Sale ad almeno 130 il bilancio delle vittime del raid dell’aviazione della Nigeria sul mercato di Tumfa nello stato di Zamfara, nel nordovest del Paese. Nella zona alcune comunità locali sono sotto il controllo di bande criminali e tra le vittime del mercato ci sono sia presunti banditi sia civili innocenti.
Non è il primo massacro compiuto dagli aerei nigeriani. Anche in passato si sono verificati casi analoghi, emblematici della scarsa considerazione che le forze armate hanno per la vita dei civili coinvolti.
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La Nigeria è sconvolta dalle violenze dei gruppi jihadisti – che operano nella parte orientale del paese – e con quella dei cosiddetti banditi, che compiono razzie nei villaggi e rapimenti di massa per ottenerne il riscatto. Amnesty international, ha denunciato ripetutamente che le forze armate di Abuja usano la forza in modo illegale.
Nel mese di aprile scorso almeno 40 persone sono state uccise in un altro raid aereo nel nord-est del Paese. Il bombardamento ha colpito il mercato del villaggio di Jilli, frequentato da commercianti transfrontalieri. L’attacco ha scatenato- secondo Il quotidiano nigeriano The Punch – le proteste di leader locali, organizzazioni per i diritti umani per la presenza di vittime civili: l’esercito ha invece difeso l’operazione, in quanto l’obiettivo era un’enclave terroristica.
Amnesty International, nel condannare il bombardamento ha riferito di oltre 100 vittime e 35 feriti. «L’impiego di raid aerei non è un metodo legittimo per applicare la legge. Un uso così sconsiderato della forza letale è illegale, oltraggioso e rivela lo scioccante disprezzo dell’esercito nigeriano per la vita di coloro che dovrebbe proteggere».
Il portavoce dell’Aeronautica nigeriana, Ehimen Ejodame, aveva inizialmente sostenuto che i «bombardamenti di precisione contro le postazioni dei terroristi nell’area di Jilli» sono stati messi a segno nell’ambito di «un’operazione coordinata» con le truppe dell’esercito nigeriano, condotta dopo aver decimato i nascondigli dei «terroristi» nella zona. Soltanto a seguito della segnalazione di possibili vittime civili l’Aeronautica, ha avviato un’indagine sul raid di Jilli. «L’Aeronautica militare prende in seria considerazione e con la massima empatia tutte le segnalazioni di possibili danni ai civili, perché la protezione delle vite innocenti rimane un obiettivo centrale in tutte le operazioni».
Lasciare le indagini solo a chi ha condotto l’operazione significa chiedere alle famiglie delle vittime di fidarsi delle autorità che hanno negato o minimizzato la loro morte. Senza alcuna trasparenza, ogni volta si segue lo stesso schema: bombardamento, smentita, promessa di accertamenti, silenzio.
Il rischio è che Tumfa diventi un altro nome in una lista lunghissima e che nessuno ricorda. Prima Tudun Biri, poi Jilli, poi Tumfa. Ogni volta civili denunciati tra i morti. Ma erano terroristi o erano poveri nel posto sbagliato quando gli aerei hanno colpito il mercato?
Una guerra che bombarda i mercati non protegge i civili dai terroristi, ma li espone al rischio di essere vittime dei gruppi armati e dello Stato, che nel nome della sicurezza può trasformare un mercato in una fossa comune. Quando un mercato frequentato da tante donne e bambini può essere colpito e poi descritto come un obiettivo terroristico, la guerra sta diventando un conflitto contro i civili.
Ad un Paese che non si fa scrupoli nel massacrare l’inerme popolazione civile in nome della lotta al terrorismo, contro Boko Haram e l’Islamic State West Africa Province (SWAP), l’Italia, nel solo 2024, ha venduto armi al Paese africano, secondo i dati ufficiali governativi, per quasi 500 milioni di euro, in particolare per bombe, missili, aerei, strumentazioni elettroniche e materiali per l’addestramento militare. Due anni fa Abuja è stato,addirittura, il terzo cliente dell’industria bellica “made in Italy”. Sono arrivati o sono in corso di fornitura 24 aerei da combattimento M346FA e dieci elicotteri AW-109, un affare da 1,2 miliadi di euro, prodotti da Leonardo, di cui il Ministero dell”Economia e delle finanze è l’azionista di riferimento.Tali esportazioni sono avvenute nonostante la legge 185/1990 vieti le vendite di armi ai Paesi belligeranti e/o retti da regimi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Nel momento in cui l’industria militare costituisce il settore trainante dell’economia, è evidente che, purtroppo, il Governo non ostacolerà i contratti con Paesi “a rischio”. La società civile può, come sta facendo, chiedere conto di tali scelte politiche che alimentando i conflitti, si traducono in lutti e sofferenze per tanti esseri umani
Non solo armi: anche l’ENI, la multinazionale dell’energia, ha importanti investimenti nel paese africano. Il 5 marzo scorso si sono incontrati ad Abuja il Presidente Tinubu e l’amministratore delegato Descalzi “per discutere – si legge in una nota dell’azienda – delle attività di Eni in corso nel Paese e per delineare nuove iniziative volte a rafforzare lo sviluppo deep offshore in Nigeria”. I due hanno inoltre discusso del significativo portafoglio di investimenti di Eni – che comprende i giacimenti Abo e Bonga oltre a Nigeria LNG – nonché di potenziali nuovi sviluppi finalizzati ad ampliare la capacità produttiva offshore del Paese. “Eni opera in Nigeria dal 1962, – sottolinea la multinazionale – con attività che vanno dall’esplorazione e produzione di idrocarburi alla generazione elettrica e allo sviluppo delle comunità locali. L’azienda detiene oggi un rilevante portafoglio upstream, con una produzione di circa 55.000 barili di olio equivalente al giorno e una partecipazione del 10,4% in Nigeria LNG”.
Sembra che siano Leonardo ed ENI a guidare la nostra politica estera, di difesa ed energetica. Gli affari, quindi, hanno la priorità sulla dignità delle persone.


