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Emergenze

Nigeria, strage nel Plateau, almeno 26 morti negli attacchi della Domenica delle Palme

Dall'impunità delle milizie alla minaccia del genocidio: perché il silenzio delle autorità sta condannando il Middle Belt nigeriano.

Gruppi armati hanno assaltato diverse comunità nelle aree di Angwa Rukuba ed Eto Baba, e le aree residenziali studentesche nella comunità di Gari Ya Waye, alla periferia di Jos, provocando la morte di almeno 26 persone, tra cui donne e bambini, con numerosi feriti ancora in condizioni critiche, un massacro coordinato che ha lasciato dietro di sé una scia di morte e terrore. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, l’attacco è stato fulmineo e spietato. Gli assalitori, giunti a bordo di motociclette, hanno aperto il fuoco indiscriminatamente contro i civili e hanno dato alle fiamme numerose abitazioni. Dopo aver seminato il terrore, si sono ritirati verso le zone montuose, rendendo difficile l’intervento immediato delle forze di sicurezza. Il governo statale ha imposto un coprifuoco di 48 ore per prevenire ulteriori attacchi, ha dichiarato in un comunicato Joyce Lohya Ramnap, Commissario statale per l’Informazione.

Sebbene alcune voci locali abbiano inizialmente ipotizzato il coinvolgimento di Boko Haram, la maggior parte delle fonti sul campo identifica i responsabili come appartenenti alle milizie Fulani, gruppi paramilitari che da anni colpiscono sistematicamente le comunità agricole cristiane. Non è la prima volta che il Plateau State diventa teatro di simili massacri in concomitanza con festività religiose. Già l’anno scorso, nello stesso periodo, un attacco analogo aveva causato 54 vittime. La regione è il fulcro di tensioni croniche tra comunità agricole e gruppi di pastori, ma la sistematicità di questi attacchi suggerisce una strategia che va oltre la disputa territoriale.

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La Nigeria centrale, dove il Nord a maggioranza musulmana incontra il Sud cristiano, è diventata la “linea di faglia” di un conflitto multidimensionale. Sebbene le dispute per il controllo delle terre e delle risorse idriche (esasperate dai cambiamenti climatici) giochino un ruolo fondamentale, l’identità religiosa è diventata il bersaglio principale. In questo scenario, un villaggio cristiano non è più solo un centro abitato, ma un obiettivo simbolico da cancellare per alterare l’equilibrio demografico e religioso della regione.

Le parole dei leader religiosi locali riflettono una disperazione che va oltre il semplice lutto. Monsignor Wilfred Anagbe, in una recente e dura denuncia, non ha usato giri di parole per descrivere la situazione: “Non siamo di fronte a scontri casuali, ma a un vero e proprio genocidio dei cristiani. È in corso un piano per eliminare la nostra presenza.” Secondo il vescovo, l’obiettivo finale non è il furto di bestiame o di terra, ma il tentativo di sradicamento delle comunità cristiane, un processo di “pulizia” che mira a espellere i residenti dai propri territori attraverso il terrore.

​Uno degli aspetti più drammatici che emerge dai fatti di Jos è il vuoto d’intervento delle autorità. Nonostante la dinamica degli assalti sia tristemente nota — commando su motociclette che operano per ore — le forze di sicurezza intervengono quasi sempre a massacro compiuto. Questo cronico ritardo non è solo un limite logistico, ma alimenta un pericoloso senso di impunità. Raramente gli autori di queste stragi vengono identificati, arrestati o processati, un vuoto giuridico che trasmette un messaggio devastante: colpire le comunità cristiane nel Plateau non comporta conseguenze e, senza indagini serie, la fiducia dei cittadini nello Stato si sgretola, spingendo talvolta le comunità verso una pericolosa tentazione di autodifesa. La tragedia del Plateau State si consuma in un Paese che affronta una crisi devastante. La Nigeria sta scivolando in una crisi senza precedenti dove il terrorismo si intreccia alla fame. L’insicurezza alimentare è sempre più evidente, si stima che 33 milioni di persone siano attualmente minacciate dalla fame a causa dell’abbandono delle terre agricole dovuto alle violenze. I massacri nel Plateau non distruggono solo vite umane, ma colpiscono il cuore economico della Nigeria. La regione è storicamente considerata il granaio del Paese, ma oggi i campi sono diventati zone di guerra, e la minaccia costante di attacchi impedisce ai contadini di seminare e raccogliere. Chi si avventura nelle terre coltivate rischia la vita, portando all’abbandono sistematico di intere aree agricole. Con milioni di persone a rischio fame, l’insicurezza alimentare non è più solo una conseguenza collaterale, ma una vera e propria arma di pressione. La distruzione dei raccolti e il furto del bestiame mirano a rendere queste terre inabitabili, costringendo i sopravvissuti alla fuga per sfinimento alimentare. Inoltre la drastica riduzione della produzione locale ha fatto impennare i prezzi dei beni di prima necessità, trascinando anche le aree urbane, lontane dai massacri, in una spirale di povertà che destabilizza l’intera nazione.

Nonostante le chiese siano diventate bersagli sensibili, la fede della popolazione locale rimane l’unico pilastro di resilienza contro l’abbandono istituzionale.

Il massacro della Domenica delle Palme evidenzia ancora una volta il fallimento delle misure di prevenzione nel ‘Middle Belt’ nigeriano. Oggi, per le comunità del Plateau, la priorità non è solo il lutto, ma la richiesta di una presenza statale costante che garantisca il diritto fondamentale di vivere e professare la propria fede sulla propria terra, lontano dalla minaccia delle armi. La ripetitività di questi massacri solleva interrogativi urgenti sulla capacità, o sulla volontà, delle autorità nigeriane di proteggere le proprie comunità. Senza una strategia di sicurezza efficace che vada oltre la semplice risposta emergenziale, il rischio è che queste comunità vengano spinte verso un esodo forzato, rendendo il Plateau State l’epicentro di una crisi umanitaria senza ritorno.

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