Le proteste della Generazione Z arrivano anche in Nigeria.
“Porta un cartello, un fazzoletto, una bottiglia d’acqua, un panno o un nastro bianco e la bandiera nigeriana. Codice di abbigliamento bianco e nero”, dice così il post della Z Generation che lunedì scorso in anticipo è scesa in piazza in anticipo sulle programmate proteste con contro il governo previste per domani 1 agosto.
Il 29 luglio, diverse centinaia di manifestanti hanno marciato lungo la superstrada Abuja-Kaduna a Suleja LGA nello Stato del Niger, esprimendo il loro malcontento per le difficoltà economiche. Hanno portato cartelli con messaggi come “Quando è troppo è troppo” e hanno scandito slogan antigovernativi. La protesta è stata confermata da testimoni oculari e dalle forze dell’ordine.
Dopo il Kenya e l’Uganda, la Nigeria si sta preparando a diventare il terzo hotspot per le proteste della Gen Z. I giovani nigeriani si stanno organizzando con l’hashtag #EndBadGovernance. Le autorità nigeriane stanno facendo tutto il possibile per evitare che proteste arrivino a replicare lo “stile kenya”.
Il presidente Tinubu è stato dichiarato vincitore delle elezioni presidenziali nigeriane del 25 febbraio dopo aver battuto altri due candidati di spicco.
È entrato in carica sullo sfondo di una nazione spaccata e di un’economia da tempo malata.
Potrà se non fermare almeno gestire l’ondata di proteste che si sta facendo strada attraverso l’Africa?
In Nigeria, i ragazzi della Z Generation vogliono fare pressione sul governo per porre fine al sussidio che hanno definito “truffa”.
Chiedono che i prezzi del carburante scendano al di sotto di 300 Naira al litro, la reintroduzione di sussidi all’istruzione e il ripristino delle tariffe elettriche a tariffe accessibili.
Gli slogan della protesta anticipata chiedono la riduzione degli stipendi e delle indennità di tutti i rappresentanti della Camera, compresi i senatori e l’oratore, e l’istituzione di un fondo di emergenza per sostenere le piccole attività locali.
I principali motivi di protesta della GenZ nigeriana sono:
– L’aumento del costo della vita e l’inflazione che sta erodendo la loro capacità di spesa, i manifestanti hanno esposto cartelli con slogan come “basta tasse” e “non siamo schiavi”, chiedendo il ripristino dei sussidi per il carburante
– Il malgoverno e la crisi economica che hanno radici profonde, non solo nell’attuale amministrazione, ma in anni di prebende, politica populista, corruzione e mala gestione della cosa pubblica.
– La brutalità politica, come dimostrato dalle proteste #EndSARS nell’ottobre 2020 che si conclusero con uno spargimento di sangue attribuito dai manifestanti a soldati e polizia.
Il governo, preoccupato per la crescente insoddisfazione, ha lanciato appelli per evitare le manifestazioni, mentre la crisi economica continua a erodere la fiducia nei leader politici.
Non siamo di fronte alla ennesima rivolta etnico-politica e nemmeno di fronte a un tentativo di destabilizzazione golpista: siamo davanti alla ribellione di un’intera generazione che vede messo a repentaglio il proprio futuro .


