. Trattandosi di referendum che tendono a cancellare in tutto o in parte delle leggi esistenti, all’elettore sarà chiesto di dire “sì” per cancellare, oppure “no” per mantenere. La cancellazione parziale, che cioè elimina solo alcuni articoli della legge, di fatto la modifica anche in modo rilevante.
Tuttavia, per essere validi, i referendum devono raggiungere un’affluenza di votanti pari ad almeno il 50 percento più uno degli elettori potenziali, in caso contrario, anche se i “sì” vincessero sarebbe come se la maggioranza avesse votato “no” perché non si sarebbe raggiunta la soglia del 50 percento più uno degli aventi diritto. Quindi, com’è comprensibile, non andare a votare, non solo equivale a votare “no”, ma convincere gli elettori a disertare le urne persegue doppiamente lo scopo perché determina l’invalidazione della consultazione elettorale e quindi il mantenimento della legge da abrogare. Questo è il motivo per cui i partiti di destra al governo, contrari all’abrogazione di queste leggi, hanno fatto propaganda per l’astensione dal voto, che in Italia è legale, come anche per andare a votare senza ritirare la scheda (cosa che equivale ad astenersi). Una furbata quest’ultima che le opposizioni non hanno evitato di addebitare alla presidente del consiglio Giorgia Meloni quando l’ha proposta per se stessa e, in modo tanto astuto quanto subliminale, per tutti i suoi sostenitori.
Infatti, quest’ultima opzione – recarsi a votare ma non ritirare la scheda – è stata la risposta data dalla Meloni quando gli è stato chiesto se lei sarebbe andata a votare per i referendum: per una figura istituzionale come la sua è del tutto disdicevole fare propaganda per l’astensione verso un istituto costituzionale come il referendum, perciò questa “furbata” è stata ben notata, sia da chi seguendo il suo suggerimento ne ha fatto propaganda ottenendo un discreto seguito di consensi, sia da chi l’ha stigmatizzata.
Si potrebbe ironizzare che andare a votare e non ritirare la scheda equivalga ad andare a pranzo e non mangiare, o ad andare al cinema e non guardare il film, o a sposarsi e “non consumare” il matrimonio. Altre equivalenze ironiche sarebbero possibili, ma è inutile ironizzare su cose tanto serie: la presidente del consiglio è stata aspramente criticata dalle opposizioni per questa dichiarazione, fatta proprio il 2 giugno, cioè esattamente nell’anniversario del referendum con cui settantanove anni fa il popolo italiano, con un’affluenza pari al 89,08% decise di recarsi a votare, e scelse quella repubblica che la parte politica da cui la Meloni proviene non avrebbe voluto.
La propaganda tuttavia in Italia deve per legge cessare il giorno prima delle votazioni, chi lo fa commette un reato.
Chi non si reca a votare, o chi nella cabina elettorale non traccia alcun segno o annulla la scheda, lo fa anonimamente, lontano dagli sguardi e questo è consentito. Tuttavia, alcuni giuristi hanno obiettato che chi, presentandosi al voto, dichiarasse al presidente del seggio elettorale di non voler ritirare la scheda – eseguendo tale atto pubblicamente, apertamente, ostentatamente davanti a telecamere e giornalisti, soprattutto se a farlo fosse una figura istituzionale, come la Presidente del Consiglio, – compirebbe un atto di propaganda dell’astensione in un momento in cui questa è vietata. Si potrebbe obiettare che anche un esponente di un partito che vada a votare ritirando la scheda stia facendo propaganda contro l’astensionismo, ma mentre il ritiro della scheda è un’attività conseguente all’esercizio del voto (voto che è un dovere civico secondo l’Art. 48 della Costituzione), esso non costituisce sollecitazione a votare, mentre è proprio il non ritiro della scheda, che essendo una pratica difforme da tale attività conseguente all’esercizio del voto, se resa pubblica e ostentata, può costituire una sollecitazione propagandistica per l’astensione.
Pertanto, la Presidente del Consiglio che quando era consentito farlo aveva preannunciato il non ritiro della scheda, se vorrà proseguire su questa strada dovrà evitare qualsiasi dichiarazione palese o velata durante il periodo di silenzio elettorale (dal 7 al 9 giugno) e, una volta arrivata al seggio elettorale, dovrà chiedere al presidente del seggio di vietare alla stampa e alle telecamere l’accesso al seggio stesso durante il suo incontro con gli scrutatori e dovrà esercitare privatamente il suo diritto di non ritirare la scheda, per non far diventare quest’atto oggetto di propaganda politica ad elezioni in corso.
Staremo a vedere.
Quanto a Matteo Salvini della Lega, lui ha suggerito di andare in spiaggia e non recarsi a votare! E la terza gamba del governo di destra, Antonio Tajani, ha dichiarato che non andare alle urne è un diritto di ogni elettore italiano. Questo significa chiaramente che al governo nel suo complesso non interessa questo referendum. Sicuramente i suoi leader non sperano altro che ai seggi si presenti meno del 50% degli aventi diritto e che l’intero pacchetto di referendum si riveli nient’altro che un’umiliazione e una presa in giro per la sinistra che ha voluto e sostenuto questi referendum. In realtà essi giocano sulla convinzione che, in fondo, gli italiani, come qualsiasi altro popolo di un paese dotato di radici e tradizioni profonde, pur essendo molto progressisti e moderni, alla base siano e restino comunque intolleranti verso le altre culture: il che appare assolutamente normale per un osservatore esterno (possiamo fare un paragone con gli Stati Uniti, il Canada e altri paesi di passata immigrazione di massa, dove tutti provengono da qualche altro paese e vediamo che, proprio quegli stessi che un tempo erano immigrati, oggi sono i meno accoglienti verso i nuovi arrivati, soprattutto se hanno accenti, carnagioni, tradizioni e religioni stranieri). Perché, essi pensano, gli italiani dovrebbero preoccuparsi di un referendum indetto per concedere anticipatamente la cittadinanza a degli stranieri (quando, oltretutto, di questa questione non se ne sa niente, perché non è stata per niente spiegata dai media, specie quelli statali e da quelli della famiglia Berlusconi, tutti in mano alla destra)?
