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Speciale RD Congo

Rd Congo, la guerra dei droni e delle narrative: Kigali accusa Kinshasa e punta il dito contro la MONUSCO

Nell’est della Rd Congo cresce la guerra dei droni e delle narrative: il Rwanda accusa le forze congolesi di colpire civili e denuncia il silenzio della MONUSCO sugli attacchi nel Nord Kivu.

Negli ultimi mesi il conflitto nell’est della Repubblica Democratica del Congo sta entrando in una nuova fase, segnata non soltanto dall’avanzata militare dell’AFC/M23 e dalle operazioni delle forze armate congolesi, ma anche da un crescente uso dei droni e da una intensificazione della battaglia diplomatica e narrativa attorno alla guerra.

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Il lungo messaggio pubblicato il 10 maggio dal ministro degli Esteri ruandese Olivier Nduhungirehe rappresenta uno dei segnali più evidenti di questa evoluzione. Nel testo, Kigali collega esplicitamente tre diversi episodi avvenuti tra gennaio e maggio 2026 (Masisi-centre, Goma e Mushaki) attribuendoli ai droni delle FARDC, l’esercito della Repubblica Democratica del Congo, e accusa la MONUSCO e parte della comunità internazionale di evitare deliberatamente di indicare le responsabilità degli attacchi.

Non si tratta soltanto di una presa di posizione diplomatica. Il tweet del ministro ruandese mostra infatti come il conflitto nell’est congolese stia assumendo sempre più le caratteristiche di un conflitto che si sviluppa contemporaneamente sul terreno militare, sul piano umanitario e nello spazio dell’informazione internazionale.

Rd Congo, almeno 20 civili uccisi nel bombardamento del mercato di Mushaki

Il caso più recente riguarda Mushaki, nel territorio di Masisi, Nord Kivu. Secondo fonti vicine all’AFC/M23, almeno 20 civili sarebbero morti e oltre 57 sarebbero rimasti feriti in un attacco con droni avvenuto l’8 maggio contro il mercato locale e le aree circostanti. Nelle ore successive gli Stati Uniti hanno condannato il bombardamento parlando di “drone strike” e invitando tutte le parti alla moderazione, senza però attribuire pubblicamente responsabilità operative precise.

Ed è proprio questo linguaggio prudente che Kigali contesta apertamente.

Nel suo messaggio, Nduhungirehe sostiene che la MONUSCO e altri attori internazionali disporrebbero di elementi sufficienti per identificare i responsabili degli attacchi, ma eviterebbero di nominarli per ragioni politiche. La stessa accusa viene estesa retroattivamente ad altri episodi avvenuti nei mesi precedenti.

Rd Congo, drone colpisce Goma: uccisa operatrice umanitaria francese dell’UNICEF

Tra questi figura l’attacco del marzo scorso a Goma, nel quale morì anche Karine Buisset, operatrice umanitaria francese dell’UNICEF. In quell’occasione la missione ONU aveva parlato di possibile “crimine di guerra”, senza però indicare pubblicamente gli autori del bombardamento. Kigali sostiene ora che le indagini interne avrebbero identificato le responsabilità delle FARDC, ma che tali conclusioni non sarebbero mai state rese esplicite.

Rd Congo, ucciso in un attacco di droni il portavoce dell’M23

Anche la morte del colonnello Willy Ngoma, portavoce militare dell’AFC/M23 ucciso a febbraio nei pressi di Rubaya, viene implicitamente inserita dentro questa stessa sequenza di operazioni con droni attribuite alle forze governative congolesi.

Naturalmente il Rwanda è una delle parti più coinvolte e controverse dell’intero conflitto. Kinshasa, numerosi rapporti internazionali e diversi governi occidentali accusano da tempo Kigali di sostenere militarmente l’M23, accusa sempre respinta o ridimensionata dalle autorità ruandesi. Proprio per questo, le dichiarazioni del ministro degli Esteri non possono essere considerate neutrali. Tuttavia, il loro interesse politico e analitico è notevole, perché mostrano con chiarezza la strategia comunicativa attraverso cui Kigali cerca di ridefinire il quadro morale e diplomatico della guerra.

Per anni il dibattito internazionale sull’est della RDC si è concentrato soprattutto sulle accuse rivolte ai gruppi armati e alle reti regionali legate allo sfruttamento illegale delle risorse minerarie congolesi. La chiusura del tweet di Nduhungirehe (con il riferimento polemico ai “minerali insanguinati”) appare dunque come un tentativo di rovesciare quella stessa narrazione: non più soltanto il Rwanda accusato di destabilizzare il Congo, ma Kinshasa accusata di colpire civili con il silenzio o la complicità della comunità internazionale. Una inversione narrativa significativa in un conflitto storicamente segnato proprio dalle accuse rivolte a Kigali.

Nel frattempo, il conflitto sul terreno continua a trasformarsi. L’uso dei droni sembra ormai diventato una componente strutturale della guerra nell’est congolese. Se in passato gli scontri erano associati soprattutto a combattimenti terrestri, artiglieria e movimenti di milizie, oggi la dimensione aerea assume un ruolo crescente anche nelle aree urbane e nei territori densamente popolati.

Questo produce almeno tre conseguenze importanti.

La prima riguarda l’impatto sui civili. Mercati, abitazioni e quartieri urbani diventano vulnerabili a bombardamenti rapidi e spesso difficili da prevedere, aumentando il senso di insicurezza permanente nelle aree contese del Nord e Sud Kivu.

La seconda riguarda la verifica delle responsabilità. Gli attacchi con droni avvengono frequentemente in contesti frammentati, con accesso limitato per osservatori indipendenti e forte polarizzazione delle fonti. Di conseguenza, la battaglia per l’attribuzione degli attacchi diventa parte integrante della guerra stessa.

La terza riguarda il ruolo delle organizzazioni internazionali. Le accuse rivolte alla MONUSCO mostrano come la crisi di credibilità delle missioni ONU in diversi contesti africani stia ormai entrando direttamente nel linguaggio politico regionale. Per Kigali, la neutralità prudente della comunità internazionale equivale a una forma di protezione politica di Kinshasa. Per altri osservatori, invece, proprio la complessità del conflitto rende inevitabile una cautela estrema nelle attribuzioni pubbliche.

Rd Congo, sanzioni USA contro Joseph Kabila nel quadro del conflitto nell’est

Le accuse ruandesi emergono inoltre in un momento in cui Washington continua a sostenere ufficialmente il processo di stabilizzazione regionale promosso dagli accordi del dicembre 2025 tra RDC e Rwanda, mantenendo però una linea dura verso gli attori considerati vicini all’AFC/M23. Le recenti sanzioni statunitensi contro l’ex presidente Joseph Kabila, accusato di sostenere la coalizione ribelle, mostrano infatti come la competizione diplomatica sul conflitto si intrecci a una più ampia battaglia internazionale sulla definizione delle responsabilità politiche e militari nella crisi dell’est congolese.

In questo quadro, la guerra nell’est della Repubblica Democratica del Congo appare sempre meno come un conflitto locale e sempre più come uno spazio in cui si intrecciano tecnologia militare, diplomazia regionale, propaganda e competizione internazionale per imporre la propria interpretazione della guerra.

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