Nella Repubblica Democratica del Congo la violenza sessuale continua a essere utilizzata come strumento di guerra. Un nuovo allarme arriva dal Bureau conjoint des Nations unies aux droits de l’homme (BCNUDH), che ha documentato per il 2025 centinaia di casi di stupri e altre violenze legate al conflitto armato, con oltre millecinquecento vittime e un numero crescente di donne e ragazze ridotte in schiavitù sessuale.
Secondo i dati raccolti dall’organismo delle Nazioni Unite, nel corso del 2025 sono stati documentati 887 episodi di violenza sessuale collegati al conflitto, che hanno coinvolto complessivamente 1.534 vittime. La maggioranza è costituita da donne (854) e ragazze minorenni (672), un dato che conferma come la popolazione femminile resti la principale bersaglio di queste pratiche.
L’epicentro delle violenze rimane l’est del paese. Le province del Nord-Kivu e del Sud-Kivu concentrano circa l’80 per cento delle vittime registrate, aree da anni segnate dalla presenza di numerosi gruppi armati e da un conflitto frammentato che coinvolge milizie locali, gruppi stranieri e forze governative.
Il rapporto del BCNUDH attribuisce circa il 75 per cento delle violenze documentate ai gruppi armati. Tra questi, il Movimento del 23 marzo (M23) risulta responsabile del numero più elevato di vittime, con 439 casi registrati. Seguono i gruppi Wazalendo, la milizia CODECO (Coopérative pour le développement du Congo), diverse formazioni Maï-Maï, oltre alle Forces démocratiques de libération du Rwanda (FDLR) e alle Allied Democratic Forces (ADF), organizzazioni attive da anni nella regione dei Grandi Laghi.
Il rapporto segnala tuttavia anche il coinvolgimento di attori statali. Circa il 19 per cento delle violenze documentate sarebbe attribuibile a membri delle Forze armate della RDC (FARDC), della Polizia nazionale congolese (PNC) e dell’Agenzia nazionale di intelligence (ANR). La presenza di responsabilità all’interno delle istituzioni rappresenta uno degli aspetti più preoccupanti evidenziati dalle Nazioni Unite.
Tra i crimini segnalati emergono situazioni di particolare gravità, come casi di schiavitù sessuale. Donne e ragazze vengono tenute prigioniere per lunghi periodi nei campi delle milizie, sottoposte a stupri ripetuti e costrette a gravidanze forzate. In alcuni casi la detenzione può durare mesi o anni, trasformando la violenza sessuale in un sistema stabile di dominio e sfruttamento.
Il BCNUDH richiama inoltre l’attenzione sulla condizione dei bambini nati da queste violenze. Molti di loro subiscono il rifiuto delle famiglie o delle comunità, non vengono registrati all’anagrafe e restano privi di riconoscimento legale. Questa condizione di invisibilità amministrativa aumenta la vulnerabilità sociale e può esporli al rischio di reclutamento da parte dei gruppi armati.
Sul piano dell’assistenza alle vittime, il rapporto evidenzia una forte sproporzione tra l’accesso alle cure mediche di emergenza e i programmi di sostegno a lungo termine. Circa il 70 per cento delle sopravvissute riesce a ricevere cure mediche immediate, ma meno del 2 per cento beneficia di un accompagnamento completo che includa supporto psicologico, assistenza legale e reintegrazione sociale.
Di fronte a questo quadro, il BCNUDH chiede alle autorità congolesi di accelerare le procedure giudiziarie contro i responsabili di crimini gravi e di garantire la registrazione sistematica all’anagrafe dei bambini nati da stupri legati al conflitto. Allo stesso tempo l’organismo invita i gruppi armati a cessare immediatamente le ostilità, liberare senza condizioni tutte le donne e le ragazze tenute prigioniere e porre fine alla pratica della schiavitù sessuale.
L’agenzia delle Nazioni Unite rivolge infine un appello alla comunità internazionale affinché rafforzi il sostegno finanziario ai programmi di assistenza, sottolineando che la risposta alla crisi non può limitarsi all’emergenza medica, ma deve garantire un accompagnamento duraturo per le sopravvissute e per i bambini nati da queste violenze.


