Il cosiddetto “contratto del secolo” tra la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e un consorzio di aziende cinesi continua a suscitare polemiche. Firmato nel 2008 sotto la presidenza di Joseph Kabila e rinegoziato lo scorso anno, l’accordo prevede lo sfruttamento delle ricche miniere di rame e cobalto del paese in cambio della costruzione di infrastrutture. Tuttavia, secondo la coalizione di ONG anti-corruzione “Le Congo n’est pas à vendre”, questa rinegoziazione favorirebbe ancora una volta la parte cinese a scapito dello Stato congolese.
📢 Aujourd’hui, le CNPAV a publié une note explosive !!!
Découvrez les chiffres catastrophiques de l’avenant 5 de la Convention Sicomines :💸 7,5 Mds USD de pertes fiscales pour la RDC
🚧 Financement des infrastructures incertain, lié au prix du cuivre
🔍 Le cobalt, un minerai… pic.twitter.com/1qtbDpoNAu— Le Congo N’est Pas à Vendre. (@CorruptionTue) March 5, 2025
L’accordo stabilisce che la RDC riceva 324 milioni di dollari all’anno per investimenti infrastrutturali, ma il versamento di tali fondi dipende dal prezzo del rame: se il valore della tonnellata scende sotto gli 8.000 dollari, lo Stato non riceverà nulla. Inoltre, se il prezzo sale oltre i 12.000 dollari, la RDC continuerà a percepire la stessa somma fissa, senza benefici proporzionati all’aumento della produzione. Secondo le stime dell’ONG, solo nel 2024 lo Stato congolese avrebbe subito una perdita di 132 milioni di dollari.
Un altro punto critico riguarda il meccanismo di pagamento: indipendentemente dalla quantità di rame estratta, il versamento per la RDC resta invariato. Questo implica che un’azienda che produce 100.000 tonnellate di rame paghi la stessa cifra di un’azienda che ne produce il doppio o il quadruplo, un’anomalia denunciata con forza dalle organizzazioni della società civile.
Il est clair que la renégociation de la convention SICOMINES a été mal préparée, avec des chiffres contradictoires et une approche qui n’a pas servi les intérêts de la population congolaise. Dans des contextes de gouvernance fragile comme le nôtre, de tels accords peuvent nuire à…
— Le Congo N’est Pas à Vendre. (@CorruptionTue) March 5, 2025
Inoltre, il contratto prevede esenzioni fiscali che ammontano ad almeno 100 milioni di dollari, limitando ulteriormente i guadagni per lo Stato. Le autorità congolesi, tuttavia, difendono l’accordo, sostenendo che l’impatto positivo si misurerà nel lungo termine attraverso la realizzazione di infrastrutture su larga scala.
Di fronte a queste criticità, “Le Congo n’est pas à vendre” chiede una nuova revisione dell’accordo per riequilibrare i benefici a favore della RDC e garantire una maggiore trasparenza nella gestione delle risorse minerarie.


