Abuja – L’allarme del presidente Trump, che minaccia un intervento militare in Nigeria, ha proiettato la complessa crisi della sicurezza del Paese sulla scena globale. Soprattutto, questa minaccia solleva lo spettro di un’azione guidata dalla propaganda e pericolosamente priva di basi strategiche.
L’annuncio ha cavalcato la retorica della guerra di religione, con la promessa di un’azione immediata e schiacciante. Il Presidente ha dichiarato: “If we attack, it will be swift, fierce, and total, just like the terrorist criminals attack our beloved Christians!”, “Se attaccheremo, sarà rapido, feroce e totale, proprio come i criminali terroristi attaccano i nostri amati cristiani!”
Il governo di Abuja ha immediatamente e fermamente respinto la nozione come una grave violazione della sovranità, pur accogliendo l’assistenza antiterrorismo: “Nigeria welcomes US assistance in fighting terrorism as long as territorial integrity is respected”, “La Nigeria accoglie con favore l’assistenza degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo a condizione che l’integrità territoriale sia rispettata”.
Questo scontro diplomatico mette in evidenza un errore fondamentale nella valutazione di Washington: la Nigeria non è un obiettivo semplice e la sua crisi profonda non può essere ridotta a un mero slogan militare. L’idea di una soluzione decisiva, “rapida e feroce”, crolla di fronte alla realtà frammentata e multidimensionale del panorama della sicurezza nigeriana.
La crisi nigeriana, infatti, non può essere etichettata come un semplice scontro settario tra cristiani e musulmani, si rischia semplicisticamente di ignorare il dato più evidente: nel Nord-Est del Paese, lungo il corridoio Sahel-Lago Ciad, la stragrande maggioranza delle vittime del terrorismo perpetrato da Boko Haram e ISWAP sono, in realtà, musulmani, massacrati per il loro rifiuto di aderire all’ideologia estremista.
Oltre al terrorismo Jihadista, il cuore dell’instabilità si trova in gran parte nel Middle Belt, dove la violenza scaturisce principalmente da tensioni legate alla terra e al clima. La desertificazione spinge i pastori nomadi Fulani (spesso musulmani) verso sud, innescando brutali scontri con gli agricoltori sedentari (spesso cristiani) per l’accesso vitale a pascolo e acqua. Queste endemiche dispute territoriali vengono poi armate, politicizzate e cinicamente sfruttate da banditi e poteri locali per il controllo, mascherando di fatto più profondi fallimenti di governance e pura criminalità sotto il velo della religione.
La Nigeria è afflitta da un quadro di sicurezza complicato, che comprende quattro distinte minacce croniche: Jihadismo nel Nord-Est, violenti conflitti pastorali-agricoli nel Middle Belt, dilagante banditismo nel Nord-Ovest e pirateria nel Delta del Niger. Questa intricata complessità dimostra inequivocabilmente che una forza esterna con un unico obiettivo focalizzato sulla religione può solo aggravare la situazione ignorandone le radici profonde e sistemiche.
L’intervento minacciato produrrebbe inevitabilmente risultati disastrosi. Inquadrare l’azione in termini esplicitamente religiosi – come il “salvataggio dei cristiani” – consegnerebbe di fatto una potente arma di propaganda direttamente ai gruppi estremisti, innescando così il “paradosso della protezione”: le stesse comunità che si intendono salvare potrebbero diventare il bersaglio principale di intensificate rappresaglie Jihadiste e violenza settaria. Inoltre, qualsiasi attacco esterno unilaterale bypasserebbe le autorità nigeriane e regionali, aggravando drasticamente l’instabilità, minando i necessari sforzi di riforma interna e delegittimando le strutture di governance locali anziché sostenerle. È fondamentale notare che la capacità militare nigeriana è già limitata da cronici problemi strutturali come la corruzione e gravi lacune nell’intelligence. Un potente attacco esterno non può risolvere queste radicate debolezze interne. Dunque senza affrontare prima le questioni cruciali di giustizia, governance e riconciliazione, le sole azioni militari, per quanto “feroci”, potranno offrire solo una fragile tregua, non una pace stabile e duratura.
Se l’obiettivo prioritario di Washington è la reale sicurezza di tutti i nigeriani, è fondamentale abbandonare subito la minaccia di escalation concentrando invece gli sforzi sull’unica via efficace: un approccio saldo basato sui diritti umani che si focalizzi sulla gestione e la responsabilità delle forze attuali anziché sull’identità religiosa, mirando a fornire un supporto essenziale all’intelligence e alla sicurezza delle frontiere, ma solo a condizione di rigorosi parametri di riferimento sui diritti umani e di un’efficace sorveglianza, migliorando così l’efficacia e la responsabilità delle forze armate nigeriane; parallelamente è cruciale esercitare una pressione diplomatica significativa per innalzare l’allerta precoce e la mediazione nelle aree di conflitto, in particolare nel Middle Belt, sostenendo attivamente le iniziative di dialogo guidate dalla comunità e l’istituzione di tribunali specializzati per le controversie territoriali; è inoltre indispensabile applicare sanzioni mirate contro gli autori di atrocità – che siano comandanti jihadisti, capi di milizie o funzionari governativi complici – al fine di spezzare con decisione il ciclo dell’impunità a tutti i livelli; infine, per contrastare i flussi illeciti di armi e finanziamenti che alimentano la violenza in tutto il corridoio Saheliano, è necessario un allineamento strategico e coordinato con l’ECOWAS (la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) e la MNJTF (la Forza Multinazionale Congiunta, una coalizione militare regionale antiterrorismo).
Investire in queste riforme fondamentali del settore della sicurezza, nella protezione della comunità e nella giustizia sarebbe l’unica via sostenibile da seguire, specialmente considerando che la Nigeria è un Paese chiave in Africa, che sta spingendo con forza verso la modernizzazione e lo sviluppo economico. Qualsiasi altra cosa rischia di trasformare una crisi già complessa in una catastrofe prolungata e sanguinosa, compromettendo non solo la sicurezza regionale, ma anche il potenziale di crescita di una delle maggiori economie del continente.


