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Analisi

Nigeria, aumenta la richiesta di prestiti economici nonostante i rischi di inflazione

Anche se è scesa dal 22% al 15,9%, i prezzi nei mercati continuano a salire un po' più lentamente rispetto a prima.

ABUJA – Di fronte a una delle congiunture economiche più complesse dell’Africa occidentale, emerge un dato sorprendente: la maggioranza dei cittadini nigeriani preferisce un accesso al credito più economico rispetto alla stabilità dei prezzi, pur sapendo bene che il carovita sta danneggiando l’intera economia. A rivelarlo è l’ultimo Household Expectations Survey (Sondaggio sulle aspettative delle famiglie) pubblicato ad aprile 2026 dalla Central Bank of Nigeria (CBN). Secondo la ricerca, il 60,9% degli intervistati chiede che i tassi d’interesse vengano abbassati. Alla domanda su cosa preferirebbero in uno scenario di crisi, il 50,8% ha scelto senza alcun dubbio di avere prestiti meno costosi, anche a rischio di far salire ulteriormente l’inflazione. Solo il 41,1% ha preferito dare priorità alla lotta contro i prezzi alti, mentre l’8,1% non si è espresso.

La bussola dell’economia: i due concetti chiave

Per capire la gravità di questo bivio, bisogna chiarire di cosa parliamo quando mettiamo sulla bilancia “tassi d’interesse” e “inflazione”.

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Che cos’è il Tasso d’Interesse (o MPR)?

È, molto semplicemente, il “costo del denaro”. Se chiedi un prestito in banca per comprare attrezzature o per pagare un affitto, la banca ti fa pagare un extra per quel servizio. L’MPR è la percentuale decisa dalla Banca Centrale che detta legge: se l’MPR sale, i prestiti diventano carissimi per tutti.

Che cos’è l’Inflazione?

È il ladro invisibile del tuo potere d’acquisto. Non è altro che il ritmo a cui i prezzi aumentano. Se l’anno scorso con 10.000 Naira riempivi un carrello della spesa e oggi, con gli stessi soldi, compri solo mezza spesa, quella differenza l’ha mangiata l’inflazione. Il rapporto tra questi due elementi è il cuore della politica economica. Di solito, la Banca Centrale usa il tasso d’interesse come se fosse il freno di un’automobile. Se i prezzi corrono troppo veloce (alta inflazione), la Banca “schiaccia il freno” alzando i tassi. In questo modo, chiedere prestiti o comprare a rate diventa troppo caro, la gente smette di spendere e i commercianti, per non perdere clienti sono costretti a non alzare più i prezzi.

Il credito come strumento di sopravvivenza

Se la teoria dice che alzare i tassi serve a bloccare i prezzi, perché i nigeriani chiedono di abbassarli? La risposta è che, nella realtà quotidiana, il prestito non è visto come uno strumento per fare grandi investimenti, ma come una scialuppa di salvataggio. In un’economia dove i costi sono già schizzati alle stelle, indebitarsi diventa spesso l’unico modo per pagare le spese mediche, comprare cibo o tenere aperta una piccola bottega. I cittadini sanno che è un rischio: il 66,7% degli intervistati ha infatti ammesso che l’aumento dei prezzi indebolisce il Paese. Ma si trovano in una trappola: chiedono denaro a basso costo per sopravvivere oggi, pur sapendo che domani quei soldi varranno di meno.

I numeri attuali: l’inflazione rallenta, ma i prezzi non scendono

Negli ultimi anni, la Banca Centrale (CBN) ha cercato di gestire questa crisi con manovre molto tecniche. Nel 2024, ad esempio, ha aggiornato il metodo con cui calcola l’inflazione (il cosiddetto “ribasamento” dell’Indice dei Prezzi al Consumo).

Che cos’è l’Indice dei Prezzi al Consumo (CPI)?

Immaginalo come la “lista della spesa” di una famiglia media nigeriana, monitorata mese per mese. Aggiornare questa lista nel 2024 è servito al governo per capire meglio su cosa spendono davvero i soldi le persone oggi (magari più trasporti e telefonia rispetto al passato) e misurare l’inflazione in modo più realistico. Dopo oltre un anno di “freno a mano tirato” per combattere il carovita, a settembre 2025 la Banca Centrale ha fatto una prima, timida concessione, abbassando il tasso d’interesse dal 27,5% al 27%. Questa strategia ha portato a un rallentamento progressivo della corsa dei prezzi, come confermano i dati storici ufficiali della CBN:

– Settembre 2025: il tasso di inflazione si attestava al 22,0%.
– Ottobre 2025: una leggera flessione porta l’indice al 21,0%.
– Maggio 2026: i dati più recenti certificano una discesa fino al15,9%.

