In Italia, il salotto di Lilli Gruber, anchor del programma Otto e Mezzo sul canale televisivo La7, è ormai il palcoscenico di un rito stucchevole e prevedibile. Da una parte Marco Travaglio, dall’altra Massimo Cacciari: entrambi in tour promozionale per l’ultimo libro, gentilmente scortati dall’ufficio stampa di editori che godono di una corsia preferenziale negata a qualsiasi autore emergente o piccolo editore di qualità. Tra una citazione dotta e un sorriso sornione, il mantra è sempre lo stesso: uno spartito pseudo-filoputiniano ormai tanto ripetuto quanto obsoleto che vorrebbe farci credere all’inevitabile, anzi ormai acquisito trionfo di Mosca che i pervicaci difensori di Kiev, “fino all’ ultimo Ucraino”, si ostinano a non riconoscere. Mentre loro, informatissimi e convinti, lo avevano detto da illo tempore che per il bene degli ucraini, ovviamente, questa guerra sarebbe dovuta finire due anni fa senza spendere aiuti inutili e imporre sanzioni, che, ovviamente “fanno male solo a noi”. Ci mancherebbe! Ma la realtà del 2026, fuori dagli studi televisivi, racconta una storia che i loro libri, già vecchi prima di andare in stampa, non possono contenere.
Mentre il 2026 ci consegna una Russia tecnologicamente ed economicamente affaticata, il dibattito pubblico italiano resta ostaggio di queste due miopie strategiche opposte e complementari. Da una parte, gli abbagli ideologici del fronte dei “realisti” alla Marco Travaglio e Massimo Cacciari, convinti che la Russia abbia già vinto e che l’Ucraina debba arrendersi per “umanità”. Dall’altra, il pragmatismo suicida di chi, come Matteo Salvini, è pronto a riallacciare i tubi del gas russo, e i suoi col suo idolo moscovita, usando la crisi di Hormuz come paravento.
Entrambe le posizioni ignorano la realtà: stiamo parlando di un regime all’angolo, quello russo, che aspetta solo un nostro errore per sopravvivere.
Il mito della “carne da cannone”
Travaglio e Cacciari ci raccontano di un’Ucraina stremata che dovrebbe trattare per evitare perdite insostenibili. È una lettura anacronistica. Nel 2026, la guerra non si combatte più solo con le ondate umane, ma con il silicio. Mentre la Russia sacrifica migliaia di uomini in assalti frontali per guadagnare pochi metri di fango, l’Ucraina è diventata il leader mondiale nella tecnologia dei droni. Ogni operatore di Kiev, protetto in un bunker, può neutralizzare interi plotoni lontani, e raffinerie a centinaia di chilometri di distanza colpendo la Russia proprio dove più fa male, il portafoglio. Chiedere all’Ucraina di trattare ora non significa salvare vite, ma regalare a Putin il tempo di colmare un divario tecnologico che lo sta logorando.
La sfilata del nulla e il drone-incubo sulla Piazza Rossa
La prova regina della “non-vittoria” russa è la parata del 9 maggio. Per il terzo anno consecutivo, i “moderni” tank russi — i T-90 (progettati nel 1990) e i fantomatici T-14 Armata — sono i grandi assenti. Al loro posto, ferraglia sovietica degli anni ’50 e l’immancabile T-34 solitario.
Proviamo a immaginare l’incubo del Cremlino: un drone ucraino da tremila euro che, proprio durante la sfilata, elude le difese e centra un mezzo corazzato davanti agli occhi del mondo. Sarebbe la dimostrazione plastica che la “grande potenza” è un gigante dai piedi di argilla, incapace di proteggere persino il suo palcoscenico più sacro. È per questa paura o solo perche scarseggiano che i Tank non ci sono più sulla Piazza Rossa? O per entrambe le ragioni?
L’assist energetico: l’abbaglio del ritorno al passato
A questo scenario si aggiunge la miopia di chi propone di tornare a comprare gas e petrolio da Mosca. Con la scusa delle tensioni nello Stretto di Hormuz, si vorrebbe lanciare un salvagente finanziario a un Paese che, dopo aver bruciato la propria riserva finanziaria strategica per coprire il disavanzo, sta bruciando il 40% del proprio bilancio in armamenti. Tornare a foraggiare il Cremlino oggi significa finanziare i missili che l’Occidente sta aiutando l’Ucraina a intercettare. È il paradosso perfetto: armiamo la difesa di Kiev con una mano e riempiamo la cassa dell’aggressore con l’altra. Solo una cima come Salvini poteva proporlo.
Conclusione: Una morsa di insensatezza
l’Italia si trova stretta tra chi vuole la resa di Kiev in nome di una pace fittizia che consegnerebbe in premio territori non conquistati al colpevole di questa aggressione, e chi desidera la dipendenza da Mosca per un risparmio illusorio (senza voler dare credito a interessi di altro genere).
Entrambi ignorano che la Russia del 2026 è un Paese in svendita alla Cina, con un’economia drogata dalla guerra e una tecnologia bellica superata dai laboratori di Kiev (che ormai è diventato il principale esportatore di tecnologia relativa ai droni). Sostenere l’Ucraina oggi non è solo un dovere morale, è l’unico modo per non cadere nella trappola di un regime che ha già perso la sfida del futuro, ma spera ancora che le nostre miopie strategiche gli regalino il presente.
Tutto questo senza considerare il dissenso interno montante che sta saldando insieme i nostalgici della Russia Sovietica e coloro che non vogliono accettare ancora oggi la svalutazione del rublo, contestando la legittimità dello Stato attraverso l’assurda disputa sui codici bancari 810 e 643.
Un paradosso finale e una storiella faceta per chiudere ironicamente questo articolo.
Il paradosso: mentre Putin sogna l’impero, una parte dei suoi cittadini non riconosce nemmeno la sua moneta, preferendo rifugiarsi in un passato contabile che non esiste più.
La storiella faceta: un giorno degli alpinisti ucraini raggiunsero l’Everest, ma ma furono preceduti da quelli russi, il che permise loro di piantare la bandiera ucraina sulla vetta e di rimuovere tutte quelle precedenti, compresa quella russa.
Travaglio, Cacciari e Salvini, dovranno farsene una ragione e magari consolarsi con un calice di Abrau-Durso d’annata.


