Skip to content
Crisi

Nigeria, il dramma di Makoko: tra macerie e acqua avvelenata

La laguna oggi non è più un luogo dove si vive: è un luogo dove si resiste.

La laguna morta

La laguna di Makoko oggi non è più un luogo dove si vive: è un luogo dove si resiste. L’acqua, che per generazioni ha sostenuto la comunità, è diventata un avversario quotidiano. È torbida, densa, maleodorante. L’odore sale dalla superficie come un vapore acre, entra nei ripari improvvisati, brucia la gola, si attacca ai vestiti. Le famiglie raccontano che non possono più usarla per cucinare, lavare, pulire. Tutto è andato distrutto, con il risultato di avere oggi un’acqua gravemente inquinata e maleodorante, impossibile da utilizzare per qualsiasi attività quotidiana.

Annunci

Demolizioni improvvise, famiglie senza le proprie baracche sull’acqua

Le demolizioni sono arrivate senza preavviso, senza un ordine comprensibile, senza un limite reale. Le autorità avevano parlato di cento metri dalla power line, ma le volontarie di Mater Africa hanno trovato case distrutte a trecento, quattrocento, perfino cinquecentocinquanta metri. Non è stata un’operazione mirata: è stata una rimozione massiva, improvvisa, che ha lasciato centinaia di persone enza un luogo dove ripararsi, senza un punto da cui ricominciare. Molte madri erano al mercato quando gli escavatori sono arrivati. Molti padri erano in laguna a pescare. I bambini, in diversi casi, erano soli in casa. Le demolizioni sono state così rapide che nessuno ha avuto il tempo di salvare nulla: non vestiti, non documenti, non strumenti di lavoro, non cibo.

Le visite istituzionali che passano e se ne vanno

Ieri e oggi alcuni rappresentanti WASH/UNICEF e UNFPA hanno raggiunto l’area per un primo sopralluogo. La loro presenza ha confermato la gravità della situazione. Dalla prossima settimana è prevista una presenza operativa stabile a Makoko, con attività di monitoraggio e supporto sul campo.

Mater Africa resta: volontarie stremate ma protette

MATER AFRICA NGO, sotto il coordinamento di MATER AFRICA ETS in Italia, è rimasta sul terreno. invece è rimasta. È rimasta quando gli escavatori hanno sollevato le prime nuvole di polvere, è rimasta quando le famiglie hanno iniziato a raccogliere pezzi di legno tra le macerie, è rimasta quando la notte ha portato freddo e pioggia. E continuerà a restare. Le volontarie sono allo stremo: dormono poco, mangiano quando possono, si muovono tra macerie, acqua inquinata e famiglie disperate. Eppure restano. Restano perché Mater Africa le ha messe nelle condizioni minime per farlo: assicurazioni, protezioni, turni, ciò che in Nigeria è un lusso assoluto e che quasi nessuna organizzazione locale garantisce. È una scelta che costa, ma è l’unica che permette loro di continuare a lavorare senza essere consumate dall’emergenza. Ogni giorno si alternano, si passano il testimone, si sostengono a vicenda. È un modo per proteggere loro, e attraverso loro, proteggere la comunità.

Pacchi smarriiti, comunità ancora più esposta

In mezzo a tutto questo, anche la catena degli aiuti ha subito colpi inattesi. Alcuni pacchi spediti tramite DHL,  pacchi fondamentali, contenenti materiali sanitari e beni essenziali, risultano oggi smarriti. Non si sa se siano stati rubati, dispersi o semplicemente mai consegnati. È un fatto grave, soprattutto perché riguarda una delle organizzazioni logistiche più note e considerate affidabili al mondo. Per la comunità, ogni scatola persa significa giorni senza medicine, senza garze, senza strumenti minimi per curare i bambini. Nonostante questo, la rete di solidarietà non si ferma. CMM invierà altri 40 kg di medicinali prima dell’installazione della tenda di soccorso, così che l’unità medica possa essere operativa dal primo giorno con ciò che serve davvero: antibiotici, antipiretici, materiale sterile, soluzioni reidratanti, tutto ciò che può fare la differenza tra una ferita curata e un’infezione che avanza.

