Skip to content
News

Remigrazione, il paradosso di un’Europa che teme ciò che potrebbe diventare

Dalla Roma imperiale all’America costruita dagli emigrati, la storia mostra come le civiltà siano spesso il risultato di incontri, contaminazioni e successive stratificazioni. Una prospettiva utile anche per comprendere il dibattito europeo sull’identità e sulla cosiddetta “remigrazione”.

ROMA: 27 a.C.–476 d.C.

Roma costruì uno degli imperi più vasti della storia attraverso la conquista, ma la sua grandezza non derivò soltanto dalla capacità di imporre lingua, istituzioni e ordinamento. Una delle ragioni della sua straordinaria durata fu anche la capacità di assorbire, rielaborare e fare propri elementi provenienti dai popoli con cui entrò in contatto.

Sarebbe anacronistico leggere la romanizzazione attraverso le categorie contemporanee del multiculturalismo o dell’integrazione: Roma fu una potenza imperiale e il rapporto con i popoli conquistati fu spesso fondato sulla coercizione e su una profonda asimmetria di potere. Eppure proprio questo rende significativo un fenomeno ricorrente nella storia: chi conquista non rimane necessariamente immune dalla cultura dei conquistati.

Annunci

Roma incorporò culti, religioni, conoscenze, tecniche, forme artistiche e tradizioni provenienti dai territori sottoposti al suo dominio. Il mondo romano non fu quindi soltanto il risultato dell’espansione di una cultura, ma anche della sua capacità di assimilare e rielaborare ciò che incontrava.

In sintesi, Roma trasformava i popoli conquistati, ma veniva a sua volta trasformata da essi.

Stati Uniti d’America: 1876–1924

Molti secoli dopo, in un contesto completamente diverso, gli Stati Uniti avrebbero rappresentato un’altra straordinaria esperienza di questo processo: non un impero che incorporava popolazioni attraverso la conquista, ma una società costruita anche attraverso successive ondate migratorie provenienti da ogni parte del mondo.

Tra queste ci furono moltissimi italiani.

Milioni di uomini e donne lasciarono l’Italia tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, in quella che viene generalmente definita la grande emigrazione italiana, spesso poveri, con una conoscenza limitata dell’inglese e inseriti in una società nella quale non mancavano pregiudizi e discriminazioni.

Non portarono però soltanto forza lavoro. Portarono mestieri, capacità artigianali, creatività, musica, arte, imprenditorialità e una cultura gastronomica che sarebbe diventata parte riconoscibile dell’identità americana.

Gli italiani contribuirono a trasformare l’America, mentre l’America trasformava gli italiani.

Questo esempio permette però di affrontare anche un’altra questione: l’emigrazione italiana portò con sé fenomeni criminali. La mafia italoamericana è un’innegabile realtà storica. Ma proprio questo dimostra quanto sia pericoloso trasformare un fenomeno criminale in una caratteristica collettiva.

Un mafioso italiano è responsabile dei propri crimini. Non lo sono, per il semplice fatto di essere italiani, milioni di persone che nello stesso periodo lavoravano, costruivano imprese, studiavano e contribuivano alla società nella quale vivevano.

Se l’America avesse considerato la criminalità organizzata una prova dell’incompatibilità degli italiani con la società americana e avesse scelto di allontanare la comunità nel suo complesso, avrebbe forse eliminato una parte dei problemi, ma avrebbe anche rinunciato a tutto ciò che quelle stesse persone avrebbero contribuito a costruire.

La distinzione è fondamentale: la responsabilità è individuale, l’identità culturale è collettiva. Confondere le due dimensioni significa trasformare il comportamento di alcuni in una colpa attribuita a tutti.

Ed è qui che il discorso passa dalla storia alla cultura.

Le culture non funzionano secondo una logica di somma zero. Una conoscenza non viene sottratta a chi la possiede quando viene condivisa; una tradizione non perde valore perché entra in relazione con un’altra. Una lingua incorpora nuove parole, una cucina nuovi ingredienti e tecniche, mentre musica e arte trovano spesso nella contaminazione un elemento evolutivo.

Il sapere non è una risorsa sottrattiva. È additivo.

Sia chiaro, non dico che ogni contaminazione sia positiva o che ogni elemento esterno debba essere accolto automaticamente, significa che la capacità di selezionare, assimilare e rielaborare ciò che arriva dall’esterno è stata, nella storia, una delle caratteristiche delle società più dinamiche.

Anche per questo l’idea di un’identità culturale completamente immobile è difficile da sostenere. L’identità europea, così come quella italiana, non è il risultato di un’origine pura e incontaminata, ma il frutto di una sedimentazione di incontri, conflitti, migrazioni, scambi, conquiste e contaminazioni.

