Makoko non è un titolo da giornale. È un luogo reale, fatto di persone che oggi vivono tra macerie, freddo e paura.
Le demolizioni delle ultime settimane hanno lasciato dietro di sé non solo case distrutte, ma famiglie intere sospese nel nulla, senza riparo, senza cibo, senza una risposta concreta.
Mentre le istituzioni discutono e le grandi agenzie internazionali continuano a riunirsi, qui la vita quotidiana è diventata una lotta per sopravvivere.
Case demolite oltre i limiti dichiarati
Molte abitazioni erano ben oltre i 100 metri indicati come fascia di sicurezza.
Alcune addirittura a 400–500 metri.
Eppure sono state abbattute lo stesso, senza alternative, senza un piano, senza una sola tenda pronta ad accogliere chi restava senza nulla.
Le famiglie incontrate: nove storie che raccontano una sola verità
Nei giorni scorsi abbiamo raccolto diverse testimonianze sul campo.
Questi non sono casi isolati: sono il ritratto fedele di ciò che sta vivendo l’intera comunità.
Macelin ha perso quattro case e la sua attività. Ha salvato solo i figli. Una bambina è malata e non può permettersi le cure.
Sunday vive in una struttura improvvisata con un neonato di due mesi che trema di freddo.
Wusu e il marito hanno trovato i figli soli mentre la casa veniva abbattuta. Ora sopravvivono con gli ultimi spiccioli.
Mary, incinta, dorme su assi di legno bagnate.
Matelle, anche lei incinta, è stata colpita dal gas lacrimogeno mentre cercava di salvare i suoi beni.
Mary, vedova, ha perso tutto due volte: prima nella demolizione, poi nel furto dei pochi oggetti recuperati.
Ogni famiglia ha perso la casa, il lavoro, la sicurezza, la dignità.
Tutte chiedono le stesse cose: un riparo, cibo, cure mediche, materiali scolastici per i bambini.
Bambini allo sbaraglio
I bambini sono i più colpiti.
Dormono al freddo, non mangiano abbastanza, non hanno più uniformi né zaini.
L’igiene è praticamente inesistente: acqua sporca, nessun bagno, nessuna protezione.
È una bomba sanitaria pronta a esplodere.
L’attesa che logora
Le famiglie aspettano.
Aspettano che qualcuno arrivi.
Aspettano che le promesse si trasformino in azioni.
Aspettano che le riunioni diventino aiuti reali.
Makoko non può più aspettare.
Il silenzio dei media italiani
In tutto questo, colpisce un’assenza: quella dell’informazione italiana.
Mentre un’ ETS italiana opera sul campo, porta aiuti, documenta, ascolta e interviene, nessuna grande testata nazionale ha ritenuto di raccontarlo.
Nessun collegamento, nessuna intervista, nessun approfondimento.
Eppure l’Italia è presente.
Eppure gli italiani stanno aiutando.
Ma se il racconto non passa, il Paese non vede.
E se il Paese non vede, l’impegno civile resta invisibile proprio quando servirebbe più luce, non più silenzio.
Questa non è una crisi locale
È una crisi umanitaria.
E come tale va affrontata: con urgenza, con presenza, con responsabilità.
Le famiglie non chiedono miracoli.
Chiedono solo di poter ricominciare.
Per sostenere gli interventi in corso
Associazione Mater Africa ETS
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