Skip to content
Diritti umani

Repubblica Centrafricana, un altro paese mette al bando le mutilazioni genitali femminili

La sentenza della Corte suprema dell’Africa Occidentale di cui vi abbiamo parlato a maggio, ha impresso una spinta alla campagna per porre fine nel continente africano a una pratica che viola i diritti delle donne

Un altro paese africano dice “basta” alle mutilazioni genitali femminili. La Repubblica Centrafricana, ha ratificato il Protocollo di Maputo sulla parità di genere, diventando così il 46° Stato dell’Unione Africana ad aderire al trattato che obbliga “a tutelare i diritti delle donne e ragazze, contrastando violenze, pratiche dannose e discriminazioni, promuovendone la piena partecipazione sociale, economica e politica”.
A imprimere slancio alla campagna per porre fine a pratiche arcaiche e disumane, come le Mgf, la pronuncia della Corte suprema dell’Africa Occidentale nei confronti della Sierra Leone: una sentenza che ha rappresentato un punto di svolta storico.
la decisione della Corte ha rafforzato i dettami del trattato, dichiarando le mutazioni genitali femminili,  in particolare l’infibulazione, “un atto di tortura”.
Sempre più stati dell’Africa centrale e di quella occidentale dicono, dunque,  “no” a una pratica che viola i diritti umani delle donne.
Le mutilazioni genitali femminili non sono solo un problema “africano” ma globale: sono diffuse in molte parti del mondo, con caratteristiche e livelli di gravità variabili.
Tra queste, la più devastante è l’infibulazione, una procedura che comporta la totale rimozione degli organi genitali esterni della donna, tra cui le grandi labbra, le piccole labbra e il clitoride.
Questa “operazione” viene eseguita con strumenti come lame, pezzi di vetro o di metallo, spesso in condizioni di totale assenza di condizioni igieniche adeguate.
Una volta completata l’asportazione, la carne viva viene ricucita, lasciando un piccolo orifizio che permette il passaggio di sangue e urina. Questa pratica, causa un danno irreversibile alla salute fisica e mentale delle donne e delle ragazze, anche in contesti europei. Secondo uno studio dell’Università Bicocca di Milano, in Europa si stima la presenza di circa 550.000 donne mutilate in Europa, di cui tra le 46.000 e le 57.000 solo in Italia.
I dati più recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), rilevano che almeno 200 milioni di bambine, ragazze e donne nel mondo hanno subito una forma di mutilazione genitale femminile. Le conseguenze di questa pratica sono devastanti: molte bambine muoiono nel tentativo di subire l’infibulazione a causa delle complicanze e delle infezioni.
Le donne che sopravvivono, convivono poi per tutta la vita con infiammazioni croniche dell’apparato urinario e altre complicanze di salute.
Un aspetto particolarmente traumatico riguarda il rapporto sessuale: per molti, il primo rapporto può essere estremamente doloroso o impossibile senza il taglio della cicatrice che si è formata dove un tempo si trovavano gli organi genitali.
La lotta contro le mutilazioni genitali femminili si fa sempre più incisiva, coinvolgendo attivisti, istituzioni e comunità internazionali. Azioni forti, basate sul diritto, per mettere al bando ovunque questa brutale pratica.
Come la sentenza dei giudici della Corte dell’Africa occidentale hanno riconosciuto che la circoncisione femminile non è “una tradizione culturale”, ma una forma di tortura e mutilazione che viola i diritti umani fondamentali. Questa decisione, se applicata e rispettata, può segnare la fine ufficiale di un atto prevaricatore  che ha causato dolore, sofferenza e traumi duraturi a milioni di donne e ragazze nel continente africano.
Nonostante la sentenza che lo riguarda direttamente, il governo della Sierra Leone ha mostrato esitazione.
Il Presidente, sotto pressione delle comunità che vedono nella mgf un’usanza culturale radicata, si trova di fronte a una difficile decisione: appoggiarne la criminalizzazione o mantenere lecita la tradizionale, seppur truce, pratica.
La maggior parte degli attivisti locali sottolinea che la mossa della Corte è il primo passo di un percorso più ampio di riforma, che coinvolga anche campagne di sensibilizzazione e dialogo interculturale.
Le organizzazioni che da anni si battono contro le mutilazioni genitali femminili chiedono di amplificare le voci che si oppongono a questa usanza terribile e di portare il problema al centro dell’attenzione internazionale.
Sono loro a chiedere che il mondo intero si faccia portavoce di questa causa, mettendo pressione sulle istituzioni africane e sui governi perché adottino politiche rigorose e sostenibili contro la mgf.
Gli attivisti chiedono al Presidente e alle istituzioni di fare il passo decisivo: vietare ufficialmente le mutilazioni genitali femminili, promuovendo campagne di educazione e supporto alle vittime.
Oggi, più che mai, si ha la possibilità di vincere questa sfida culturale e sociale, consapevoli che la lotta per le donne africane è anche una battaglia per i diritti umani, l’uguaglianza di genere e la dignità in tutto il mondo.
La decisione della Corte rappresenta una luce di speranza in un contesto spesso segnato da resistenze e sfide. La strada per l’eliminazione definitiva della mgf è ancora lunga e complessa, ma ogni passo avanti come quello compito dalla Repubblica Centrafricana apre nuovi orizzonti, un futuro in cui nessuna donna sarà più vittima di pratiche discriminatorie e violente.
Il mondo intero dovrebbe unirsi in un coro di solidarietà e impegno per sostenere le vittime e incoraggiare le istituzioni africane a fare della tutela dei diritti umani una priorità assoluta. Solo così si potrà sperare di vedere una generazione futura libera dalla crudeltà delle mutilazioni genitali femminili.

Annunci
Annunci
infibulazioneMutilazioni genitali femminiliRepubblica CentrafricanaSierra Leone

Esperta di questioni internazionali, africanista. È stata insignita per il suo lavoro di giornalista della Medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica.

Leggi anche
Torna su
No results found...