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Conflitti

Pakistan-Afghanistan, due attacchi in tre giorni riaccendono la crisi al confine

Dall'attentato di Kohat ai raid pakistani a Kunar e Paktika, l'escalation tra Islamabad e Kabul supera quota 1.100 vittime civili nel 2026. Cronaca di una frontiera fuori controllo.

Tra il 18 e il 21 settembre 2026 due episodi distinti ma collegati hanno riportato la tensione tra Pakistan e Afghanistan ai livelli più alti degli ultimi mesi: prima un attentato sanguinoso contro un quartier generale di polizia a Kohat, in Khyber Pakhtunkhwa, e poi nuovi raid aerei pakistani sulle province afghane di Kunar e Paktika. Venerdì 18 settembre, durante la preghiera del venerdì, un ordigno è esploso in una moschea all’interno del complesso delle “Old Police Lines”, le vecchie Linee di Polizia di Kohat, sede del quartier generale distrettuale di polizia che ospita anche gli uffici del Counter Terrorism Department, il Dipartimento per il Contrasto al Terrorismo. Secondo il primo rapporto ospedaliero del DHQ Hospital di Kohat, nell’esplosione sono morte 21 persone, di cui 15 agenti di polizia e sei civili, tra cui un pediatra dell’ospedale Liaqat Memorial. Dopo l’esplosione iniziale, un commando di uomini armati ha fatto irruzione nel complesso: sette terroristi armati sarebbero penetrati nelle Police Lines, e le forze di sicurezza ne avrebbero uccisi sei, incluso l’attentatore suicida. Lo scontro a fuoco si è protratto per oltre venti ore, con militanti rimasti asserragliati nella Divisione Speciale dell’intelligence del complesso fino al giorno successivo. Nei giorni successivi il bilancio si è aggravato ed è salito a 31 vittime, di cui 16 tra le forze di polizia, con oltre 100 feriti, per la maggior parte agenti di polizia, diversi in condizioni critiche. La rivendicazione dell’attacco è arrivata da Ittehad-ul-Mujahideen Pakistan (IMP), una fazione legata al Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP, i “talebani pakistani”), guidata da Hafiz Gul Bahadur, con base in Afghanistan. Il presidente pakistano Asif Ali Zardari ha parlato della necessità di un'”eliminazione completa” dei gruppi terroristici, mentre Islamabad ha nuovamente puntato il dito contro l’Afghanistan, accusando l’amministrazione talebana di non contrastare le reti armate presenti sul proprio territorio, accusa che Kabul ha respinto. A distanza di tre giorni, nella notte tra domenica e lunedì, il Pakistan ha condotto nuovi bombardamenti aerei su territorio afghano.  Contemporaneamente, altri due raid hanno colpito il distretto di Barmal, in Paktika, distruggendo un negozio e una casa disabitata, senza vittime segnalate in quell’area. Il Pakistan non ha commentato immediatamente l’operazione, mentre le autorità afghane hanno condannato l’attacco come violazione della sovranità nazionale, promettendo una risposta “appropriata” in un momento e in un luogo ritenuti opportuni.

La United Nations Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA) ha confermato che tre membri della stessa famiglia, un uomo, una donna e una bambina, sono rimasti uccisi e altri quattro feriti nei raid aerei nella provincia di Kunar. Dall’inizio del 2026 l’organizzazione ha registrato oltre 1.100 vittime civili in Afghanistan a causa del conflitto transfrontaliero, un numero enorme. UNAMA ha ribadito con forza la necessità di rispettare il diritto internazionale umanitario, invocando misure immediate per prevenire ulteriori perdite di vite umane tra la popolazione civile e ricordando le ripetute preoccupazioni già espresse in passato sulle conseguenze drammatiche degli scontri lungo il confine. L’azione odierna interrompe tre mesi di calma apparente per quanto riguarda gli attacchi mortali, i cui precedenti più vicini risalivano a giugno (con una trentina di miliziani TTP uccisi secondo Islamabad e civili colpiti secondo Kabul). Una spirale di violenza che impallidisce di fronte alla tragedia del 16 marzo, quando un raid su un centro di cura per le tossicodipendenze a Kabul ha causato almeno 269 vittime civili, secondo le Nazioni Unite.

