Lo scorso 10 gennaio, a pochi giorni dalla cerimonia di giuramento, Juan Merchan, giudice della Corte Suprema di New York chiamato a pronunciarsi sulla vicenda dei pagamenti sottobanco alla ex pornostar con cui Trump aveva avuto una relazione, ha stabilito che, pur essendo colpevole, il tycoon non andrà in prigione e non gli verrà comminata alcuna multa. L’ex legale del prossimo presidente degli Stati Uniti, Michael Cohen, aveva proposto all’attrice 130.000 dollari in cambio del suo silenzio, perché non rivelasse nulla sul loro rapporto extraconiugale.
Trump è stato il primo candidato alla Casa Bianca a correre da pregiudicato e il primo ex presidente degli Usa condannato in un processo penale.
Quello che colpisce della vicenda, non è soltanto il fatto che le affermazioni della donna siano state messe a tacere, che Trump abbia cercato di comprare il silenzio della sua ex partner per tentare di apparire un marito devoto agli occhi dei suoi potenziali elettori, ma che la donna sia stata sempre chiamata con il nome usato come attrice, Stormy Daniels, come se non ne avesse uno suo.
Stephanie Clifford, questo il suo vero nome, rappresenta un caso emblematico, è passata dall’essere la ‘honeybunch’, il ‘tesoro’ , come Trump la chiamava, ad essere una spina nel fianco del futuro presidente, una millantatrice da screditare.
Naturalmente il suo passato da attrice di X movie ha spostato l’attenzione dalla vicenda di corruzione, così lei altro non è che una donnaccia che ha irretito l’uomo per bene. Poco importa se la signora ha un passato di abusi, povertà e sfruttamento in un paese a doppia moralità. D’altra parte il tycoon ha tranquillamente affermato che le donne da uno ricco e famoso si lasciano “afferrare dalla vagina”, come ha detto testualmente, “Grab ‘em by the pussy”. E durante la campagna elettorale ha appellato la sua sfidante Kamala Harris chiamandola “bitch”.
Ma dove sono tutte le femministe che si schieravano contro gli abusi del potente di turno al grido di ‘ME TOO’?
Ogni donna non rispettata, abusata, insultata, è una vittima.
Tutta l’attenzione sui diritti delle donne che ha coinvolto l’opinione pubblica un paio di anni fa, sembra essere sopita. Persino l’onda di solidarietà nei confronti del movimento “Zan-zendeghì-azadi “- “Donna-vita-libertà” sembra affievolita. Non vedo una presa di posizione forte per i diritti delle donne e delle ragazze in Afghanistan o in Iran, che stanno subendo violenze incredibili, violazioni dei loro diritti fondamentali. Private della possibilità di autodeterminarsi, di decidere del proprio destino, non possono neanche scegliere se portare l’hijab o lasciare i capelli al vento, se studiare o dedicarsi ad altro, lavorare o viaggiare in autonomia. Non sono nulla, se non una tentazione da allontanare e reprimere con ogni modalità.
E che dire poi di quello che le donne stanno subendo negli scenari di guerra? Usate come merce di scambio, come nemiche da violare, come schiave sessuali, subiscono l’inenarrabile. L’immagine di Naima, una giovane migrante sequestrata in Libia, legata, con la bocca bloccata e lo sguardo della disperazione, dovrebbe colpirci al cuore come un pugno.
Come è possibile che non si muovano maree umane per ribellarsi a questo mondo prepotente, tutto al maschile, che si sta profilando?
Ogni volta che un cantante si permette di chiamarci “cagne” e qualcuno si appella alla libertà di parola, dovremmo saltare sulla sedia e ricordarci che la libertà è ben altro, è prima di tutto il rispetto altrui.
E noi donne abbiamo il dovere di richiamare l’attenzione di tutti, di batterci affinché ME TOO, DONNA VITA E LIBERTÀ non siano solo slogan vuoti, da mettere nel cassetto quando si spengono le luci del mainstream.
E no, neanche l’uomo più potente del mondo ha il diritto di chiamarci in maniera volgare!


