Tommy, sei arrivato in Italia con la tua famiglia dalla Nigeria quando avevi solo due anni. Come ricordi quei primi anni in Italia? Qual è stata l’esperienza che più ti ha segnato in quel periodo?
Quei primi anni sono stati un mix di scoperte e difficoltà. Ero un bambino, quindi mi adattavo in fretta, ma allo stesso tempo percepivo le differenze tra me e i miei coetanei. La cosa che mi ha segnato di più è stata la sensazione di essere sempre un po’ fuori posto: in casa si parlava Yoruba, si mangiava cibo nigeriano, mentre fuori tutto era italiano. Crescendo ho capito che questa doppia identità era una ricchezza, ma da bambino era più complicato da gestire.
Sei cresciuto in una piccola città come Castiglione delle Stiviere, che non è certo un grande centro urbano. Come ti sei trovato a crescere in un contesto così diverso rispetto a quello che avresti trovato in Nigeria?
Castiglione è una realtà piccola, e quando ero piccolo io c’erano pochissime persone nere. Questo significava che a scuola o in giro mi sentivo sempre “l’altro”, quello da osservare, quello diverso. Allo stesso tempo, però, vivere lì mi ha insegnato ad adattarmi, a capire bene la mentalità italiana e a costruire la mia identità in modo unico. In un certo senso, crescere in un posto così piccolo mi ha spinto a voler raccontare di più la mia esperienza e quella di tanti ragazzi come me.
La tua identità di afroitaliano è un tema che permea molto della tua musica. Come definisci il concetto di “afroitalianità” e come hai vissuto il percorso di unire due culture così forti come quella italiana e quella nigeriana?
Per me, l’”afroitalianità” è la fusione tra due mondi, è il vivere quotidianamente due culture che spesso sembrano opposte ma che, in realtà, si influenzano a vicenda. È crescere con Fela Kuti e Jovanotti, mangiare pounded yam e pasta al pomodoro, parlare italiano fuori casa e Yoruba dentro casa. È anche dover lottare per essere riconosciuti come italiani, perché spesso veniamo percepiti come “altro”. Nella mia musica cerco sempre di raccontare questa realtà, di far capire che esiste un’Italia che è anche afro, che è nuova, vibrante e piena di storie da raccontare.
Quali sono i valori che porti con te dalla tua esperienza in Nigeria e come li trasmetti nella tua musica?
I valori più forti che mi porto dietro sono la resilienza, il senso di comunità e la spiritualità. I nigeriani sono persone che non si arrendono mai, che lavorano sodo per realizzare i propri sogni, e questa mentalità è qualcosa che mi ha sempre spinto a non mollare nella mia carriera musicale. Poi c’è il concetto di comunità: in Nigeria la famiglia e gli amici sono tutto, e questo si riflette molto nel modo in cui ho costruito il mio percorso con la mia crew e la mia gente. Infine, la spiritualità: anche se non mi definisco una persona super religiosa, so che la fede e la convinzione nei propri obiettivi sono fondamentali per arrivare lontano.
L’Italia ha una cultura musicale molto ricca e variegata. Come hai integrato le sonorità italiane con la tradizione afrobeat? Quali elementi della cultura italiana influenzano maggiormente la tua musica?
L’Italia ha una tradizione musicale incredibile, e io ho sempre cercato di trovare un punto d’incontro tra questo mondo e le sonorità afrobeats. Ho ascoltato tanta musica italiana crescendo, quindi certe melodie e certi modi di scrivere li ho assorbiti in modo naturale. Inoltre, l’italiano è una lingua musicale, e anche se spesso rappo in inglese o Yoruba, mi piace usare l’italiano per dare un tocco unico alle mie canzoni. L’elemento italiano che più mi influenza, però, è la narrazione: in Italia c’è una grande cultura del cantautorato, del racconto di storie, e io cerco sempre di portare questo approccio nei miei testi.
“Big Boy” rappresenta una nuova fase della tua carriera musicale? Cosa ti ha ispirato a scrivere questo brano?
Sì, “Big Boy” è un punto di svolta per me. È un pezzo che celebra tutto quello che sono diventato in questi anni: un artista indipendente, un uomo sicuro di sé, uno che ha fatto tanto senza mai perdere la propria identità. Mi ha ispirato il mio percorso, il fatto che dopo dieci anni di musica sono ancora qui, più forte di prima. E poi, ovviamente, c’è anche il lato ironico: in Italia si parla poco di body positivity per gli uomini, e io volevo lanciare un messaggio chiaro: essere “big” non è un limite, è un tratto distintivo.
Parli spesso di identità e appartenenza. Pensi che la musica, e in particolare l’Afrobeats, possa contribuire a raccontare storie universali e far identificare le persone?
Assolutamente sì. La musica è uno strumento potentissimo per raccontare chi siamo e per far sentire le persone meno sole. L’Afrobeats, in particolare, è un genere che parla di energia, di gioia, di lotta, e queste emozioni sono universali. Anche chi non è afroitaliano può ritrovarsi nei miei testi, perché alla fine parlo di esperienze comuni: crescere con più culture, sentirsi fuori posto, cercare il proprio spazio nel mondo.
Dove vediamo Tommy Kuti nei prossimi anni, sia come artista che come persona?
Vedo un Tommy Kuti ancora più forte, più internazionale. Voglio portare la mia musica fuori dall’Italia, farmi conoscere nel panorama afrobeats mondiale. Allo stesso tempo, voglio continuare a essere un punto di riferimento per la mia community in Italia, dare spazio a nuove voci afroitaliane e raccontare sempre storie che fanno la differenza. E poi, chissà… magari un giorno mi vedrete anche in ruoli diversi, come produttore o imprenditore. Il futuro è pieno di possibilità!


