Nell’est della Repubblica Democratica del Congo la guerra non minaccia soltanto città, villaggi e popolazioni. A pagarne le conseguenze è anche uno dei patrimoni naturali più importanti dell’Africa centrale: il Parco nazionale di Kahuzi-Biega, nel Sud Kivu, dove l’insicurezza ha praticamente interrotto le attività di conservazione e rende impossibile sapere quanti gorilla di Grauer siano ancora presenti.
L’allarme arriva proprio il 27 settembre, in occasione della Giornata mondiale del turismo. Da quasi due anni, a causa del conflitto nell’est del Paese, il parco non registra visitatori. Ma l’assenza del turismo è soltanto l’aspetto più visibile di una crisi che investe l’intero sistema di protezione di Kahuzi-Biega.
Prima della guerra nel parco venivano censiti almeno 1.500 gorilla di Grauer. Oggi nessuno è in grado di stabilire quanti ne siano rimasti.
Il problema principale è l’impossibilità per gli ecoguardiani di accedere regolarmente alle diverse aree protette. L’insicurezza impedisce il monitoraggio dei gorilla e delle altre specie e, nello stesso tempo, crea spazi sempre più ampi per attività illegali.
Arthur Kalonji, direttore del Parco nazionale di Kahuzi-Biega, ha descritto la situazione con un’immagine particolarmente efficace: il parco è rimasto come “una casa senza porte”.
Una casa, dunque, nella quale è diventato molto più difficile controllare ciò che accade.
L’assenza degli ecoguardiani favorisce infatti il bracconaggio e la deforestazione, due fenomeni che già prima dell’attuale crisi rappresentavano una minaccia per l’ecosistema. Con l’espansione del conflitto, tuttavia, la capacità delle istituzioni di proteggere il territorio si è ulteriormente ridotta.
La guerra produce così una forma di vulnerabilità ambientale che rischia di durare ben oltre i combattimenti. Se vengono meno il monitoraggio, la sorveglianza e la continuità delle attività scientifiche, diventa difficile persino misurare l’entità del danno.
Il simbolo di questa crisi è il gorilla di Grauer, conosciuto anche come gorilla di pianura orientale.
Endemico della Repubblica Democratica del Congo, è una delle specie più emblematiche delle foreste dell’est del Paese. Kahuzi-Biega costituisce uno dei suoi habitat fondamentali e proprio la presenza dei gorilla ha contribuito a rendere il parco uno dei luoghi più conosciuti della conservazione africana.
Oggi, tuttavia, la domanda più semplice è anche quella alla quale non è possibile rispondere: quanti gorilla sono sopravvissuti?
Prima dell’attuale fase di guerra se ne contavano almeno 1.500 all’interno del parco. L’interruzione delle attività sul terreno impedisce però di aggiornare quel dato. Non sapere quanti animali rimangano non significa necessariamente che siano scomparsi, ma rivela qualcosa di altrettanto preoccupante: il sistema di osservazione e protezione che permetteva di seguirne l’evoluzione è stato fortemente compromesso.
È uno degli effetti meno visibili dei conflitti armati. La guerra non uccide soltanto direttamente. Può sospendere le istituzioni, interrompere le reti di sorveglianza e rendere territori interi praticamente inaccessibili a chi dovrebbe proteggerli.
La chiusura del parco al turismo ha inoltre conseguenze economiche e sociali.
Kahuzi-Biega non è uno spazio naturale separato dal territorio che lo circonda. La sua esistenza coinvolge guide, ecoguardiani, operatori turistici e comunità locali che vivono nelle aree limitrofe. L’interruzione delle visite significa quindi perdita di reddito e di opportunità economiche, oltre a indebolire uno dei meccanismi attraverso i quali la conservazione può produrre benefici per le popolazioni del territorio.
La crisi mette in difficoltà anche gli stessi ecoguardiani, impossibilitati a svolgere normalmente il proprio lavoro.
Il rapporto tra conservazione e comunità locali rimane peraltro una questione complessa nella storia di Kahuzi-Biega. Come in molte aree protette africane, la tutela della biodiversità non può essere pensata esclusivamente come controllo di uno spazio naturale, ma deve confrontarsi con le popolazioni che abitano e utilizzano da generazioni quei territori e le loro risorse.
È anche per questa ragione che la protezione del parco non potrà dipendere soltanto dal ritorno della sicurezza militare.
Dopo quasi due anni di interruzione, il Parco nazionale di Kahuzi-Biega ha annunciato una progressiva ripresa delle proprie attività. L’instabilità dell’est congolese rimane però l’ostacolo principale.
Bertin Murhabale, specialista di ecologia e gestione delle risorse animali, ha chiesto all’Unesco di intervenire affinché il patrimonio naturale venga maggiormente protetto e alle autorità di creare le condizioni perché gli operatori della conservazione possano tornare a lavorare. Al tempo stesso, ha sottolineato la necessità del coinvolgimento delle comunità che vivono intorno al parco.
Kahuzi-Biega sta inoltre organizzando iniziative di sensibilizzazione rivolte a giornalisti, ricercatori, operatori turistici e organizzazioni della società civile. L’obiettivo è riportare l’attenzione sulla sorte del parco e, in particolare, dei gorilla.
Il caso di Kahuzi-Biega mostra quanto sia difficile proteggere la biodiversità in un territorio attraversato da un conflitto prolungato.
Un parco nazionale esiste materialmente attraverso le sue foreste, i suoi animali e i suoi confini, ma la sua protezione dipende da un’infrastruttura molto più ampia: ecoguardiani, ricercatori, amministrazioni, finanziamenti, comunità locali, turismo, cooperazione internazionale e capacità dello Stato di esercitare le proprie funzioni.
La guerra può spezzare contemporaneamente molti di questi legami.
È per questo che il destino dei gorilla di Grauer non costituisce una questione marginale rispetto alla crisi umanitaria dell’est congolese. Ne rappresenta piuttosto un’altra dimensione. La violenza modifica i territori, altera l’accesso alle risorse, indebolisce le istituzioni e rende più vulnerabili tanto le comunità umane quanto gli ecosistemi nei quali esse vivono.
La Giornata mondiale del turismo assume così, quest’anno, un significato particolare a Kahuzi-Biega. Il problema non è soltanto riportare i visitatori nel parco. Prima ancora, occorre rendere nuovamente possibile conoscere ciò che accade al suo interno.
Perché oggi la misura più inquietante della crisi è proprio questa: in una delle più importanti aree protette dell’Africa centrale, nessuno sa con certezza quanti gorilla di Grauer siano ancora vivi.


