Trentasette persone arrestate con l’accusa di praticare attività mineraria illegale sono morte mentre si trovavano sotto la custodia del Nigeria Security and Civil Defence Corps (NSCDC) a Minna, capitale dello Stato del Niger, nella Nigeria centro-settentrionale. Tra le vittime figurano anche adolescenti. Le circostanze della morte restano da chiarire e le famiglie chiedono che vengano accertate le responsabilità.
Gli arresti erano avvenuti il 15 e 16 settembre durante alcune operazioni condotte contro siti minerari ritenuti illegali nelle zone di Mohammed Inuwa Wushishi e Lukoto. Due giorni dopo, il 17 settembre, decine di detenuti sono stati trovati morti nella struttura dell’NSCDC in cui erano stati rinchiusi.
La prima spiegazione fornita dal comando locale della Protezione civile nigeriana ha fatto riferimento a una possibile epidemia. Le testimonianze dei sopravvissuti hanno però aperto uno scenario diverso: secondo alcuni di loro, decine di persone sarebbero state concentrate in una cella sovraffollata e scarsamente ventilata, fino a rendere difficile respirare. Alcuni familiari hanno inoltre denunciato maltrattamenti subiti dai detenuti. Al momento, tuttavia, la causa delle 37 morti non è stata definitivamente accertata.
È proprio questa distanza tra le versioni disponibili a rendere centrale l’inchiesta. Il presidente Bola Ahmed Tinubu ha ordinato un’indagine definita dal governo «completa e trasparente», mentre il ministro dell’Interno Olubunmi Tunji-Ojo ha istituito una commissione indipendente di dieci membri. Il comandante dell’NSCDC nello Stato del Niger e altri venti funzionari sono stati sospesi in attesa degli accertamenti. La commissione dispone di due settimane per consegnare il proprio rapporto.
18/9 – Nigeria 🇳🇬
au moins 33 jeunes hommes sont décédées en détention dans la province du Niger après avoir été arrêtées par la NSDC lors de raids contre des sites miniers illégaux
une émeute a éclaté aujourd'hui a Minna, de nombreux blessés, répression féroce des manifestants pic.twitter.com/Xfydh10trQ
— Charli☀️🦎 (@CharliB97783485) September 18, 2026
Le morti hanno intanto provocato proteste a Minna. Centinaia di persone sono scese in strada chiedendo giustizia e chiarimenti; durante le manifestazioni si sono verificati scontri e le forze di sicurezza hanno utilizzato gas lacrimogeni. Le autorità locali hanno quindi imposto un coprifuoco notturno.
Anche diverse organizzazioni della società civile hanno chiesto che l’accertamento delle responsabilità non rimanga affidato soltanto alle strutture dello Stato direttamente coinvolte. Amnesty International ha sollecitato un’indagine indipendente, mentre la National Human Rights Commission ha chiesto un’inchiesta trasparente e approfondita, insieme alla conservazione delle prove e ad autopsie forensi indipendenti.
Minna: Death of over 30 Youth In Detention Must Be Investigated
The Nigerian authorities must immediately set up an independent investigation of today’s death of over 30 youth — including minors — in the custody of the Nigeria Security and Civil Defence Corps (NSCDC) in Minna…
— Amnesty International Nigeria (@AmnestyNigeria) September 17, 2026
La tragedia di Minna riporta inoltre l’attenzione su una realtà sociale ed economica molto più vasta: quella dell’estrazione mineraria artigianale in Nigeria. Lo Stato del Niger è ricco di risorse minerarie e migliaia di persone cercano nell’estrazione informale, soprattutto dell’oro, una fonte di reddito. Il governo federale considera l’attività mineraria illegale anche un problema di sicurezza, perché in alcune aree del paese i circuiti clandestini dell’estrazione e del commercio dei minerali sono collegati a gruppi criminali e armati.
Ma il contrasto a un’attività illegale e la tutela dei diritti delle persone arrestate appartengono a due piani che non possono essere sovrapposti. Un sospettato affidato alla custodia dello Stato resta sotto la sua responsabilità. È per questo che il caso di Minna non riguarda soltanto il settore minerario: pone una questione più ampia sulle condizioni di detenzione, sull’uso del potere da parte degli apparati di sicurezza e sulla capacità delle istituzioni di rendere conto di ciò che accade a una persona dal momento in cui viene privata della libertà.
Per le famiglie dei 37 morti, la questione è ancora più elementare. Vogliono sapere cosa sia successo nelle ore trascorse tra l’arresto dei loro figli e parenti e la scoperta dei corpi. Prima ancora dell’individuazione delle eventuali responsabilità penali, chiedono che sia stabilita una sequenza attendibile dei fatti. A Minna, dunque, l’inchiesta appena avviata dovrà rispondere a una domanda semplice e decisiva: come è stato possibile che 37 persone arrestate vive morissero mentre erano affidate alla custodia di un’istituzione dello Stato?


