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Conflitti

Rd Congo, tre mesi per disarmare i civili

In Rd Congo partirà il 22 settembre una vasta campagna di disarmo civile volontario: anonimato, amnistia e beni materiali in cambio delle armi detenute illegalmente.

Dal 22 settembre al 22 dicembre 2026 la Repubblica Democratica del Congo lancerà una vasta operazione di disarmo civile volontario in diverse aree considerate strategiche del Paese. L’obiettivo è recuperare e successivamente distruggere le armi detenute illegalmente dalla popolazione, tentando di ridurre la diffusione delle armi leggere in un contesto nel quale conflitti, criminalità e instabilità hanno favorito per decenni la loro circolazione.

La campagna, che rientra nell’iniziativa dell’Unione africana “Silencing the Guns” (“Far tacere le armi”), sarà supervisionata dalla Commissione nazionale di controllo delle armi leggere e di piccolo calibro (CNC-ALPC). Tra le aree interessate figurano Kinshasa, il Kongo-Central, la Tshopo, il Grand Équateur e il Grand Kasaï.

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Per convincere chi possiede illegalmente un’arma a consegnarla, le autorità congolesi hanno previsto tre principali incentivi: l’anonimato, un’amnistia giudiziaria e una compensazione materiale. Quest’ultima dovrebbe seguire il principio dell’“arma contro oggetto di sviluppo”, cioè la possibilità di ricevere in cambio della consegna un bene destinato a migliorare concretamente le condizioni di vita individuali o familiari.

Restano tuttavia da definire alcuni aspetti importanti dell’operazione. Il governo non ha ancora comunicato un obiettivo quantitativo per la raccolta, mentre devono essere precisate sia la natura delle compensazioni materiali sia le modalità con cui sarà applicata l’amnistia.

Il disarmo volontario della popolazione non rappresenta una novità per la Repubblica Democratica del Congo. Nel luglio 2024 il vice primo ministro Jacquemain Shabani aveva dichiarato che nel Paese erano già state distrutte più di 200 mila armi e oltre mille tonnellate di munizioni. Una parte di questo materiale proveniva proprio da precedenti campagne di disarmo civile volontario.

I numeri mostrano la dimensione del fenomeno, ma anche la difficoltà di affrontarlo esclusivamente attraverso il recupero delle armi già presenti sul territorio. Ogni campagna di raccolta interviene infatti sul patrimonio esistente, mentre rimane aperta la questione delle nuove armi che continuano ad alimentare il mercato illegale.

È probabilmente questo il punto più delicato dell’iniziativa annunciata per l’autunno. La Repubblica Democratica del Congo possiede oltre 10 mila chilometri di frontiere terrestri, difficili da controllare in maniera uniforme. Uno studio pubblicato nel maggio 2025 dal Groupe de recherche et d’information sur la paix et la sécurité (GRIP) ha indicato proprio la porosità delle frontiere tra i fattori che favoriscono la circolazione delle armi, insieme al rischio che parte degli armamenti venga sottratta o deviata dagli stock ufficiali.

La nuova operazione pone quindi una questione che va oltre il numero di fucili o pistole che saranno consegnati tra settembre e dicembre. Una politica di disarmo può produrre risultati duraturi soltanto se alla riduzione delle armi già nelle mani dei civili corrisponde una capacità di limitarne l’ingresso e la redistribuzione.

In questo senso, il principio della consegna volontaria accompagnata da incentivi materiali tenta di intervenire anche sulle ragioni sociali che possono rendere un’arma una risorsa: uno strumento di protezione, una merce di scambio o un bene dotato di valore economico. La formula “arma contro oggetto di sviluppo” cerca di sostituire quel valore con qualcosa che possa avere un’utilità civile immediata.

La riuscita dell’operazione dipenderà però anche dalla fiducia nelle istituzioni. Anonimato e amnistia servono precisamente a ridurre il rischio percepito da chi decide di consegnare un’arma detenuta illegalmente. Perché il meccanismo funzioni, sarà necessario che le garanzie annunciate risultino credibili e che le procedure siano sufficientemente chiare da incoraggiare la partecipazione.

La campagna prevista dal 22 settembre al 22 dicembre rappresenta così un nuovo tentativo di ridurre la disponibilità di armi leggere nella società congolese. Il suo risultato non potrà tuttavia essere valutato soltanto contando le armi raccolte e distrutte. La questione più ampia riguarda la capacità dello Stato di impedire che, mentre alcune armi vengono consegnate, altre continuino a entrare in circolazione.

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