Attenzione però alla trappola dei numeri, che spesso confonde i cittadini: perché la vita è ancora cara se l’inflazione scende?

Dire che l’inflazione è scesa dal 22% al 15,9% non significa che i prezzi nei mercati siano diminuiti. Significa solo che i prezzi continuano a salire, ma un po’ più lentamente rispetto a prima. A prima vista, l’esito del sondaggio della Banca Centrale somiglia a un controsenso logico spiazzante: perché più della metà della popolazione preferisce il “denaro facile” se l’effetto collaterale immediato è quello di soffiare sul fuoco del carovita, rendendo il riso, la carne e i trasporti ancora più inaccessibili? La risposta non sta nell’ignoranza economica dei cittadini, ma in una spietata realtà microeconomica che i manuali accademici spesso ignorano: il fattore tempo.

1. L’orizzonte temporale azzerato

Quando una famiglia o un piccolo commerciante si trovano in condizioni di forte stress finanziario, la capacità di pianificare a lungo termine si azzera completamente. L’inflazione è una minaccia percepita come futura, collettiva e astratta. Al contrario, la bolletta scaduta, l’affitto del negozio, i banchi vuoti da rifornire o la tassa scolastica dei figli sono emergenze individuali, tangibili e che scadono oggi. In psicologia economica si chiama “iper-svalutazione del futuro”: se sto affogando adesso, non mi importa se l’aria che mi offri domani sarà leggermente più inquinata; io ho bisogno di respirare in questo preciso istante. Il prestito in banca, o il microcredito informale, smette di essere uno strumento di crescita e diventa pura e semplice respirazione artificiale.

2. Il grande inganno del “denaro facile”

Qui crolla il castello di carte, ed emerge la trappola strutturale in cui il Paese rischia di avvitarsi. Se la Banca Centrale cedesse alla pressione psicologica del mercato e abbassasse i tassi troppo presto, l’illusione di sollievo durerebbe lo spazio di poche settimane. La logica economica è matematica e non fa sconti: se abbassi i tassi, inietti artificialmente una montagna di nuova moneta in un sistema in cui la produzione di beni reali (cibo, energia, servizi) è ferma o limitata. Cosa succede quando più persone, con più soldi in tasca, corrono a comprare la stessa quantità di merci disponibile sui banchi del  mercato? I commercianti alzano i prezzi all’istante per auto-razionare le scorte. Risultato? Una nuova, devastante fiammata inflazionistica che andrebbe a incenerire e divorare proprio il potere d’acquisto di quel denaro ottenuto a buon mercato. Chi ha chiesto il prestito si ritroverebbe con gli stessi debiti da ripagare, ma con una moneta che vale ancora meno di prima.

3. Il vicolo cieco della stabilità

Il vero dramma politico ed economico che questo sondaggio porta alla luce è che non esiste una scelta indolore. Se tieni i tassi alti (il freno tirato), proteggi il valore a lungo termine della moneta e schiacci l’inflazione (come dimostra il calo virtuoso al 15,9% di maggio 2026), ma nel frattempo rischi di soffocare l’economia reale e di far fallire migliaia di piccole imprese che non riescono più a finanziarsi. Se molli il freno per dare popolarità e ossigeno immediato alle famiglie, rischi l’iperinflazione e il collasso del sistema monetario. La leadership economica di Abuja si trova davanti a un bivio morale, prima ancora che tecnico. La fermezza della politica monetaria restrittiva è una medicina amara, impopolare e dolorosa, ma la storia economica insegna che è l’unica via d’uscita strutturale. Curare l’inflazione significa rimettere le fondamenta a una casa che sta crollando; solo quando le fondamenta saranno solide si potrà tornare a parlare di credito sano, tassi bassi e investimenti reali. Tutto il resto è solo un anestetico temporaneo che nasconde il dolore mentre la malattia peggiora.

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