Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato la firma di una dichiarazione di principio tra la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e il Rwanda, gettando le basi per un accordo di pace che dovrebbe essere finalizzato entro la settimana. Il documento, diffuso dal Dipartimento di Stato americano, impegna entrambe le parti a rispettare la sovranità e i confini esistenti, a promuovere l’integrazione economica regionale – in particolare migliorando la trasparenza nelle catene di approvvigionamento dei minerali strategici – e a favorire il ritorno dei rifugiati e degli sfollati interni.
Secondo il sito congolese “Objectif Infos“, Trump ha ottenuto in tre mesi ciò che Joe Biden non era riuscito a fare negli ultimi due anni del suo mandato. Tuttavia, il successo ha una forte impronta di diplomazia commerciale: come osserva “Afrikarabia“, gli Stati Uniti hanno inserito attivamente il settore privato nel processo di pace, in particolare tutelando gli interessi delle imprese americane coinvolte nell’estrazione mineraria. Un esempio è il ritiro del gruppo armato M23 dalla zona di Walikale, sede della miniera di stagno di Bisie, controllata dall’azienda americana Alphamin.
Parallelamente, si sta negoziando un accordo specifico tra RDC e Stati Uniti che garantirebbe alle aziende americane un accesso privilegiato a risorse come cobalto, coltan e litio, in cambio di supporto militare per combattere i gruppi armati. Il Rwanda dovrebbe ottenere anch’esso una parte dei benefici minerari.
Se da un lato questa iniziativa può portare pace e stabilità nelle province orientali congolesi come Nord e Sud Kivu, dall’altro emerge l’assenza quasi totale del protagonismo africano nel processo. Né il processo di Luanda né quello di Nairobi sono riusciti a imporsi, segno delle difficoltà dell’Africa nel risolvere autonomamente i propri conflitti, come sottolineano i media africani “Ledjely” e “Le Pays“.


