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Analisi

Nigeria, l’inflazione svuota il carrello della spesa

Lo stesso identico paniere di spesa acquistato nel 2020 e poi nel 2026 è passato da 25.225 naira a 147.050 naira. Un aumento del 582%

Abuja – C’è un modo molto semplice per capire cosa sta succedendo davvero a un’economia: non partire dai numeri ufficiali, ma osservare il comportamento delle famiglie. È quella che gli economisti chiamano economia reale, cioè la vita quotidiana fatta di stipendi, acquisti, rinunce e scelte concrete. In Nigeria, negli ultimi anni, questa dimensione racconta una storia chiara: milioni di persone hanno cambiato abitudini senza bisogno di leggere report economici. Comprano meno, sostituiscono prodotti, rinunciano a ciò che prima era normale. Questo è quasi sempre il primo segnale di un deterioramento del potere d’acquisto.

Eppure, se si guarda agli indicatori più utilizzati per confrontare il costo della vita tra Paesi, il quadro appare sorprendentemente stabile. Secondo l’indice dei generi alimentari di Numbeo, una piattaforma internazionale che raccoglie dati sul costo della vita a livello globale, la Nigeria è passata da 30,4 nel 2020 a 30,6 nel 2025.
Quando parliamo di “indici dei prezzi” intendiamo numeri costruiti per dare una misura rapida e comprensibile di quanto costano le cose in un Paese rispetto ad altri. Questi indici non mostrano i prezzi reali dei prodotti, ma confrontano un insieme di prezzi tra Paesi; in pratica è come dire “se a New York lo stesso carrello costa 100, qui costa X”. Serve per confrontare nazioni, non per dire quanto un singolo cittadino paga davvero per fare la spesa.
Una variazione minima come quella osservata potrebbe far pensare che i prezzi non siano cambiati in modo sostanziale. Ma il punto è proprio questo: quel numero non racconta fino in fondo ciò che accade nella vita quotidiana.
Per comprendere davvero la situazione bisogna cambiare prospettiva. Non chiedersi soltanto “quanto sono aumentati i prezzi”, ma “quanto incidono oggi sui redditi”. È qui che emerge la frattura. Un contenuto diventato virale sui social, pubblicato da Olabode Ifeanyi, un analista economico nigeriano attivo su X (ex Twitter), noto per i suoi interventi sul costo della vita, ha reso evidente questo squilibrio con un esempio concreto: lo stesso identico paniere di spesa acquistato nel 2020 e poi nel 2026.
Il risultato è difficile da ignorare: da 25.225 naira a 147.050 naira. Un aumento del 582%. Non si tratta di una simulazione teorica, ma di una rappresentazione molto vicina all’esperienza quotidiana. Ed è proprio questo tipo di confronto che aiuta a capire perché molte persone percepiscano un impoverimento netto, anche quando alcuni indicatori sembrano suggerire il contrario.
La verità è che gli indici relativi funzionano bene per confrontare Paesi tra loro, ma molto meno per descrivere cosa succede all’interno di un’economia quando i redditi non tengono il passo con i prezzi. In altre parole, possono indicare una posizione in una classifica globale, ma non dicono se una famiglia riesce ancora a fare la spesa con serenità.
Negli ultimi anni, il problema in Nigeria non è stato solo l’aumento dei prezzi, ma la loro concentrazione sui beni essenziali. E quando a salire sono proprio i prodotti di base, l’impatto è immediato e diffuso. I dati del National Bureau of Statistics mostrano chiaramente che l’aumento ha colpito il cuore della dieta quotidiana.
Gli ignami o yam (tuberi) hanno registrato gli incrementi più marcati. Le uova, il pesce gatto fresco — una fonte proteica molto diffusa nel Paese — e i fagioli sono diventati progressivamente più costosi. Lo stesso vale per prodotti fondamentali come olio vegetale, farina di grano, cipolle, carne bovina e olio di palma. Il riso, sia locale che importato, ha seguito la stessa traiettoria, diventando sempre meno accessibile.
