Trecento persone uccise, compresi minorenni e persone che stavano semplicemente osservando le proteste; oltre 700 persone ferite e migliaia arrestate, molte delle quali hanno denunciato di aver subito maltrattamenti e torture.
Il bilancio delle proteste scoppiate il 21 ottobre dopo l’esito delle elezioni presidenziali in Mozambico e terminate, si spera, con gli ultimi morti nella seconda metà di gennaio, dopo l’insediamento di Daniel Chapo, è terribile. Dopo la fine della guerra civile non c’era mai stato un così grande spargimento di sangue. Eppure, le proteste non erano mai mancate e nemmeno la repressione, con l’impiego (illegale, secondo il diritto internazionale) delle forze armate per gestire l’ordine pubblico.
Il 4 febbraio la procura generale ha dichiarato che erano state avviate 651 indagini penali e civili in relazione a “morti, ferimenti, distruzioni di beni pubblici e privati a seguito di proteste violente”, senza però specificare se tra gli indagati vi siano anche membri delle forze di sicurezza.
Amnesty International ha sollecitato il nuovo governo del presidente Chapo a indagare in modo esauriente e trasparente sulle massicce violazioni dei diritti umani avvenute durante quattro mesi di proteste e a renderne pubbliche le conclusioni.
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