Il 29 settembre la Malesia ha avviato il piano di rimpatrio di quasi 1.500 cittadini del Myanmar di etnia rohingya.
Un rientro che, secondo Medici Senza Frontiere, non è sicuro, né praticabile. A un anno dalla conferenza ONU sulla crisi dei rohingya, l’organizzazione umanitaria chiede lo stop ai ritorni forzati o prematuri.
“Il mio messaggio ai leader mondiali è chiaro: smettete di considerare il rimpatrio una soluzione quando le condizioni sono chiaramente insicure. Il Myanmar resta un luogo segnato da una violenza estrema. La popolazione civile affronta bombardamenti aerei, uccisioni di massa, reclutamento forzato e gravi privazioni” ha dichiarato il dottor Javid Abdelmoneim, presidente internazionale di MSF.
Nonostante queste condizioni pericolose, continuano le pressioni regionali per il ritorno dei rifugiati in Myanmar, anche se la situazione non è abbastanza sicura.
“Continuiamo ad assistere a pericolose azioni che puntano ai rimpatri. Dobbiamo essere chiari: oggi il ritorno in Myanmar non è sicuro né praticabile. Sono gli stessi rohingya a dirlo. In una nostra indagine dello scorso anno, l’84% dei pazienti rohingya in Bangladesh ha dichiarato che non si sentirebbe al sicuro tornando in Myanmar. Adesso è necessaria un’azione concreta. I rimpatri forzati o prematuri devono cessare. Qualsiasi rimpatrio deve essere realmente volontario, sicuro e dignitoso. I paesi ospitanti devono proteggere i rifugiati e valutare adeguatamente le loro esigenze di protezione. Ciò significa accertare se le persone corrano il rischio di persecuzione in caso di rimpatrio nei loro paesi d’origine e rispettare il principio di non respingimento” continua Abdelmoneim.
La conferenza di alto livello delle Nazioni Unite sulla situazione dei musulmani rohingya e delle altre minoranze in Myanmar del 30 settembre 2025, aveva l’obiettivo di proporre “un piano globale, innovativo e concreto per una risoluzione sostenibile della crisi, che includesse iniziative volte a creare un contesto favorevole al ritorno volontario, sicuro, sostenibile e dignitoso dei rohingya nello Stato di Rakhine, in Myanmar”.
“Un anno dopo quella conferenza, le comunità rohingya hanno visto troppo poche azioni concrete e troppo poca responsabilità. Sono state pronunciate parole forti, ma per le persone colpite quelle parole non si sono tradotte in cambiamenti” insiste il presidente di MSF.
I civili nello stato di Rakhine e in diverse altre zone del Myanmar sono vittime di violenze estreme. Il sistema sanitario del Myanmar continua a essere messo a dura prova dalle violenze in corso: i farmaci e le forniture mediche sono spesso esauriti, non riescono a raggiungere le strutture a causa del conflitto o vengono del tutto bloccati, con gravi conseguenze per l’accesso all’assistenza sanitaria.
“Le attività di MSF, come quelle di altre organizzazioni, si sono ridotte drasticamente a causa dell’insicurezza. Non si tratta solo della capacità di proteggere i nostri pazienti e il nostro personale dalle bombe e dai bombardamenti, ma anche dell’inesorabile burocrazia che dobbiamo affrontare per ottenere le autorizzazioni necessarie a intervenire, proprio mentre i bisogni continuano ad aumentare. L’accesso umanitario in Myanmar deve essere ampliato, l’assistenza deve essere garantita in modo continuativo e deve esserci una reale assunzione di responsabilità per le violenze che il popolo rohingya e tutte le altre comunità colpite dal conflitto in Myanmar continuano a subire” conclude Abdelmoneim.


