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Focus internazionale

Missili su Dimona e Arad, l’ombra di Teheran sull’Occidente

Mentre si contano i feriti e l’AIEA monitora il cuore nucleare del Negev, Israele avverte: «Roma, Parigi e Berlino sono sotto tiro diretto». Il mondo col fiato sospeso per l'ultimatum di Washington.

Teheran– Il Medio Oriente è scivolato in una fase di conflitto aperto che minaccia di trasformarsi in una guerra globale. Nelle ultime 48 ore, l’asse tra Washington e Tel Aviv si è scontrato frontalmente con le capacità balistiche di Teheran, che ha dimostrato di poter colpire obiettivi a migliaia di chilometri di distanza, mettendo in discussione l’intero impianto di sicurezza occidentale.

Dalla sua piattaforma social Truth, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dettato un ultimatum perentorio che non lascia spazio a interpretazioni: 48 ore per la riapertura totale e senza minacce dello Stretto di Hormuz. “Se l’Iran non aprirà completamente lo Stretto entro questo esatto lasso di tempo, gli Stati Uniti colpiranno e spazzeranno via le loro centrali elettriche, a partire dalla più grande”, ha avvertito il tycoon, che ha proseguito legando la crisi estera alla retorica interna contro la “sinistra radicale”, definita un “cavallo di Troia” che indebolisce gli Stati Uniti e accusata di aver permesso all’Iran, attraverso passate mediazioni diplomatiche, di costruire l’arsenale che oggi minaccia l’Europa. L’ultimatum di Trump mira al cuore della sopravvivenza civile iraniana. Colpire le centrali elettriche, a partire da quella di Damavand a Teheran o i complessi legati a Bushehr, non è solo un atto bellico, ma un interruttore che spegnerebbe un intero Paese.

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La replica di Teheran non si è fatta attendere: il comando congiunto delle forze armate ha annunciato ritorsioni ‘simmetriche e totali’ contro ogni asset energetico e informatico della regione. Il mirino si è già spostato su Qatar ed Emirati Arabi Uniti, trasformando il Golfo Persico in una trappola di fuoco. Gli attacchi incrociati sui siti di Bushehr e sul giacimento di South Pars (Pārs-e Jonūbī) hanno colpito il cuore pulsante dell’energia mondiale. Se per l’Iran il sito è la spina dorsale della sopravvivenza civile, che fornisce luce e calore a milioni di persone, per il resto del pianeta rappresenta il rubinetto principale del Gas Naturale Liquefatto. Un blocco prolungato di queste esportazioni condannerebbe i mercati europei e asiatici a uno shock senza precedenti, con il rischio di un blackout economico globale.

Sabato 21 marzo, per la prima volta dall’inizio del conflitto, i sistemi di difesa israeliani Arrow e Iron Dome hanno mostrato falle critiche. Un lancio simultaneo di missili ha penetrato lo spazio aereo sopra il deserto del Negev, centrando Dimona e Arad in aree residenziali e zone sensibili e provocando circa 200 feriti, tra cui un bambino di 12 anni a Dimona e una bambina di 5 anni ad Arad, entrambi in condizioni critiche. Ad Arad, i danni strutturali a diversi palazzi hanno imposto l’evacuazione immediata di centinaia di persone. La tensione è alta anche a Dimona, dove alcune esplosioni sono state avvertite a brevissima distanza dal Centro di Ricerca Nucleare Shimon Peres. Sebbene l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, confermi l’assenza di fughe radioattive, il messaggio di Teheran è chiaro: il cuore nucleare di Israele non è più invulnerabile. Lo speaker del Parlamento iraniano ha proclamato trionfalmente: “Oggi i cieli di Israele sono indifesi”.

Nelle prime ore di domenica 22 marzo, l’attacco si è esteso al centro del Paese: detriti e frammenti di missili intercettati sono caduti su Bat Yam, Holon e Tel Aviv, causando altri 15 feriti. Oltre 2.700 persone hanno cercato rifugio nei bunker. L’escalation coincide con l’inizio della 74ª ondata dell’operazione iraniana Amaliyat-e Va’de-ye Sadeq (Vera Promessa). L’Iran ha proiettato la sua forza ben oltre i confini regionali: due missili sono stati diretti verso la base di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, un’azione che ha sorpreso gli analisti internazionali, poiché il sito si trova a 4.000 km di distanza, smentendo nei fatti le precedenti dichiarazioni ufficiali di Teheran sulla portata massima dei propri vettori. Anche se i missili sono stati intercettati e l’impatto è stato evitato, il governo britannico ha condannato le ‘provocazioni azzardate’ che mettono in pericolo la sicurezza internazionale. “Non è più una guerra mediorientale”: le parole rilasciate dal Capo di Stato Maggiore dell’IDF Eyal Zamir, pesano come macigni. Zamir ha dichiarato esplicitamente al Times of Israel che la minaccia iraniana ha valicato i confini regionali: “I missili iraniani hanno una gittata tale da raggiungere Roma, Parigi e Berlino. Sono tutte sotto tiro diretto”.

In risposta alla sfida iraniana, forze congiunte USA-Israele hanno colpito l’impianto di arricchimento di Natanz utilizzando bombe “bunker buster”. Questi ordigni perforanti sono progettati per penetrare strati profondi di roccia e cemento per distruggere le centrifughe sotterranee. In tutta risposta, i Guardiani della Rivoluzione (IRGC) hanno rivendicato l’abbattimento di un caccia F-16 israeliano sopra l’Iran centrale.

Sul fronte nord, il Ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato l’isolamento del Libano meridionale seguendo la “strategia della terra bruciata”. L’IDF ha ricevuto l’ordine di distruggere tutti i ponti sul fiume Litani (lungo 140 km) per bloccare i movimenti di Hezbollah e di demolire sistematicamente i villaggi di confine per creare una “zona cuscinetto” inabitabile, ricalcando il modello operativo già applicato a Gaza.

Il mondo attende ora la scadenza dell’ultimatum di Trump con il fiato sospeso. I mercati sono nel caos: il petrolio non scende sotto i 100 dollari al barile e si teme una recessione globale senza precedenti. La speranza di una soluzione negoziale appare quasi nulla dopo l’uccisione di Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e “regista” della strategia iraniana, eliminato in un raid israeliano a Teheran il 17 marzo scorso. La sua morte, unita a quella dell’Ayatollah Khamenei avvenuta all’inizio del conflitto, ha spinto l’Iran verso una linea di rigidità ideologica assoluta.

Quella che era stata ipotizzata come una guerra lampo, un’operazione chirurgica per decapitare il potere a Teheran, si sta ora espandendo a macchia d’olio, travolgendo confini e rotte commerciali. O si raggiungerà un accordo dell’ultimo minuto, o il pianeta affronterà una guerra catastrofica dalle ripercussioni incalcolabili.

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Diego GarciaguerraIranIsraeleusa
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