Ogni argomento riguardante i cittadini nigeriani e il loro stile di vita è interconnesso. Quando se ne affronta uno in particolare, si tende a scoprirne altre complessità. In Nigeria, l’oscurità arriva raramente in silenzio. Spesso inizia con un tremolio. Le luci si affievoliscono una prima volta, poi una seconda e infine tutto diventa completamente buio. I ventilatori si fermano lentamente, i televisori si spengono mentre un coro di lamenti si alza da case, negozi e uffici. Qualcuno immancabilmente annuncia ciò che tutti sanno già, “La NEPA ha tolto la luce.” Questa frase è entrata a far parte del vocabolario culturale della Nigeria. Per decenni è stata usata per descrivere l’improvvisa interruzione di corrente, anche se la National Electric Power Authority, comunemente nota come NEPA, non esiste più nella sua forma originaria. I blackout elettrici interrompono quasi ogni aspetto della vita quotidiana, dalle case, in cui i frigoriferi si fermano, i telefoni smettono di ricaricarsi e il calore diventa immediatamente percepibile, agli uffici, alle bancarelle e alle piccole imprese dove i computer si spengono o il lavoro si blocca finché non si trovano fonti di energia alternative.
“Immagina di andare a prendere del pollo in un piccolo centro commerciale e ti dicono che sono chiusi alle 11:00 perché non c’è corrente per far funzionare le attività. Che ne è dei tuoi piani per il pasto a quell’ora?” Per molti nigeriani, l’interruzione di corrente in sé è quasi prevista. Ciò che è imprevedibile è quanto durerà. Alcuni blackout durano minuti. Altri si prolungano per giorni o addirittura settimane. Questa incertezza costringe individui, famiglie e imprese a organizzare la propria vita attorno alla possibilità del buio. Le famiglie tengono spesso a portata di mano lampade ricaricabili, power bank e candele. I telefoni vengono messi in carica ogni volta che l’elettricità ritorna brevemente, anche se le batterie sono solo a metà. I bambini imparano a finire i compiti in fretta prima del blackout successivo. I pasti vengono talvolta pianificati in base alla disponibilità di elettricità per cucinare o conservare il cibo. Nelle aree urbane, dopo un’interruzione di corrente, un silenzio improvviso aleggia per un momento e, nel giro di pochi minuti, si sviluppa una sequenza familiare nei quartieri. Questa sequenza ha dato vita a ciò che molti definiscono scherzosamente il “gospel del generatore”. Mentre un generatore tossisce prendendo vita, un altro lo segue. Presto l’intera strada si riempie del ronzio stratificato di piccoli motori che competono tra loro nel buio. Ciò che inizia come un disagio si trasforma rapidamente in routine. La frase “gospel del generatore” racchiude una consapevolezza condivisa: quando le luci si spengono, la salvezza arriva dal piccolo motore all’esterno. E con il suono dei generatori ronzanti, arrivano gli infiniti colpi alla porta. Vicini del proprio complesso o persino persone provenienti dalla via più lontana con lunghe prolunghe per la carica, carichi di gadget e pile di caricabatterie imballati insieme o appesi al collo. Si diventa il salvatore, il cui vangelo è giunto alle orecchie dei meno avvantaggiati. Alcuni trovano fastidioso dover rispondere continuamente alla porta e raccogliere un altro gadget da mettere in carica, oppure provano fastidio per quel vicino che ha dimenticato di mettere il telefono in silenzio e ora una chiamata in arrivo continua a disturbare. I nigeriani hanno anche costruito routine attorno ai problemi della fornitura di elettricità e molti trovano un’occupazione grazie alle opportunità create dai generatori. I meccanici si specializzano nella loro riparazione, i mercati vendono pezzi di ricambio e taniche di carburante. La Nigeria è la più grande economia dell’Africa e una delle nazioni più popolose, eppure una fornitura di energia affidabile rimane un miraggio. Nonostante decenni di riforme, investimenti e dibattiti politici, la rete nazionale continua a lottare con interruzioni, capacità limitata e distribuzione disomogenea. Di conseguenza, famiglie e imprese hanno costruito un proprio sistema energetico parallelo, alimentato a benzina e diesel. In pratica, i nigeriani hanno privatizzato l’elettricità. Quando individui e imprese diventano esperti nel produrre la propria elettricità, la pressione sulle istituzioni pubbliche affinché forniscano energia affidabile potrebbe indebolirsi. Il generatore, però, risolve il problema immediato, ma non quello strutturale. Il generatore sarà anche diventato un simbolo di resilienza, ma non è privo di conseguenze, poiché le ripercussioni economiche e sanitarie sono piuttosto significative. Le aziende in Nigeria spendono in generale per l’energia autoprodotta più di quanto spenderebbero per una pubblica elettricità affidabile, aumentando i costi di produzione e, di conseguenza, l’ammontare dei prezzi. Per le piccole imprese che stanno già affrontando l’inflazione e catene di approvvigionamento instabili, il costo del carburante può determinare la sopravvivenza o meno di un’attività. Ci sono poi preoccupazioni ambientali e sanitarie, poiché l’uso diffuso di generatori a benzina e diesel contribuisce all’inquinamento atmosferico e alle emissioni di carbonio. Nelle aree residenziali densamente popolate, i fumi dei generatori filtrano attraverso le finestre aperte. L’inquinamento acustico è costante e, anche nelle ore tranquille della notte, il costante ronzio meccanico scompare raramente del tutto. Tuttavia, ogni volta che le luci tremolano e scompaiono, i nigeriani compiono lo stesso rituale. Si versa il carburante, si tira la corda di avviamento e il motore borbotta. Ma, sotto l’umorismo e l’adattamento, si cela una tranquilla aspettativa condivisa da molti cittadini, che un giorno la frase “la Nepa ha tolto la luce” o “viva la NEPA” perderà la sua rilevanza. Fino al ritorno della corrente, il gospel continua a predicare.


