Nigeria, a 55 anni dalla fine della guerra civile, non ha ancora perdonato i Ndigbo. È questa la denuncia del maggiore generale in pensione Ijioma Nwokoro Ijioma, intervenuto come ospite principale al town hall virtuale organizzato da “Ikengaonline“. Secondo Ijioma, l’integrazione promessa al termine del conflitto del Biafra non si è mai pienamente realizzata. Il principio di “nessun vincitore, nessun vinto” sarebbe rimasto lettera morta, mentre la realtà dei fatti mostrerebbe una persistente marginalizzazione politica, economica e culturale del popolo igbo.
Per il generale, lo Stato nigeriano continua a trattare i Ndigbo come “nemici sconfitti”, nonostante il loro impegno costante per l’unità nazionale. “Nigeria è ancora in guerra con i Ndigbo”, ha affermato con amarezza, aggiungendo che la loro esclusione sistematica si riflette in ogni ambito della vita pubblica: dalla scarsa rappresentanza ai vertici politici e militari, fino alla difficoltà di accedere alla presidenza della Repubblica, negata da oltre mezzo secolo.
55 years after Biafra, Nigeria yet to forgive Ndigbo – Gen. Ijioma https://t.co/J7nnlzm2ZW pic.twitter.com/NtaBNhotcC
— Ikenga Media & Cultural Awareness Initiative (@IkengaOfficial) August 1, 2025
Analizzando la distribuzione del potere in epoca democratica e militare, Ijioma ha evidenziato un’esclusione di fatto della componente igbo: dagli otto anni di Obasanjo (Yoruba), ai sei di Jonathan (Ijaw), fino agli otto di Buhari (Hausa) e all’attuale presidenza di Tinubu, anch’egli Yoruba, che potrebbe estendersi fino al 2031. In questo scenario, i Ndigbo rimarrebbero esclusi dalla guida del Paese per un totale di 38 anni.
Ijioma ha inoltre criticato duramente l’élite politica igbo e in particolare i governatori del Sud-Est, accusati di debolezza, frammentazione e mancanza di una visione comune. Secondo lui, la divisione interna e l’inseguimento di interessi individuali hanno indebolito il peso politico del Sud-Est, in passato più influente grazie alla compattezza nel Partito Democratico Popolare (PDP), oggi diluito tra APC, PDP, Labour e APGA.
Ha quindi tracciato una lettura storica dell’evoluzione politica igbo in Nigeria: l’età d’oro tra il 1956 e il 1966, un relativo coinvolgimento tra il 1979 e il 1993, una fase di occasioni mancate tra il 1999 e il 2014 e infine il declino e la marginalizzazione totale dal 2015 ad oggi, sotto l’egida dell’APC. Un’epoca che Ijioma definisce “la più vergognosa nella storia politica dei Ndigbo”.
Tra le proposte per invertire questa tendenza, il generale ha invocato l’unità del popolo igbo, una profonda revisione dei valori e una maggiore responsabilizzazione dell’elettorato. Ha sottolineato l’urgenza di selezionare una classe dirigente degna e di superare la passività delle masse, che troppo spesso si accontentano di leader privi di integrità. Solo così, sostiene, i Ndigbo potranno riprendere un ruolo centrale nel progetto nazionale e puntare a una candidatura presidenziale credibile già nel 2027.
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APPROFONDIMENTO:
IL CONFLITTO DEL BIAFRA (1967–1970)
Una ferita ancora aperta nella memoria nigerianaNel 1967, la regione sud-orientale della Nigeria, abitata in prevalenza dal popolo igbo, dichiarò la propria indipendenza con il nome di “Repubblica del Biafra”, guidata dal colonnello Odumegwu Ojukwu. La secessione fu la risposta a tensioni etniche, persecuzioni e instabilità politica successive all’indipendenza nigeriana del 1960.
Ne seguì una guerra civile sanguinosa, durata fino al 1970, in cui morirono tra uno e due milioni di persone, molte per fame e malattie causate dal blocco imposto al Biafra. Le immagini della carestia divennero simbolo della crisi umanitaria e influenzarono profondamente l’opinione pubblica mondiale.
Alla fine del conflitto, il governo centrale proclamò una riconciliazione nazionale con lo slogan “Nessun vincitore, nessun vinto”, reintegrando formalmente il territorio ribelle. Tuttavia, molti osservatori e membri della comunità igbo ritengono che quella promessa non sia mai stata pienamente realizzata. La denuncia del generale Ijioma si inserisce in questa lunga e dolorosa eredità storica.


