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RD Congo, l’ex presidente Joseph Kabila condannato a morte per crimini di guerra

La giustizia militare di Kinshasa ha riconosciuto Joseph Kabila colpevole di tradimento e legami con il M23, imponendo anche un risarcimento miliardario allo Stato congolese.

Il 30 settembre 2025 la Haute Cour militaire di Kinshasa ha emesso una sentenza destinata a entrare nella storia della Repubblica Democratica del Congo: l’ex presidente Joseph Kabila, al potere dal 2001 al 2019, è stato condannato a morte in contumacia. L’accusa, gravissima, riguarda crimini di guerra e tradimento, con la responsabilità di aver guidato o comunque favorito la coalizione ribelle AFC/M23, un gruppo armato attivo soprattutto nelle province orientali del Paese e accusato di avere legami strutturali con il Rwanda.

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Kabila, che da due anni vive in esilio in un luogo non dichiarato, non era presente in aula. Dopo quattro ore di deliberazione, i giudici militari non solo hanno emesso la condanna capitale, ma hanno anche stabilito un risarcimento senza precedenti: oltre 33 miliardi di dollari di danni da corrispondere allo Stato congolese, alle province del Nord e del Sud-Kivu e alle associazioni che assistono le vittime delle violenze.

Il processo, inizialmente previsto per il 12 settembre, era stato rinviato a causa della presentazione di nuovi elementi da parte delle parti civili. Tuttavia, questi materiali non sono poi stati formalmente esibiti in aula, circostanza che rende ancora più controversa la dinamica processuale. La sentenza resta comunque un passaggio politico e simbolico di enorme portata, poiché per la prima volta un ex capo di Stato congolese viene giudicato e condannato da una giurisdizione militare del Paese.

Il contesto è quello di un’Est del Congo martoriata da oltre trent’anni di conflitti armati, con la presenza costante di gruppi ribelli e milizie che si contendono risorse minerarie e territori, spesso con il sostegno di potenze regionali come il Rwanda. Negli ultimi anni il riemergere e il rafforzarsi del M23 ha ulteriormente destabilizzato il Nord-Kivu e innescato nuove crisi umanitarie. In questo quadro, la decisione dei giudici congolesi assume un duplice significato: da un lato rappresenta un atto di rottura con un passato di impunità che ha caratterizzato le élite politiche del Paese, dall’altro rischia di alimentare nuove tensioni interne ed esterne, vista la delicatezza dei rapporti regionali e le fragili dinamiche di sicurezza nell’area.

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