LAGOS – Un recente comunicato ufficiale firmato dal portavoce del gruppo separatista Indigenous People of Biafra (IPOB), Emma Powerful, e ripreso dai principali organi di stampa nigeriani, tra cui The Guardian Nigeria, ha acceso i riflettori su una serie di incontri diplomatici internazionali avviati dal movimento per promuovere la causa della restaurazione dell’indipendenza del Biafra. Al centro di questa campagna si colloca la recente missione di una delegazione dell’IPOB a Gerusalemme, dove ha avuto luogo un confronto istituzionale definito “storico” con alcuni membri di alto livello del parlamento israeliano, la Knesset. Nello specifico, i rappresentanti separatisti hanno incontrato il vicepresidente della Knesset, Nissim Vaturi, e la vicepresidente nonché membro della Commissione per gli Affari Esteri e la Sicurezza, Limor Son Har-Melech. Nel comunicato diffuso sabato, Emma Powerful ha espresso profonda gratitudine ai due esponenti politici per la disponibilità al dialogo e per quella che è stata definita una “ricezione produttiva”, considerata dal movimento un passo molto importante per accrescere la visibilità della causa biafrana. Il movimento indipendentista, rappresentato oggi principalmente dall’IPOB, persegue come traguardo fondamentale la secessione dalla Nigeria e la restaurazione della Repubblica del Biafra, lo stato sovrano indipendente esistito tra il 1967 e il 1970. Le rivendicazioni poggiano su pilastri ben definiti, a partire dall’obiettivo formale di ottenere un referendum supervisionato a livello internazionale, ad esempio sotto l’egida dell’ONU, che consenta alla popolazione del sud-est della Nigeria di esprimersi liberamente sulla propria sovranità. A ciò si aggiunge la denuncia di un’emarginazione politica ed economica sistematica della regione, abitata prevalentemente dal gruppo Igbo, da parte del governo federale nigeriano, con accuse di discriminazione nell’accesso alle risorse pubbliche, agli investimenti e alle cariche istituzionali. Il movimento punta inoltre alla salvaguardia dell’identità culturale, della lingua e del patrimonio delle popolazioni locali, evidenziando al contempo una grave situazione di insicurezza legata a tensioni etniche e territoriali che il potere centrale non riuscirebbe a gestire adeguatamente. La spinta diplomatica dell’IPOB verso l’estero affonda le radici in un quadro storico e identitario complesso. La richiesta di indipendenza richiama inevitabilmente la sanguinosa guerra civile nigeriana del periodo tra il 1967 e il 1970, nata in seguito alla prima dichiarazione di secessione del Biafra e conclusasi con la sconfitta dei separatisti e centinaia di migliaia di morti, in gran parte causate dalla fame. Per il governo di Abuja, l’unità territoriale della Nigeria è un principio inviolabile, motivo per cui l’IPOB e gli altri gruppi separatisti sono considerati organizzazioni fuorilegge e associate ad attività sovversive. Sebbene l’incontro con i parlamentari israeliani venga celebrato dai separatisti come un grande successo per consolidare la propria narrazione e cercare sponde e riconoscimento morale in Medio Oriente e in Occidente, la questione continua a generare forti tensioni sul piano geopolitico interno. Il dialogo instaurato da alcuni esponenti politici israeliani con la delegazione dell’IPOB trova spiegazione in molteplici fattori storici, politici e identitari. All’interno del movimento, e specie tra la popolazione di etnia Igbo, è radicata la convinzione di discendere da una delle tribù perdute di Israele, con molti attivisti che sottolineano una profonda vicinanza religiosa e culturale, testimoniata da pratiche ebraiche e dalla presenza di sinagoghe locali, che vedono nello Stato d’Israele un punto di riferimento spirituale e un’ispirazione per la propria lotta di emancipazione. Inoltre, l’IPOB descrive spesso la causa del Biafra come una battaglia di sopravvivenza per i giudeo-cristiani e le minoranze vulnerabili perseguitate in Nigeria. A ciò si aggiungono precedenti storici risalenti alla stessa guerra civile del Biafra, quando l’opinione pubblica e una parte del parlamento israeliano mostrarono una forte simpatia per la causa, spingendo per aiuti umanitari e forniture in soccorso della popolazione Igbo stremata dal conflitto. Va comunque sottolineato che l’incontro alla Knesset è avvenuto su iniziativa di singoli parlamentari e non riflette una svolta o un riconoscimento formale nella politica estera ufficiale dello Stato d’Israele, che mantiene normali relazioni diplomatiche e statali con il governo federale di Abuja, adottando al contempo una linea di estrema prudenza nei confronti di movimenti separatisti che Abuja considera fuorilegge.


