Più di 1.100 cittadini afghani bloccati in Qatar, molti dei quali avevano collaborato con l’esercito statunitense durante i vent’anni di guerra in Afghanistan, potrebbero essere trasferiti nella Repubblica Democratica del Congo invece di essere accolti negli Stati Uniti, come era stato loro prospettato dopo la caduta di Kabul. La vicenda, emersa attraverso denunce di organizzazioni impegnate nell’evacuazione degli afghani e rilanciata da diversi media internazionali, apre un nuovo fronte politico, umanitario e giuridico nella gestione migratoria dell’amministrazione Trump.
Gli afghani si trovano nel campo di As Sayliyah, in Qatar, una ex base militare americana divenuta snodo temporaneo per l’esame delle pratiche di reinsediamento. Tra loro vi sono interpreti, ex membri delle forze speciali, autisti, addetti alla sicurezza, personale amministrativo e familiari di collaboratori del dispositivo statunitense in Afghanistan. Per molti di questi nuclei, il passaggio in Qatar avrebbe dovuto rappresentare soltanto una tappa intermedia verso l’ingresso negli Stati Uniti. Invece, a distanza di molti mesi, la loro posizione resta sospesa.
Secondo quanto riferito dalle organizzazioni che seguono il dossier, Washington avrebbe prospettato a questi profughi una cosiddetta “reinstallazione volontaria” in un Paese terzo, indicato in più ricostruzioni come la Repubblica Democratica del Congo. Una definizione che appare contestata dagli interessati e da diversi osservatori, i quali sostengono che la scelta non sia realmente libera: l’alternativa, infatti, sarebbe il ritorno in Afghanistan, dove molti di loro ritengono di rischiare persecuzioni e rappresaglie da parte dei talebani proprio per il sostegno dato alle forze americane e al precedente governo afghano sostenuto dall’Occidente.
Il nodo è particolarmente delicato perché riguarda persone che avevano ricevuto, almeno sul piano politico e morale, una promessa di protezione da parte degli Stati Uniti. Dopo il ritorno dei talebani al potere nel 2021, l’amministrazione Biden aveva attivato un programma che ha consentito a oltre 190mila afghani di trasferirsi negli Usa. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, però, la linea si è irrigidita: il contrasto all’immigrazione è tornato al centro dell’agenda e il programma di accoglienza per gli afghani è stato progressivamente smantellato, anche con il blocco delle procedure e la chiusura di canali speciali di ingresso.
Per i residenti del campo di Doha la prospettiva congolese è vissuta come un ulteriore trauma. In un loro comunicato, gli afghani ospitati ad As Sayliyah hanno respinto l’ipotesi di un trasferimento nella RDC, affermando di non avere in quel Paese né legami familiari, né riferimenti linguistici, né uno status giuridico definito. Hanno inoltre sottolineato che la stessa Repubblica Democratica del Congo attraversa una grave crisi interna, segnata da violenze armate, instabilità e una pesante emergenza umanitaria, soprattutto nelle regioni orientali. Per questo motivo ritengono che tale destinazione non possa essere considerata una soluzione sicura e dignitosa.
Il disagio nel campo, secondo le testimonianze diffuse, si starebbe aggravando anche sul piano psicologico. I residenti parlano di depressione profonda, di incertezza estrema sul futuro e di una crescente sensazione di abbandono. A questo si aggiungono timori per la sicurezza, dopo la caduta di detriti missilistici nelle vicinanze del campo. In questo quadro, la mancanza di comunicazioni ufficiali chiare da parte delle autorità statunitensi viene descritta dagli interessati come un ulteriore elemento di pressione e disorientamento.
La questione si inserisce inoltre in una strategia più ampia di esternalizzazione delle espulsioni da parte degli Stati Uniti. Secondo le ricostruzioni riportate nei materiali disponibili, l’amministrazione Trump starebbe cercando accordi con Paesi terzi disposti a ricevere migranti espulsi o non ammessi sul territorio americano, anche quando tali destinazioni sono attraversate da forti criticità politiche o umanitarie. In questo quadro, la Repubblica Democratica del Congo sarebbe già coinvolta in un’intesa più ampia con Washington, al centro di polemiche sia per la scarsa trasparenza sia per le possibili implicazioni sul piano dei diritti umani.
Le opposizioni e diverse organizzazioni della società civile, sia negli Stati Uniti sia in Africa, contestano il principio stesso di questa politica: spostare richiedenti protezione o persone vulnerabili verso Stati fragili, lontani dal contesto originario e privi di adeguate garanzie, rischia di trasformare l’asilo in una procedura puramente amministrativa, svuotata della sua sostanza giuridica e umana. Il caso degli afghani di Doha appare, in questo senso, emblematico: non si tratta di migranti irregolari arrivati clandestinamente, ma di persone che avevano collaborato con l’apparato americano e che ora vedono incrinarsi la promessa di tutela ricevuta.
Sul piano diplomatico, il dossier tocca anche la credibilità internazionale degli Stati Uniti. Abbandonare o redistribuire altrove ex collaboratori locali che hanno servito le forze americane in guerra potrebbe avere effetti che vanno oltre la contingenza politica. Per molti osservatori, il messaggio inviato al resto del mondo è che l’appoggio dato a Washington in scenari di conflitto non garantisce necessariamente protezione quando il quadro politico cambia. E questo può pesare, in futuro, sulla disponibilità di interpreti, mediatori, autisti, funzionari e civili locali a collaborare con gli Stati Uniti in teatri di guerra o di crisi.
Per ora, la sorte di queste oltre 1.100 persone resta incerta. Ma il loro rifiuto di essere trasferiti in Congo e l’impossibilità di rientrare in Afghanistan rendono evidente la dimensione morale della vicenda: non si tratta soltanto di una disputa su visti, quote o procedure, bensì del destino di uomini, donne e bambini rimasti sospesi fra una promessa non mantenuta e una nuova precarietà imposta.


