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Analisi

Niger, la giunta militare ha ripreso il controllo dopo il tentativo di colpo di stato

L'aeroporto di Niamey e il palazzo presidenziale erano stati presi di mira sabato scorso, così come la stazione televisiva nazionale, rimasta nelle mani dei militari per poco più di un'ora. L’ombra della Francia dietro i golpisti?

La giunta al potere del Niger ha ripreso il controllo dopo il tentativo di colpo di Stato di sabato scorso. Ma la calma di oggi a Niamey, la capitale del Paese, è solo apparente.

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Da oltre 24 ore sono in corso arresti di massa dei militari che hanno tentato di impadronirsi del palazzo presidenziale e della televisione nazionale, per poi trincerarsi nella base militare dell’aeroporto, e di presunti collaborazionisti.

Sulle vittime del tentativo di golpe non c’è nessun bilancio ufficiale, ma negli scontri armati intorno ad alcuni dei siti più sensibili di Niamey le vittime sarebbero decine.

Questo ennesimo episodio di instabilità in Niger non rappresenta un evento isolato, bensì il sintomo di una vulnerabilità strutturale che attraversa l’intera regione del Sahel.

L’incursione contro il palazzo presidenziale e la Base Aerea 101 evidenzia i limiti della strategia politica e di sicurezza adottata dalle giunte militari al potere in Niger, Mali e Burkina Faso, riunite nell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES).

Una causa su tutte: la frammentazione interna alle Forze armate.

Il tentativo di colpo di Stato a Niamey mette a nudo la fragilità dei regimi golpisti saheliani.

Il potere delle giunte si poggia su coalizioni militari eterogenee. Il malcontento per la gestione delle carriere, la distribuzione delle risorse e la conduzione delle operazioni anti-jihadiste alimentano costantemente il rischio di rotture e contrapposizioni interne.

L’assalto diretto ai simboli del potere (palazzo presidenziale, emittente di Stato Télé Sahel) dimostra come la transizione politica messa in atto finora non abbia garantito la stabilità promessa, mantenendo elevato il rischio di “golpe nel golpe”, come già avvenuto in Mali e Burkina Faso.

L’intervento diretto delle forze russe dell’Africa Corps per difendere la Base Aerea 101 conferma inoltre una realtà e un cambiamento geopolitico profondo.

L’espulsione delle forze francesi e statunitensi ha spinto il Niger e i partner dell’AES nell’orbita di Mosca. La difesa dei punti strategici di Niamey da parte di contingenti russi evidenzia una dipendenza dalla sicurezza esterna per la sopravvivenza stessa delle giunte.

La Base Aerea 101 non è solo un hub logistico nazionale, ma il centro di comando operativo dell’Alleanza dei Paesi del Sahel. Un’interruzione della sua operatività minaccia di paralizzare il coordinamento di sicurezza interstatale tra Niamey, Bamako e Ouagadougou.

Le tensioni interne alla capitale si inseriscono, dunque, in un quadro di grave deterioramento della sicurezza regionale, come dimostra l’espansione dei gruppi jihadisti storicamente affiliati ad Al-Qaeda, che continuano a sfruttare i vuoti di potere statale e i confini porosi della regione dei “tre confini”.

Nonostante la retorica della sovranità ritrovata, l’approccio esclusivamente militare adottato dall’AES si sta dimostrando insufficiente a contenere l’insurrezione, provocando una pressione costante sulle truppe al fronte che spesso sfocia in frustrazione e ammutinamenti nelle retrovie.

Lo sventato golpe di Niamey conferma che la combinazione tra alleanze mercenarie esterne, autoritarismo politico e risposte esclusivamente militari non offre garanzie di tenuta a lungo termine.

Senza una governance inclusiva e una riforma profonda del settore della sicurezza, il fronte saheliano rimane esposto a una spirale permanente di insicurezza e instabilità.
Ed e forse proprio questo elemento che potrebbe aver spinto la Francia a “supportare” il nuovo tentativo di golpe.
L’ipotesi del coinvolgimento dell’Eliseo non è “fanta geopolitica”, vista la precedente interferenza nel 2023 con l’operazione “Phoenix”.
L’azione dei servizi francesi, mai confermata da Parigi, si inserisce in un quadro di profonda ridefinizione dei rapporti di forza nel Sahel, rappresentando una lente di ingrandimento attraverso cui osservare la percezione della politica estera francese in Africa all’indomani del golpe nigerino del 26 luglio 2023. Secondo l’inchiesta pubblicata dalla testata indipendente sudafricana Mdntv Live, la Francia, a seguito dell’estromissione del presidente eletto Mohamed Bazoum da parte della guardia presidenziale guidata dal generale Abdourahamane Tiani, abbia considerato un’azione di forza non con il primario obiettivo di ripristinare la legalità democratica, ma piuttosto per preservare una posizione egemonica in declino nell’Africa occidentale e centrale, salvaguardando asset economici cruciali e avamposti geopolitici strategici. Va tuttavia sottolineata la cautela metodologica della stessa fonte sudafricana, la quale precisa chiaramente come il materiale documentale fornito non costituisca una prova indipendente, incontrovertibile o verificata dell’effettiva esistenza o operatività del piano. Ciononostante, la narrazione di un’operazione militare concepita dalle forze armate e dai servizi d’intelligence d’Oltralpe rispecchia le dinamiche di reale tensione diplomatica che hanno caratterizzato le settimane successive al colpo di Stato, durante le quali la giunta militare di Niamey ha ripetutamente accusato la Francia di ingerenze ed esercitato pressioni sfociate poi nel ritiro delle truppe francesi. Secondo la ricostruzione analizzata, la concretizzazione dell’intervento armato diretto sarebbe stata bloccata non tanto da remore esterne, quanto da una complessa convergenza di fattori interni alla politica francese. In quel preciso momento storico, l’amministrazione guidata dal presidente Emmanuel Macron si trovava ad affrontare una fase di forte instabilità sociale e istituzionale, segnata dalle estese e virulente proteste di piazza contro la riforma delle pensioni, dal costante richiamo alle armi parlamentari mediante le mozioni di sfiducia contro l’esecutivo e da un netto calo della fiducia popolare verso l’inquilino dell’Eliseo, scesa fino al 26%. In questo contesto di marcata vulnerabilità politica domestica, un’operazione militare ad alto rischio nel Sahel avrebbe rappresentato un azzardo insostenibile per il consenso interno, rischiando di innescare una crisi di governo e di catalizzare un ulteriore rifiuto popolare. In definitiva, pur rimanendo nell’alveo delle ricostruzioni non confermate in modo autonomo, il caso “Operazione Phoenix” evidenzia la spaccatura strutturale tra le ambizioni di proiezione esterna di una potenza globale e le stringenti limitazioni dettate dal fronte interno, riflettendo al contempo il clima di crescente diffidenza che continua a circondare la presenza storica della Francia nella regione saheliana.

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Esperta di questioni internazionali, africanista. È stata insignita per il suo lavoro di giornalista della Medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica.

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