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Economia

Niger, il paradosso dell’uranio: mille tonnellate di yellowcake ferme a Niamey e difficili da vendere

In Niger circa mille tonnellate di yellowcake trasferite dalle miniere di Arlit a Niamey restano senza una destinazione certa: il governo cerca acquirenti per l’uranio al centro del contenzioso con la francese Orano.

Da quasi un anno, circa mille tonnellate di concentrato di uranio provenienti dalle miniere di Arlit sono al centro di una vicenda che intreccia sovranità nazionale, contenziosi internazionali, sicurezza e nuovi equilibri geopolitici nel Sahel. Il cosiddetto yellowcake, trasferito alla fine del 2025 dal nord del Niger alla capitale Niamey, resta infatti senza una destinazione commerciale certa.

Niger, il convoglio dell’uranio che sfida frontiere chiuse e tensioni internazionali

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Secondo un’inchiesta di Matteo Maillard per Jeune Afrique, che da circa un anno segue gli spostamenti e le trattative intorno al carico, le autorità nigerine incontrano notevoli difficoltà nel trovare un acquirente e soprattutto nel trasformare il controllo materiale dell’uranio in una vendita effettivamente realizzabile.

Il carico ha origine ad Arlit, città mineraria nel deserto del Sahara attorno alla quale si è sviluppata per oltre mezzo secolo una parte fondamentale dell’industria uranifera del Niger. La produzione era legata alla Somaïr, storicamente controllata dal gruppo nucleare francese Orano insieme allo Stato nigerino. Il rapporto tra le parti è però precipitato dopo il colpo di Stato del luglio 2023 e il progressivo deterioramento delle relazioni tra Niamey e Parigi.

La rottura ha assunto una dimensione ulteriore nel 2025, quando le autorità nigerine hanno nazionalizzato la Somaïr. Al centro della controversia sono finite anche circa 1.400 tonnellate di yellowcake prodotte negli anni precedenti. Nel settembre 2025 un tribunale arbitrale costituito presso il Centro internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti, il CIRDI, ha ordinato allo Stato del Niger di non vendere, cedere o facilitare il trasferimento a terzi dell’uranio prodotto dalla Somaïr oggetto della disputa con Orano.

Nonostante il contenzioso, tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre 2025 circa mille tonnellate di concentrato furono trasferite da Arlit a Niamey. Una trentina di camion, scortati dall’esercito nigerino, percorsero centinaia di chilometri fino alla base aerea 101, situata nell’area dell’aeroporto internazionale Diori-Hamani della capitale. Da allora il carico è rimasto sostanzialmente bloccato.

La difficoltà non consiste soltanto nel trovare qualcuno interessato all’uranio. Il problema è riuscire a costruire una transazione che sia giuridicamente, finanziariamente e logisticamente praticabile.

Nei mesi scorsi sono circolate diverse ipotesi. La più politicamente sensibile ha riguardato la Russia. Fonti francesi avevano sostenuto che fossero in corso trattative per la cessione di circa mille tonnellate a Rosatom, mentre tanto Mosca quanto Niamey hanno negato l’esistenza di un accordo concluso. Anche la Cina era stata indicata in precedenza come possibile acquirente.

Più recentemente è emersa una pista europea. Secondo informazioni attribuite all’inchiesta di Jeune Afrique, la società nucleare romena Nuclearelectrica avrebbe manifestato interesse per l’acquisto di circa 300 tonnellate di yellowcake. La proposta mostrerebbe come il Niger non stia necessariamente cercando di sostituire i tradizionali partner occidentali esclusivamente con Russia o Cina, ma tenti piuttosto di trovare nuovi sbocchi commerciali per una risorsa strategica che, paradossalmente, possiede ma fatica a monetizzare.

A complicare la situazione c’è inoltre la geografia. Per decenni l’uranio di Arlit veniva trasportato attraverso il Benin fino al porto di Cotonou e da lì imbarcato verso l’Europa. Il deterioramento dei rapporti tra Niger e Benin dopo il golpe del 2023 ha compromesso questa rotta. L’alternativa attraverso Burkina Faso e Togo è più lunga e attraversa aree caratterizzate da una grave insicurezza legata alla presenza di gruppi jihadisti.

La vicenda del yellowcake diventa così una cartina di tornasole delle trasformazioni attraversate dal Niger dopo la presa del potere da parte dei militari. La rivendicazione della sovranità sulle risorse minerarie costituisce uno degli elementi centrali del nuovo corso politico di Niamey, ma il caso dell’uranio mostra quanto il controllo di una materia prima strategica non coincida automaticamente con la capacità di collocarla sul mercato internazionale.

Le mille tonnellate trasferite da Arlit rappresentano infatti contemporaneamente una risorsa economica, un oggetto di contenzioso e un problema logistico. Il Niger può rivendicarne il possesso e cercare nuovi compratori, ma una materia prima strategica come l’uranio continua a dipendere da reti di trasporto sicure, intermediari, garanzie finanziarie, trasformazione industriale e relazioni diplomatiche.

È proprio questo il paradosso che emerge dall’inchiesta di Jeune Afrique: dopo avere sottratto una delle principali risorse nazionali al sistema economico costruito durante decenni di cooperazione con la Francia, Niamey deve ora costruire un sistema alternativo capace di portare quella stessa risorsa sul mercato. E il yellowcake fermo nella capitale mostra quanto questa transizione sia più complessa della semplice sostituzione di un partner internazionale con un altro.

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