Anche dove gli aumenti sono stati più contenuti in termini percentuali, il risultato finale non cambia molto: pomodori freschi, garri bianco e garri giallo costano oggi più del doppio rispetto a pochi anni fa. Il pollo congelato, pur essendo tra i meno colpiti in termini relativi, è comunque aumentato abbastanza da incidere sulle scelte alimentari. In sostanza, non esiste più una categoria “protetta”: tutto ciò che è essenziale è diventato più caro.
Questo tipo di inflazione è particolarmente insidioso perché lascia pochi margini di adattamento. Non si tratta di rinunciare a beni superflui, ma di fare compromessi su ciò che è necessario. Ed è proprio questo che spinge le famiglie a destinare una quota crescente del proprio reddito ai bisogni primari.
Se si amplia lo sguardo al contesto africano, emerge un altro elemento interessante. Con un punteggio di 30,6, la Nigeria si colloca a metà classifica: 14° posto su 24 Paesi analizzati. È più cara rispetto a Kenya, Botswana e Sudafrica, ma meno rispetto a Etiopia, Repubblica Democratica del Congo e Senegal.
A prima vista, potrebbe sembrare una posizione equilibrata. Ma anche questo dato va interpretato con cautela: essere “a metà” non significa che il sistema sia sostenibile. Significa soltanto che altri Paesi stanno vivendo dinamiche simili o persino più difficili. Il vero nodo resta interno: il rapporto tra prezzi e redditi.
Per capire perché i prezzi siano saliti così tanto, bisogna guardare alla struttura dei costi. Negli ultimi cinque anni, uno dei fattori più determinanti è stato l’aumento dell’energia. Il gas da cucina e il carburante non sono semplici voci di spesa: sono elementi chiave per il funzionamento dell’intera economia. Quando aumentano, tutto il resto segue. Trasportare beni costa di più, conservarli costa di più, produrli costa di più. E alla fine, il conto si trasferisce sul consumatore. In Nigeria, il prezzo del gas da cucina da 5 kg è cresciuto di circa il 178%, mentre la benzina ha registrato un aumento di circa il 541%. Numeri che aiutano a spiegare perché ogni prodotto sugli scaffali oggi abbia un prezzo significativamente più alto.
A questo si aggiunge un altro elemento cruciale: i salari. Mentre i prezzi aumentavano rapidamente, i redditi sono rimasti sostanzialmente fermi. Questo squilibrio è il vero motore della crisi del costo della vita. Non è solo una questione di inflazione, ma di mancato adeguamento dei redditi a un nuovo livello dei prezzi.
Alcuni indicatori ufficiali, inoltre, possono generare una percezione fuorviante. Verso la fine del 2025, ad esempio, l’inflazione ha mostrato un calo significativo. Tuttavia, questo risultato è stato in gran parte dovuto a una revisione metodologica, legata al ricalcolo dell’indice dei prezzi al consumo, e non a una reale diminuzione dei prezzi.
Non sorprende quindi che, nonostante dati apparentemente più rassicuranti, la percezione delle famiglie resti negativa. Perché ciò che conta, nella vita quotidiana, non è la variazione percentuale dell’inflazione, ma il prezzo effettivo pagato ogni giorno.
Le riforme economiche introdotte nel 2023 — tra cui la liberalizzazione del tasso di cambio del naira e la rimozione dei sussidi — avevano l’obiettivo di ristabilire un equilibrio macroeconomico nel medio-lungo periodo. Dal punto di vista teorico, erano difficili da evitare. Ma nel breve termine hanno avuto un effetto immediato: un aumento generalizzato dei prezzi, che ha reso più difficile l’accesso a beni fondamentali come cibo, energia e trasporti.
Il risultato è una situazione in cui gli indicatori raccontano una storia e le persone ne vivono un’altra. Non si tratta di un errore nei dati, ma di una differenza di prospettiva. Gli indici misurano, le famiglie reagiscono.
E quando milioni di persone iniziano a cambiare ciò che mettono nel piatto, significa che qualcosa, nell’economia reale, è già cambiato in profondità.
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