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Diritti umani

RD Congo, gruppo armato responsabile di crimini di guerra e contro l’umanità

La popolazione civile dell’est della Repubblica democratica del Congo (RdC) sta subendo un’impennata di violazioni dei diritti umani ad opera delle Forze democratiche alleate (Allied Democratic Forces – Adf), un gruppo legato allo Stato islamico, che costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità: rapimenti, uccisioni, lavoro forzato, reclutamento e utilizzo di minor e crimini contro donne e ragazze, come matrimoni forzati, gravidanze forzate e varie altre forme di violenza sessuale.
La denuncia è contenuta in un rapporto pubblicato negli ultimi giorni da Amnesty International: rapimenti, uccisioni, lavoro forzato, reclutamento e utilizzo di minor e crimini contro donne e ragazze, come matrimoni forzati, gravidanze forzate e varie altre forme di violenza sessuale.
L’Adf ha avuto origine negli anni Novanta in Uganda, attraverso la fusione di una serie di gruppi di opposizione, prima di rifugiarsi nello Zaire (oggi Rdc). Nel 2019, lo Stato islamico ha riconosciuto ufficialmente il giuramento di fedeltà da parte dell’Adf e il gruppo armato è diventato infine la Provincia dell’Africa centrale dello Stato islamico.
Gli attacchi dell’Adf si verificano in vaste aree dell’est della RdC, dove anche il gruppo armato Movimento 23 marzo (M23), sostenuto dal Ruanda, è responsabile di attacchi su larga scala contro la popolazione civile. Poiché, dall’inizio del 2025, l’attenzione nazionale e internazionale si è concentrata soprattutto sull’avanzata dell’M23, l’Adf ha approfittato del ridispiegamento delle truppe e dell’attenzione rivolta altrove.
L’8 settembre 2025, nel villaggio di Ntoyo, combattenti dell’Adf si sono travestiti da civili e si sono mescolati alle persone che partecipavano a una veglia funebre, prima di attaccarle all’improvviso. La strage, compiuta con martelli, asce, machete e armi da fuoco, ha causato oltre 60 morti, in assenza delle forze di sicurezza.
Un testimone ha raccontato di aver visto i combattenti uccidere sua sorella con un’ascia. Un’altra testimone ha descritto come i combattenti siano entrati nella sua casa e abbiano rapito le sue quattro figlie. Una terza persona ha trovato i corpi dei suoi genitori la mattina successiva: il padre era stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco, la madre era stata colpita con un martello. Ha raccontato: “Non avevo mai visto così tanti cadaveri”.
L’Adf ha attaccato ripetutamente strutture sanitarie e saccheggiato forniture mediche. Nel novembre 2025, nel villaggio di Byambwe, è stato preso di mira un centro sanitario. Almeno 17 civili sono stati uccisi e quattro reparti sono stati incendiati. Una persona anziana, riuscita a fuggire strisciando fuori dalla struttura, ha raccontato: “Non ci si poteva alzare in piedi; sparavano a qualsiasi cosa si muovesse”.
Il rapporto di Amnesty International documenta 46 casi di rapimento, in sette casi a scopo di riscatto. Le persone rapite hanno subito ulteriori violazioni e crimini, tra cui lavoro forzato, torture, schiavitù sessuale e uccisioni illegali.
Gli ostaggi e le altre persone rapite venivano spesso costretti a trasportare carichi e a fare da guida per l’Adf. I combattenti fornivano loro pochissimo cibo, li obbligavano a camminare per giorni e a portare pesi molto gravosi, sottoponendoli contemporaneamente a insulti e pestaggi. Chi mostrava segni di sfinimento veniva spesso ucciso.
Le persone rapite venivano spostate tra campi situati nel cuore della foresta. Chi rimaneva prigioniero più a lungo era costretto a svolgere vari compiti, sotto la minaccia di essere ucciso: procurare cibo e acqua, cucinare, raccogliere informazioni, recuperare consegne, lavorare nelle miniere e svolgere diversi compiti durante gli attacchi.
Una donna riuscita a fuggire dalla prigionia alla fine del 2024, dopo oltre due anni di detenzione, ha raccontato ad Amnesty International: “Ci insegnavano a uccidere con le armi e con le lame… Nella boscaglia dovevi fare ciò che ti veniva ordinato. Non potevi permetterti di essere debole”.
L’Adf è inserito dalle Nazioni Unite tra i gruppi maggiormente responsabili del reclutamento e dell’utilizzo di minori nella RdC. Il gruppo sfrutta i minori in diversi ruoli, come combattenti e addetti al trasporto di carichi, alla preparazione dei pasti e all’avvistamento. Molte persone precedentemente rapite e diversi testimoni hanno raccontato di aver visto bambini anche di appena 10 anni partecipare agli attacchi del gruppo.
Amnesty International ha intervistato cinque donne e due ragazze rapite dall’Adf e costrette a “sposarsi”. I testimoni hanno riferito che le relazioni “extraconiugali” non erano consentite; tuttavia, diverse persone intervistate hanno menzionato episodi di violenza sessuale commessi dai combattenti dell’Adf contro donne e ragazze al di fuori di questi “matrimoni”.
Le interviste testimoniano che l’Adf assegnava le “mogli” ai combattenti – talvolta più di una – come incentivo al reclutamento e che nei campi del gruppo armato questa pratica era sistematica. Donne e ragazze venivano sottoposte a lunghi periodi di violenza sessuale e fisica.
Donne e ragazze hanno inoltre raccontato di essere state costrette a convertirsi all’Islam e indottrinate secondo la versione della religione imposta dal gruppo. Hanno riferito che istruttrici e responsabili dei campi dicevano esplicitamente che dovevano accettare di ricevere un “marito” oppure sarebbero state uccise; diverse di loro sono state costrette ad assistere all’uccisione di altre persone che avevano rifiutato gli ordini.
Sei delle sette donne e ragazze prese come “mogli” hanno raccontato di essere rimaste incinte a causa di questi matrimoni forzati. Quando queste donne e ragazze sono riuscite a fuggire dalla schiavitù sessuale e dal lavoro domestico forzato, hanno dovuto affrontare sospetti e stigma. Una donna ha raccontato che le pressioni dei familiari del marito affinché uccidesse i suoi due figli, nati nella boscaglia, l’hanno quasi portata a togliersi la vita.
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