Le famiglie incontrate: volti, voci, vite sospese

Le famiglie che abbiamo incontrato in questi giorni non sono numeri: sono storie che si intrecciano tra macerie, acqua sporca e ripari improvvisati.
C’è la vedova che vive con quattro figli in un makeshift che trema a ogni folata di vento; quando piove, stringe i bambini a sé per non farli bagnare.
C’è la madre che ha perso tutto mentre affumicava il pesce da vendere: ora passa le giornate seduta su una tavola di legno, guardando il punto esatto dove sorgeva la sua casa. C’è il pescatore che ha visto bruciare la barca con cui manteneva la famiglia, e che oggi non sa come sfamare i figli.
C’è la donna che ha perso due case, una dopo l’altra, e che ora vive in uno spazio così piccolo che i bambini dormono seduti. C’è la famiglia che dorme all’aperto perché non ha nemmeno un telo da appendere; quella che vive accalcata in una stanza di parenti, dove la notte si dorme a turno perché non c’è spazio per tutti; quella che ha perso documenti, vestiti, strumenti di lavoro, ricordi. Una madre ci ha mostrato il punto dove il figlio di sei anni è morto nel caos delle demolizioni: parla con voce calma, come se il dolore fosse troppo grande per trovare parole.

Ogni visita è un frammento di una storia più grande: donne che cercano di cucinare con pentole recuperate tra le macerie, bambini che giocano nel fango perché non hanno più una scuola, anziani che guardano la laguna come se cercassero un tempo che non tornerà. Ogni famiglia ha perso qualcosa di diverso, ma tutte hanno perso la stessa cosa: la possibilità di vivere con dignità.

Makeshift: ripari che non proteggono

Le famiglie vivono oggi in makeshift, ripari improvvisati nati dal nulla: assi bagnate recuperate tra le macerie, teli di plastica strappati dal vento, pezzi di lamiera piegata che non tengono né la pioggia né il freddo. Sono strutture fragili, costruite con ciò che resta di una vita distrutta, e ogni notte ricordano a chi ci dorme dentro che non sono un riparo, ma una tregua precaria.

Quando piove, l’acqua entra da ogni lato; quando soffia il vento, tutto trema; quando cala la notte, il freddo passa attraverso le fessure come una lama.

Il lavoro scompare, la sopravvivenza resta

La pesca è bloccata. Le donne che affumicavano pesce hanno perso forni, legna, spazi di produzione. Chi aveva un piccolo bar, un kiosk, un banco al mercato, ha visto tutto crollare insieme alla casa. Il reddito è sceso a zero. Le famiglie sopravvivono con gli ultimi risparmi, ormai finiti. La fame cresce. Molti bambini mangiano una sola volta al giorno.

Emergenza sanitaria crescente

La situazione sanitaria peggiora ogni giorno. Bambini con febbre, tosse, infezioni della pelle. Donne incinte che dormono su assi bagnate. Anziani che non riescono più a camminare tra le macerie. Testimonianze di gas lacrimogeni sparati contro chi cercava di salvare i propri beni. Persone svenute, soccorse dai vicini. Neonati avvolti in teli troppo sottili per proteggerli dal freddo.

La scuola non esiste più

I bambini non frequentano da settimane. Alcuni erano in pieno periodo di esami. Altri avevano appena iniziato l’anno. Ora passano le giornate nei makeshift, seduti su assi di legno, guardando l’acqua che scorre sotto le case distrutte.

Una comunità che resiste

Eppure, in mezzo a tutto questo, la comunità resiste. Resiste con dignità, con una forza che non si può descrivere. Le famiglie non chiedono privilegi: chiedono un riparo, un pasto, cure mediche, la possibilità di mandare i figli a scuola. Chiedono ciò che dovrebbe essere garantito a chiunque.

Zero euro raccolti oggi

Oggi, nonostante la gravità della situazione e la presenza di oltre trenta famiglie sfollate, la raccolta tramite i media è stata pari a 0 euro.
Mater Africa resta l’unica presenza costante sul terreno: continuiamo a provarci, continuiamo a esserci.
Molte famiglie, almeno quelle che hanno un conto corrente, perché sanno leggere e scrivere e hanno potuto aprirne uno, ci hanno consegnato i loro dati. Vorremmo poter inviare loro un piccolo sostegno diretto, perché oggi non hanno più nulla.

Mater Africa ETS
IBAN: IT04D0503410100000000041770

 

Annunci
MakokoNigeria
Leggi anche
Torna su
No results found...