Nell’ottobre 2025 i pescatori di Bille, una città costiera dello stato dei Fiumi, in Nigeria, videro l’acqua “fare le bolle” e avvertirono un forte odore di zolfo provenire da una palude di mangrovie.
Poche settimane dopo, il fenomeno si ripeté altrove, anche in alcune zone della città. Bastava azionare un accendino perché l’aria, satura di metano, prendesse fuoco.
La comunità di Bille è vicina a numerose infrastrutture per l’estrazione del gas e del petrolio, compresi pozzi e tubature. La zona è quella della Nigeria del sud, dove sfociano vari fiumi: lì c’è anche la regione del Delta del fiume Niger, nota al mondo per la produzione di petrolio e i danni arrecati all’ambiente.
Gli abitanti hanno chiesto l’intervento dello stato. A dicembre l’Agenzia nazionale per l’individuazione e la risposta alle fuoriuscite (Nosdra) ha inviato un proprio rappresentante per condurre una serie di test. Risultato: i livelli di metano erano 10.000 volte più alti della norma.
Amnesty International ha contattato Shell, che per decenni ha operato nella zona. L’azienda ha risposto che “non possiede né gestisce infrastrutture relative al gas o al petrolio in terraferma”, dopo che nel 2025 le ha vendute alla sua filiale nigeriana.
La Nosdra, a sua volta, ha replicato che finché l’indagine non sarà terminata non fornirà alcuna documentazione. Il ministero nigeriano per le Risorse petrolifere, cui l’organizzazione per i diritti umani aveva chiesto quali piani avesse attuato per proteggere la comunità di Bille, neanche ha risposto.
Dunque, chi ha infestato l’aria di Bille e dintorni?
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