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Le tensioni lungo la Linea Durand, il confine conteso tra i due Paesi, una contestata demarcazione d’influenza di epoca coloniale, sono aumentate costantemente dal ritorno al potere dei talebani nell’agosto 2021. Il ritorno al potere dei talebani a Kabul rappresenta il crollo catastrofico della duplice strategia antiterrorismo del Pakistan. Proprio quelle reti di proxy nutrite dai circoli militari per proiettare influenza regionale hanno finito per incoraggiare le fazioni interne, trasformando un azzardo geopolitico calcolato in una profonda crisi di sicurezza interna. Ora il Pakistan accusa Kabul di offrire rifugio ai miliziani del TTP che colpiscono il territorio pakistano; l’Afghanistan nega ogni coinvolgimento e denuncia le incursioni aeree come violazioni della propria sovranità. I dati delle Nazioni Unite restituiscono la dimensione del fenomeno: secondo i rapporti della UNAMA, tra aprile e giugno 2026 erano state documentate 399 vittime civili legate alla violenza transfrontaliera, con Paktya, Paktika e Kunar tra le province più colpite dagli attacchi aerei. Con i nuovi dati diffusi oggi, il bilancio complessivo delle vittime civili registrate dall’ONU dall’inizio dell’anno a causa della violenza transfrontaliera ha superato quota 1.100. La Cina ha tentato di intavolare dialoghi trilaterali di mediazione (Pechino-Islamabad-Kabul) per stabilizzare la regione, una mossa dettata soprattutto dalla protezione degli investimenti legati al Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) , ma la diplomazia economica si è scontrata con la realtà dei fatti, un confine poroso, l’estremismo armato e l’incapacità cronica di Kabul di esercitare un controllo effettivo del proprio territorio.

La Linea Durand rappresenta uno dei confini più instabili, artificiali e geopoliticamente esplosivi al mondo. Lunga circa 2.670 chilometri, traccia la separazione (mai pienamente riconosciuta né digerita da Kabul) tra il Pakistan e l’Afghanistan, tagliando in due le terre ancestrali della popolazione pashtun. Oggi, questa linea di demarcazione è diventata il teatro di una guerra per procura e di un fallimento strutturale della sicurezza.Per decenni, l’establishment militare di Islamabad ha cercato di influenzare Kabul per garantirsi la cosiddetta “profondità strategica” contro la storica rivalità con l’India. Paradossalmente, il sostegno passato ai talebani afghani si è ritorto contro il Pakistan stesso. Con il ritorno dei talebani al potere a Kabul nel 2021, il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), i talebani pakistani, ideologicamente alleati ma operativamente distinti da quelli afghani, ha trovato rifugio sicuro nelle province orientali dell’Afghanistan (come Kunar e Paktika). Da queste roccaforti transfrontaliere, il TTP pianifica e lancia attacchi sanguinosi contro le forze di sicurezza e le infrastrutture pakistane. Il regime talebano afghano si trova in una morsa irrisolvibile: se dovesse reprimere duramente il TTP per compiacere Islamabad, rischierebbe una scissione interna devastante con le sue fazioni più radicali. Di conseguenza, adotta una linea di ambiguità, negando la presenza dei miliziani ma lasciando di fatto irrisolto il problema. ​I due episodi, pur distinti nella dinamica, si alimentano a vicenda in una spirale che si ripete da anni: un attacco rivendicato da gruppi legati al TTP su suolo pakistano innesca rappresaglie aeree pakistane su territorio afghano, spesso con un pesante bilancio di vittime civili, alimentando a sua volta la retorica di una “risposta dovuta” da parte di Kabul. Ogni nuova escalation rischia così di vanificare le fragili tregue negoziate nei mesi precedenti, come quella interrotta lunedì dopo quasi tre mesi di calma relativa. La tormentata linea Durand non è soltanto un confine conteso sulla carta geografica, ma una ferita aperta che continua a produrre cicli infiniti di rappresaglie e un tributo insostenibile in vite umane. Privata di qualsiasi prospettiva politica, la popolazione locale resta intrappolata in una terra di nessuno, in balia di ritorsioni incrociate che si aggravano mese dopo mese — un fallimento che smaschera l’incapacità e l’impreparazione dei talebani nel gestire la sicurezza di un confine che non riescono, o non vogliono, governare.

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