ABUJA – La sicurezza dell’Africa Occidentale è giunta a un punto di non ritorno. Al termine di un vertice di sicurezza durato diversi giorni in Sierra Leone (febbraio 2026), i capi militari dell’ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) hanno formalizzato l’attivazione della loro Forza di Standby (ESF). Il piano, ambizioso quanto urgente, prevede la mobilitazione di un contingente iniziale di 2.000 soldati entro la fine del 2026. Tuttavia, un’analisi critica suggerisce che questa mossa sia tanto un atto di necessità militare quanto un tentativo di riaffermare la rilevanza politica di un’organizzazione messa a dura prova dalle recenti defezioni. Il quadro delineato dai dati del Center for Democracy and Development è agghiacciante: nel solo semestre gennaio-giugno 2025, la regione ha registrato 12.964 vittime legate ai conflitti in oltre 5.900 incidenti. La geografia del terrore si è evoluta: i gruppi armati non si limitano più alle zone rurali trascurate dai governi, ma puntano ai simboli dello Stato. L’audacia dei jihadisti ha raggiunto l’apice il 29 gennaio 2026, con lo scioccante attacco all’aeroporto internazionale di Niamey, in Niger.
Contemporaneamente, in Mali, la coalizione JNIM (legata ad al-Qaeda) mantiene dal settembre 2025 un blocco sistematico dei rifornimenti di carburante verso la capitale Bamako, paralizzando trasporti e servizi di base. Questa transizione verso la “guerra d’assedio” urbana segna un salto qualitativo nelle capacità tattiche dei gruppi insorgenti. La riflessione più amara riguarda la frammentazione diplomatica. Il 29 gennaio 2025, Mali, Burkina Faso e Niger hanno ufficializzato l’uscita dall’ECOWAS per consolidare l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES). Questa scissione ha creato un paradosso logistico: l’ECOWAS intende combattere il terrore in un’area in cui i tre stati “cuore” del problema non riconoscono più la sua autorità. Mentre l’AES si è rivolta alla Russia (sostituendo i mercenari Wagner con il controllo statale dell’Africa Corps), l’ECOWAS resta legata a partner occidentali come Francia e Stati Uniti. Il rischio critico è che la mancanza di coordinamento tra queste due forze regionali crei “zone d’ombra” ai confini, che i terroristi sfrutteranno come santuari sicuri. Senza una condivisione dell’intelligence tra Abuja (ECOWAS) e Bamako o Niamey (AES), ogni operazione militare rischia di essere un colpo a vuoto. Il peso della missione grava quasi interamente sulla Nigeria, che storicamente fornisce il 75% del personale e dei fondi. Ma la Nigeria del 2026 non è quella degli anni ’90. Nonostante una lenta ripresa post-pandemia, l’economia di Abuja è ancora fragile. Inoltre, le forze armate nigeriane sono già “iper-estese”: devono gestire l’insorgenza nel nord-est, il banditismo nel nord-ovest e le spinte secessioniste nel sud.
Chiedere alla Nigeria di guidare una forza regionale mentre il suo fronte interno è così instabile appare come un azzardo strategico. La dipendenza da finanziamenti esterni (Stati Uniti e Francia) potrebbe inoltre alimentare la retorica anti-occidentale già fortissima nel Sahel, complicando il consenso popolare. L’analisi giornalistica non può ignorare il “welfare jihadista”. In molte aree rurali, i gruppi armati non dominano solo con la forza, ma colmano il vuoto lasciato dallo Stato: distribuiscono fertilizzanti, amministrano una giustizia rapida (seppur brutale) e riscuotono tasse in cambio di sicurezza. La nuova forza dell’ECOWAS non potrà vincere solo con i droni o i battaglioni. Se l’intervento militare non sarà accompagnato da una “riconquista sociale” — ripristino di scuole, cliniche e mercati — i villaggi continueranno a vedere i soldati come invasori e i jihadisti come l’unica autorità stabile.
L’attivazione della Forza di Standby è un segnale di risveglio necessario, ma tardivo. La vera sfida per il 2026 non sarà solo contare il numero di soldati schierati, ma misurare la capacità di dialogo tra l’ECOWAS e i regimi militari dell’AES. Se i rancori politici tra i leader prevarranno sulla necessità di una difesa comune, la regione rischia di diventare un mosaico di conflitti locali senza fine, dove l’unica entità a prosperare sarà, purtroppo, il terrore.


