L’epidemia di colera, che da mesi sta colpendo diverse regioni della Repubblica Democratica del Congo, ha raggiunto la prigione centrale di Makala, la più grande del paese. Le autorità sanitarie e giudiziarie hanno lanciato l’allarme: all’interno del carcere, progettato per ospitare 1.500 detenuti ma che attualmente ne contiene quasi otto volte tanto, sono stati confermati tredici casi di colera. Quattro detenuti sono già guariti, ma quindici ulteriori casi sospetti sono sotto osservazione.
La sovrappopolazione, unita alle precarie condizioni igieniche, ha creato un terreno fertile per la diffusione di malattie idriche come il colera. Per contenere l’epidemia, le autorità hanno adottato misure eccezionali: è stata vietata l’ammissione di nuovi detenuti e le visite sono state sospese o fortemente limitate, con l’obbligo di rispettare rigorose norme igieniche.
È stato inoltre potenziato il dispositivo medico all’interno della struttura, con l’invio di squadre sanitarie, l’approvvigionamento di farmaci essenziali, prodotti disinfettanti e materiali di prevenzione. Nonostante questi sforzi, la situazione rimane critica, soprattutto in un contesto sanitario già compromesso: la RDC sta affrontando contemporaneamente la diffusione del Mpox, la persistenza del colera e un’epidemia di morbillo.
Secondo l’Istituto nazionale di salute pubblica, il tasso di letalità del colera nelle zone non endemiche raggiunge il 4,37%, principalmente a causa dell’arrivo tardivo dei pazienti, spesso in stato di grave disidratazione. Il ministero della Salute ha sottolineato l’urgenza di interventi mirati per evitare che la situazione degeneri ulteriormente.


