Dal 1° al 10 agosto la Nigeria è stata attraversata da proteste pacifiche di massa contro l’aumento del costo della vita e per chiedere la fine della corruzione. Le piattaforme social si sono riempite dell’hashtag #Endbadgovernance, presente anche su morti cartelli in piazza.
La risposta della Polizia nazionale è stata durissima: oltre 1200 arrestati, 146 persone – minorenni compresi, decine dei quali hanno rischiato di finire impiccati – accusate di tradimento e, soprattutto almeno 24 morti: 20 giovani, due bambini e una persona anziana.
Amnesty International ha ricostruito i fatti, producendo pochi giorni fa un rapporto che da quell’agosto di sangue ha tratto il titolo.
Le 24 vittime sono state colpite da proiettili veri esplosi da distanza ravvicinata e diretti al capo o alla parte superiore del tronco: gli agenti di polizia hanno sparato con l’intenzione di uccidere. Altre persone sono state ferite da proiettili mirati agli arti inferiori, altre ancora sono state quasi soffocate dall’enorme quantità di gas lacrimogeni lanciata contro i manifestanti.
La metà dei morti è stata registrata nello stato di Kano; altre tre persone sono state uccise nello stato di Higawa e altrettante in quelli di Borno e Niger; due nello stato di Kaduna e una nello stato di Katsina.
Khalid Aminu è Stato arrestato durante una protesta nello stato di Kaduna: “Mi hanno torturato dal momento dell’arresto e per i 60 giorni successivi, colpendomi con bastoni e cavi metallici e versandomi getti d’acqua addosso. Ancora non mi sono ripreso”, ha raccontato ad Amnesty International.
Nonostante le schiaccianti prove disponibili – racconti dei feriti, testimonianze oculari, referti medici, resoconti dei familiari delle vittime e dei sopravvissuti, fotografie e video – la polizia ha negato ogni coinvolgimento nelle uccisioni, definendole “notizie false” o attribuendo la responsabilità a “uomini armati sconosciuti”.
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