Ciò che oggi chiamiamo tradizione è spesso il risultato di elementi che, in un’epoca precedente, erano percepiti come estranei e anche ciò che oggi consideriamo patrimonio culturale, molto probabilmente, un tempo era nuovo.

È in questa prospettiva che diventa interessante guardare all’Africa contemporanea e al rapporto che sta costruendo con l’Europa.

AFRICA – EUROPA: OGGI

Troppo spesso il continente africano viene rappresentato quasi esclusivamente come luogo di partenza dei flussi migratori, come se la sua relazione con l’Europa fosse riducibile al numero di persone che attraversano il Mediterraneo e al modo in cui fermarle. Ma l’Africa è anche un continente attraversato da profonde trasformazioni demografiche, economiche e culturali, con società giovani, nuove classi professionali, università, imprese, industrie creative e una straordinaria produzione culturale.

Questo non significa che si debba idealizzare l’immigrazione né ignorarne le difficoltà. Una politica migratoria seria deve affrontare l’immigrazione irregolare, stabilire regole chiare, garantire la sicurezza e perseguire senza ambiguità chi commette reati o sfrutta i migranti attraverso le reti criminali. Ma una politica migratoria efficace non può trasformare l’origine geografica in una categoria morale.

È possibile governare i flussi, far rispettare le regole e pretendere integrazione senza considerare la diversità una minaccia in sé. Perché difendere un’identità non significa necessariamente renderla impermeabile a ciò che viene dall’esterno.

La questione diventa particolarmente importante quando nel dibattito europeo compare il termine “remigrazione”.

Se con questa parola si intende il rimpatrio di chi non possiede i requisiti giuridici per soggiornare in un Paese, siamo all’interno di una discussione legittima sulle politiche migratorie perché è sano che uno Stato abbia il diritto di stabilire, senza dimenticare il senso di accoglienza, chi ha il diritto di entrare, chi può rimanere e a quali condizioni, così come ha il dovere di applicare le proprie leggi.

Ma il termine non ha un significato univoco e, in alcune delle sue formulazioni politiche, viene esteso oltre il semplice rimpatrio degli irregolari. Se quindi “remigrazione” diventa il progetto politico fondato sull’idea che determinate popolazioni siano incompatibili con l’identità europea in ragione della loro origine, religione o cultura, allora la questione cambia radicalmente.

L’errore diventa quindi pensare che la cultura nazionale – o meglio – europea, sia un patrimonio finito. La conseguenza è che ogni elemento proveniente dall’esterno apparirà come una minaccia all’integrità di questo patrimonio. Se invece considerassimo la cultura come giustamente è, ovvero il processo storico di sedimentazione, selezione e rielaborazione, ecco che l’incontro con l’altro può diventare una possibilità di crescita.

Roma non cessò di essere Roma perché incorporò elementi dei popoli conquistati: è anche attraverso quell’incontro che divenne ciò che conosciamo. Allo stesso modo, l’America divenne l’America che conosciamo anche perché milioni di immigrati ne trasformarono il tessuto sociale e culturale.

Le società cambiano attraverso conflitti, resistenze, negoziazioni e compromessi. È proprio questa complessità a distinguere una cultura viva da un’immagine idealizzata del passato.

Forse allora il vero interrogativo che l’Europa dovrebbe porsi non è soltanto quante persone sia in grado di accogliere, né quante sia necessario rimandare indietro, ma quale idea di sé vuole costruire.

Una civiltà forte non è quella che rimane identica a se stessa, ma quella che possiede sufficiente consapevolezza di ciò che è per poter cambiare senza smarrirsi, perché chi rimane sempre uguale a se stesso, alla fine, non si conserva: si consuma.

È questo, forse, il paradosso più profondo della remigrazione: nel tentativo di difendere l’identità europea dal rischio della trasformazione, si potrebbe finire per dimenticare che la trasformazione è una delle condizioni attraverso le quali quella stessa identità è arrivata fino a noi.

Il problema, dunque, non è soltanto stabilire chi debba restare e chi debba partire. È capire cosa accade a una società quando considera ogni elemento esterno una sottrazione, invece di chiedersi quale nuova ricchezza possa nascere dalla capacità di assimilare, rielaborare e aggiungere.

Allora propongo un’altra modalità per misurare la forza di una civiltà: nella sua capacità di incontrare il nuovo, assorbire ciò che può arricchirla e trasformare se stessa in qualcosa di migliore, perché una civiltà può anche sopravvivere rimanendo uguale a se stessa, ma una civiltà che non sa più cambiare ha già cominciato a morire.

Annunci
Remigrazione
Leggi anche
Torna su
No results found...