Questo referendum può rivelarsi una vera e propria presa in giro istituzionale. È come se vivessimo realmente in una società democratica, con un formidabile sistema di democrazia diretta, ma in realtà è tutto falso. I partiti di governo lasciano la sinistra baloccarsi e divertirsi con questo strumento, perché sanno già bene che le carte sono truccate e che alla fine sarà il loro banco a vincere e a incassare la posta (oltretutto essendosi procurati un’occasione per accusare l’opposizione di indire referendum palesemente impopolari e senza speranza di superare il quorum, solo per far perdere inutilmente alla Nazione un sacco di soldi pubblici).
E qual è la risposta dell’opposizione? Dato che l’immigrazione è un fenomeno epocale, inevitabile, concedere il prima possibile la cittadinanza a chi ha studiato e lavorato per molti anni in questo Paese è il modo migliore per integrarlo e di conseguenza il miglior antidoto contro la criminalità, la violenza, il terrorismo e così via: contro esattamente quei problemi su cui la destra punta sempre il dito, ma che affronta solo intensificando le strategie di ordine pubblico: nuove leggi restrittive, stato di polizia, pene più severe, nuovi limiti alla libertà di parola e di protesta, anche passiva, assunzioni di nuovi poliziotti e Carabinieri, e più soldi per loro. Niente che possa integrare nel seno della società coloro che ora vivono tra noi tenuti però in un lungo limbo tra rifiuto e accettazione, e che rispetto a ciò che danno a questo Paese non ricevono che le briciole, così svantaggiati come sono anche nei loro diritti, tra i quali quello di ottenere la cittadinanza in tempi ragionevoli è il principale.
I figli degli immigrati studiano nelle scuole dove studiano i nostri figli, parlano i nostri dialetti e a volte si sentono più italiani degli italiani stessi. E quando ricevono la cittadinanza, giurano fedeltà alla nostra Costituzione, cosa che noi che siamo italiani dalla nascita non facciamo: incredibile! Per loro, la cittadinanza ottenuta è, e deve giustamente rappresentare una conquista, un onore prezioso da celebrare, e di cui essere fieri, mentre d’altra parte per alcuni politici di destra, del tutto miopi, tale riconoscimento equivale a un degrado, a una perdita di sovranità, a una umiliazione. Non un investimento prezioso capace di dare frutti per il futuro loro, della società, di tutti noi, della Nazione.
E il termine di 10 anni è solo un pre-requisito necessario per avviare la procedura di richiesta della cittadinanza, ma essa non verrà concessa subito, lo sarà solo a distanza di molti anni, dopo tanta burocrazia e carte bollate: perché qualcuno che la merita deve esserne lasciato senza, e riceverla solo dopo 15 o 20 anni quando potrebbe ottenerla prima e iniziare al più presto ad arricchire la nostra società con le sue potenzialità (formazione, titoli di studio ed esperienze che nulla ci sono costati e che stupidamente sottovalutiamo)?
Davvero pensiamo che chi chieda di ottenere la cittadinanza lo faccia per malvagità? O che, invece sia malvagio colui intenda continuare a vivere nell’ombra, ai margini della società, nascondendosi e non chiedendo di essere naturalizzato? La risposta è ovvia, chi si fa avanti deve essere premiato!
E infine, come per molti paesi avanzati con basso tasso di natalità (noi italiani siamo i più vecchi dopo il Giappone), a noi mancano giovani cittadini che lavorino, producano e che versino i contribuiti per pagare anche le nostre pensioni. Dobbiamo fare in modo che essi possano farlo al più presto perché ne abbiamo bisogno.
Tuttavia, c’è qualcuno che pensa alle conseguenze a lungo termine. Nel Nuovo Mondo, alcuni immigrati che hanno lavorato gomito a gomito assieme ai locali e ad altri immigrati hanno preso la cittadinanza molto seriamente: la maggior parte di loro, quelli provenienti dall’Europa, assimila la cultura locale e la insegna ai propri figli come farebbero gli altri abitanti del posto: essi si integrano molto facilmente. Ma altri provenienti da culture diverse, come quella araba, pakistana e indiana, sono molto radicati nel loro modo di vivere e di pensare, e tendono a trasmettere le loro tradizioni in modo integrale ai propri figli: essi vivono nella loro comunità, continuano a parlare la loro lingua, non si assimilano e non diventano mai dei veri cittadini del paese. Essi combinano ancora i matrimoni solo con altri membri della loro stessa nazione d’origine, addirittura dopo 2-3 generazioni di permanenza nel paese. Questo è un vero problema.
L’integrazione può essere un processo davvero molto lungo, ma non ci sono alternative.
Questo è un motivo in più per cui questo processo dovrebbe iniziare il prima possibile e proseguire in modo strutturato, non lasciando che accada come capita capita: l’integrazione è un compito serio che deve essere attentamente progettato affinché la società possa ottenere il risultato desiderato.
Non è con gli scherzi e i trucchi che si possa risolvere il problema dell’immigrazione. Di certo non andando al cinema e guardando il film a occhi chiusi.


