La situazione di Makoko continua a rappresentare uno dei casi più emblematici di vulnerabilità urbana in Africa occidentale. Non si tratta di un’emergenza improvvisa, ma del risultato di un accumulo di criticità che negli anni non hanno trovato risposte adeguate. L’assenza di servizi essenziali, la fragilità sanitaria, la mancanza di infrastrutture e la totale assenza di sistemi di protezione sociale hanno creato un contesto in cui ogni nuova crisi – sanitaria, ambientale o sociale – si innesta su un terreno già compromesso.
Makoko è una comunità che vive sospesa tra acqua e terra, tra informalità e invisibilità istituzionale. Le famiglie si muovono in un equilibrio precario, sostenute da reti comunitarie che suppliscono a ciò che dovrebbe essere garantito dalle istituzioni. L’accesso all’acqua potabile è limitato, i servizi igienici sono pressoché inesistenti, e il rischio di epidemie è costante. Le donne e i bambini sono i più esposti, sia dal punto di vista sanitario che sociale.
Nel corso degli anni, diverse agenzie internazionali hanno effettuato sopralluoghi, missioni di valutazione e raccolte dati. Questi interventi hanno permesso di documentare la situazione, ma raramente si sono tradotti in una presenza continuativa sul territorio. Le comunità sono state ascoltate, fotografate, mappate. Tuttavia, dopo ogni visita, la quotidianità è tornata a scorrere senza cambiamenti sostanziali. La sensazione diffusa è quella di essere osservati, ma non accompagnati.
Negli ultimi giorni sono emersi segnali che potrebbero indicare un cambio di passo. Dalla prossima settimana è prevista una presenza operativa di UNICEF a Makoko, con attività sul campo orientate al monitoraggio e al supporto diretto. Si tratta di un’evoluzione significativa, che potrebbe rappresentare l’inizio di un approccio più stabile. Tuttavia, sarà necessario attendere ulteriori dettagli per comprendere la portata effettiva di questo intervento e la sua continuità nel tempo.
In questo quadro si inserisce la proposta di Mater Africa, che punta a costruire un modello di intervento radicato, trasparente e continuativo. L’obiettivo non è sostituirsi alle istituzioni o alle agenzie internazionali, ma affiancarle con un approccio quotidiano, costruito insieme ai residenti. La forza di un intervento efficace, in un contesto come Makoko, risiede nella capacità di essere presenti, di ascoltare, di adattarsi e di restare. Non bastano azioni episodiche: serve una strategia che tenga insieme emergenza e sviluppo, protezione e prevenzione.
Makoko non ha bisogno di un altro sopralluogo isolato. Ha bisogno di continuità, di responsabilità condivisa, di un impegno che non si esaurisca con la fine dell’emergenza. Gli sviluppi delle prossime settimane permetteranno di capire se si sta aprendo una fase nuova, in cui la comunità potrà finalmente contare su una presenza stabile e su un percorso di supporto più strutturato.


