La Repubblica Democratica del Congo ha perso 559.439 ettari di foresta primaria umida nel 2025, il terzo valore più alto al mondo dopo Brasile e Bolivia. Il dato, elaborato dall’Università del Maryland e diffuso attraverso Global Forest Watch, conferma la crescente pressione sul patrimonio forestale del Paese, che custodisce una parte fondamentale delle foreste tropicali del bacino del Congo.
Il dato del 2025 rappresenta una lieve diminuzione rispetto ai 589.812 ettari perduti nel 2024, il massimo registrato dall’inizio della serie nel 2001. La flessione annuale, tuttavia, non modifica la tendenza di lungo periodo. Tra il 2001 e il 2010 la perdita media annua di foresta primaria era pari a circa 152 mila ettari; nel decennio 2016-2025 è salita a oltre 510 mila ettari. Complessivamente, dal 2001 la RDC ha perso poco meno di 8,1 milioni di ettari di foresta primaria, circa il 7,7% della superficie rilevata all’inizio del secolo.
Su scala mondiale, la perdita congolese del 2025 equivale a circa il 13% dei 4,29 milioni di ettari di foresta primaria tropicale scomparsi nel corso dell’anno. Soltanto il Brasile, con oltre 1,6 milioni di ettari, e la Bolivia, con circa 622 mila, hanno registrato valori assoluti superiori.
Le differenze territoriali all’interno della RDC sono considerevoli. La Tshopo ha perso 57.324 ettari di foresta primaria nel 2025, seguita dal Kasaï con 51.779 e dal Sankuru con 50.147. Le tre province concentrano insieme il 28,5% della perdita nazionale. Seguono Ituri, Mai-Ndombe ed Équateur, tutte con valori superiori ai 40 mila ettari.
La graduatoria cambia se si considera non la superficie assoluta perduta, ma la quota rispetto alla foresta primaria presente nel 2000. In questo caso emerge soprattutto il Kongo-Central, che in venticinque anni ha perso il 26,7% del proprio patrimonio forestale primario. Seguono Kasaï-Central, con il 22,3%, Kwilu, con il 19,9%, e Sud-Ubangi, con il 19,5%.
Alla base della trasformazione non c’è una sola causa. Secondo la classificazione associata ai dati satellitari, il principale fattore della perdita complessiva di copertura arborea nel 2025 è l’agricoltura itinerante su terreni disboscati e bruciati, alla quale vengono attribuiti circa 1,02 milioni di ettari, pari al 79,1% del totale. L’agricoltura permanente rappresenta un ulteriore 13,4%, mentre incidono in misura minore incendi, attività minerarie e sfruttamento forestale.
Il rapporto tra foreste e attività estrattive è particolarmente delicato nelle province minerarie. Un rapporto dell’organizzazione congolaise AFREWATCH pubblicato nel marzo 2026 stima in quasi 874 mila ettari la superficie forestale perduta tra il 2000 e il 2024 nel Lualaba e nell’Haut-Katanga. Nelle aree occupate da dodici società minerarie analizzate, la superficie forestale sarebbe diminuita da oltre 117 mila a meno di 50 mila ettari, mentre quella occupata dalle infrastrutture minerarie è aumentata fortemente.
La posta in gioco è anche climatica. La perdita di copertura arborea registrata nel 2025 viene associata a 866,6 milioni di tonnellate di CO2 equivalente di emissioni lorde. Ma il quadro è più complesso di quanto suggerisca questo dato isolato: tra il 2001 e il 2025 le foreste congolesi hanno continuato complessivamente ad assorbire più carbonio di quanto ne abbiano rilasciato, con un saldo netto stimato in circa 5,89 miliardi di tonnellate assorbite.
Particolare attenzione riguarda inoltre le torbiere del bacino del Congo, enormi depositi naturali di carbonio: oltre 52 mila ettari della perdita forestale registrata nel 2025 ricadono in aree classificate come torbiere.
Sul piano politico, il governo congolese ha confermato nel luglio 2026 il mantenimento del moratorio sull’attribuzione di nuovi titoli forestali, introdotto nel 2002. La decisione era stata sollecitata pochi giorni prima da una coalizione di 70 organizzazioni della società civile ed è stata accolta favorevolmente da Greenpeace Africa, che considera il moratorio uno strumento importante per la tutela delle foreste, della biodiversità e dei diritti delle comunità locali.
La RDC dispone inoltre di programmi internazionali di finanziamento per la protezione delle foreste. Nell’ambito dell’accordo con la Central African Forest Initiative, sottoscritto nel 2021, risultavano mobilitati alla fine del 2024 oltre 302 milioni di dollari, dei quali circa 269 milioni già erogati alle agenzie incaricate dei programmi. L’attuazione resta però incompleta: dei 75 obiettivi intermedi valutati per il periodo 2021-2024, il 20% risultava pienamente raggiunto, il 35% in avanzamento e il 45% non ancora eseguito.
I numeri del 2025 mostrano dunque una situazione apparentemente contraddittoria. La perdita di foresta primaria è diminuita rispetto al record del 2024, ma rimane più di tre volte superiore alla media annuale del primo decennio del secolo. E mentre la foresta congolese continua nel suo complesso a funzionare come un enorme serbatoio di carbonio, agricoltura, crescita demografica, domanda energetica, attività minerarie e progetti di sviluppo esercitano pressioni crescenti sul territorio.
La questione riguarda ben oltre i confini della RDC. Il bacino del Congo costituisce uno dei maggiori sistemi forestali tropicali del pianeta e svolge un ruolo decisivo nella biodiversità e nella regolazione climatica. La perdita di 559 mila ettari in un solo anno non racconta quindi soltanto l’evoluzione ambientale di un Paese, ma una delle trasformazioni ecologiche più rilevanti in corso nel continente africano.


