Nella Repubblica Democratica del Congo aumenta la preoccupazione per la possibile diffusione dell’Ebola all’interno del campo per sfollati di Kigonze, nei pressi di Bunia, nell’est del Paese. Dall’inizio di maggio almeno trenta persone sono morte in circostanze che hanno spinto autorità sanitarie e organizzazioni umanitarie a temere una rapida propagazione del virus tra una popolazione già estremamente vulnerabile.
Kigonze ospita oltre 15.000 persone costrette a lasciare le proprie case a causa dei conflitti armati che da anni interessano la regione dell’Ituri. Le condizioni di vita nel campo sono particolarmente difficili: tende ammassate a brevissima distanza, servizi igienici insufficienti, carenza di acqua pulita e una densità abitativa che rende molto complesso qualsiasi intervento di prevenzione sanitaria.
Secondo i responsabili del campo, il numero di decessi registrati nelle ultime settimane è nettamente superiore alla norma. Se abitualmente si contavano uno o due morti al mese, negli ultimi giorni il fenomeno ha assunto proporzioni eccezionali. Alcuni dei deceduti presentavano sintomi compatibili con l’Ebola, tra cui febbre alta, forti mal di testa e vomito. Le analisi effettuate su diversi campioni biologici avrebbero confermato la presenza del virus in alcuni casi.
Uno degli aspetti che più preoccupa gli operatori sanitari riguarda la diffidenza di una parte della popolazione nei confronti dei test diagnostici. Per diversi giorni molte famiglie hanno rifiutato sia gli esami sui malati sia quelli post mortem, rendendo difficile valutare l’effettiva portata dell’epidemia. Le organizzazioni umanitarie presenti nell’area riferiscono che solo dopo insistenti mediazioni alcune autorità sanitarie hanno potuto effettuare prelievi e verifiche.
La situazione è aggravata dal fatto che l’est della Repubblica Democratica del Congo ospita oltre cinque milioni di sfollati interni. In contesti simili, caratterizzati da forte mobilità, sovraffollamento e infrastrutture sanitarie fragili, le epidemie possono diffondersi rapidamente prima ancora di essere identificate con precisione.
Particolare attenzione è rivolta alle condizioni igieniche del campo. Gli operatori umanitari sottolineano che il controllo dell’Ebola dipende in larga misura dalla disponibilità di servizi per l’acqua, l’igiene e la sanificazione. Tuttavia, negli ultimi anni i finanziamenti internazionali destinati a questi interventi sono diminuiti sensibilmente. Secondo i dati delle Nazioni Unite, le risorse disponibili per la costruzione e la manutenzione di latrine, punti d’acqua e stazioni per il lavaggio delle mani si sono più che dimezzate rispetto al passato.
Molte organizzazioni internazionali denunciano inoltre la riduzione o la cancellazione di diversi programmi finanziati dagli Stati Uniti. Alcuni progetti che in passato garantivano servizi essenziali a centinaia di migliaia di sfollati sono stati ridimensionati, lasciando numerose comunità senza adeguate strutture igienico-sanitarie. Pur continuando a sostenere economicamente la lotta contro l’Ebola, Washington ha rivisto le proprie priorità nell’ambito degli aiuti umanitari.
L’epidemia dichiarata ufficialmente dalle autorità congolesi a metà maggio si concentra soprattutto nella provincia dell’Ituri, che rappresenta la quasi totalità dei casi confermati registrati finora nel Paese. Le morti avvenute a Kigonze e in altri campi per sfollati mostrano tuttavia quanto sia difficile contenere una malattia altamente contagiosa in territori segnati contemporaneamente da guerra, povertà e fragilità istituzionale.
Più che un’emergenza esclusivamente sanitaria, la crisi in corso evidenzia il legame profondo tra salute pubblica, condizioni sociali e accesso ai servizi essenziali. Nei campi profughi dell’est congolese il rischio epidemico non dipende soltanto dalla presenza del virus, ma anche dalla capacità delle comunità e delle istituzioni di garantire acqua pulita, assistenza medica e condizioni di vita dignitose a milioni di persone già colpite dagli effetti del conflitto.


