Dopo quasi cinque anni alla testa di una delle missioni di pace più difficili del sistema ONU, Bintou Keita ha terminato il suo mandato alla guida della MONUSCO. Il suo incarico, cominciato nel febbraio 2021, si chiude mentre la missione stessa è ormai in fase avanzata di ridimensionamento, limitata al Nord-Kivu e all’Ituri dopo il ritiro progressivo da Tanganyika, Sud-Kivu e Kasaï. Keita ha lasciato la Repubblica Democratica del Congo in un momento cruciale, con il processo di transizione avviato, ma ancora fragile, tra pressioni politiche, tensioni regionali e una sicurezza interna ben lontana dall’essere stabilizzata.
Il suo mandato è stato segnato fin dall’inizio da emergenze simultanee. Pochi giorni dopo il suo arrivo, l’eruzione del Nyiragongo ha imposto decisioni rapide: oltre 3.000 dipendenti dell’ONU e le loro famiglie sono stati evacuati, le unità di ingegneria della MONUSCO hanno liberato vie di accesso, ripristinato acqua e supportato gli sforzi di monitoraggio vulcanico. Una gestione definita da lei stessa come un’azione dove salvare vite era la priorità assoluta, e che ha mostrato una MONUSCO capace di agire anche come piattaforma umanitaria e tecnica, non solo come forza di interposizione.
.@UN_BintouKeita, Représentante spéciale du Secrétaire général et Cheffe de la #MONUSCO, est arrivée au terme de son mandat. Elle a quitté la #RDC après plus de quatre années au service de la Paix en #RDC. La Mission lui adresse ses sincères remerciements.https://t.co/kC9B5LQvbB pic.twitter.com/wFsGM9cCBO
— MONUSCO (@MONUSCO) December 1, 2025
La fase successiva del suo mandato è stata dominata dal ritorno dell’offensiva del M23. Keita ha scelto una presenza costante sul terreno, accompagnando evacuazioni delicate e sostenendo negoziati, arrivando persino a incontrare i rappresentanti del movimento ribelle a Goma nel giugno 2025. Scelte che l’hanno esposta a critiche, ma che hanno incarnato una lettura estesa del mandato di protezione dei civili: un equilibrio difficile tra realpolitik, diplomazia locale e il peso di una missione percepita come inefficace da parte di una popolazione stremata.
Le tensioni popolari, infatti, sono esplose con particolare violenza nel luglio 2022. Manifestazioni a Goma, Beni e Butembo si sono trasformate in attacchi contro basi e personale dell’ONU, in un clima segnato da disinformazione, ostilità crescente e discorsi d’odio spesso intrisi di misoginia e riferimenti tribali. Keita ha denunciato apertamente la deriva, ricordando che colpire la MONUSCO significava indebolire la protezione dei civili. Ma le proteste hanno anche mostrato il limite strutturale della missione: la distanza tra il suo mandato formale e le aspettative, spesso irrealistiche, di una popolazione esausta.
A questo si sono aggiunte pressioni politiche e diplomatiche: Kinshasa ha chiesto la rimozione di un portavoce della missione, Kigali ha accusato la MONUSCO di vicinanza al governo congolese, mentre l’AFC/M23 l’ha definita un attore sconfitto. In mezzo, un contesto segnato dall’ingresso di eserciti stranieri e di istruttori militari privati, complicando ulteriormente il quadro operativo.
Nonostante ciò, Keita ha portato avanti una linea chiara sulla transizione. Il piano congiunto RDC–ONU del 2021 ha dato forma a un percorso di uscita che, sotto la sua direzione, ha comportato chiusure di basi, trasferimenti di asset per oltre 10 milioni di dollari e il passaggio di responsabilità alle autorità locali. Ha ripetuto più volte che il ritiro della MONUSCO non significava il ritiro dell’ONU dal Paese: un messaggio che sintetizza il tentativo di garantire continuità istituzionale oltre la presenza militare.
Un altro tratto distintivo del suo mandato è stato l’accento posto su donne, bambini e protezione integrata. Keita ha promosso il coinvolgimento femminile nei processi decisionali, il reinserimento dei minori associati ai gruppi armati e la prevenzione delle violenze elettorali. Un approccio che ha cercato di restituire un volto umano a una missione spesso ridotta, nell’immaginario collettivo, a caschi blu e mezzi blindati.
Nel bilancio complessivo, il suo mandato resta un intreccio di successi parziali e criticità irrisolte. Ha affrontato crisi immediate con decisione, ha avanzato la transizione richiesta dal governo congolese e ha cercato di recuperare fiducia attraverso dialogo e presenza sul terreno. Ma non è riuscita a invertire la prospettiva di una missione percepita come lontana dai bisogni quotidiani della popolazione, né a contenere la complessità di un conflitto alimentato da attori regionali, gruppi armati e fragilità interne strutturali.
Keita lascia dunque un incarico segnato dalle avversità, offrendo al tempo stesso una lezione di leadership nel tentativo di mantenere un equilibrio quasi impossibile tra diplomazia, protezione e ritiro. Il futuro della MONUSCO e della sicurezza nell’Est della RDC resta aperto, mentre il Paese entra in una fase in cui il ruolo dell’ONU cambierà forma, ma non necessariamente diminuirà in importanza.


