A poco più di un anno di distanza, il carcere chiude le vite di due uomini che avevano occupato posizioni di primo piano nell’apparato militare ruandese ed erano poi finiti insieme sul banco degli imputati. Nel marzo 2025 era morto in detenzione il generale di brigata in pensione Frank Rusagara. Ora è morto anche suo cognato Tom Byabagamba, 59 anni, ex capo della guardia presidenziale e, in precedenza, guardia del corpo personale del presidente Paul Kagame.
Byabagamba si trovava in carcere da dodici anni. La sua famiglia ha comunicato di non conoscere le cause della morte e ha denunciato di non aver potuto incontrarlo durante la lunga detenzione. Una conclusione che riporta l’attenzione su un caso giudiziario che, fin dall’inizio, aveva suscitato forti critiche da parte delle organizzazioni internazionali per i diritti umani.
La storia di Byabagamba è significativa anche per la distanza tra il ruolo che aveva ricoperto e il destino che lo ha atteso. Non era un oppositore proveniente dall’esterno del sistema politico ruandese: apparteneva al suo apparato di sicurezza e aveva lavorato a diretto contatto con Kagame. Proprio questa traiettoria, dalla protezione del presidente alla prigione, rende il suo caso emblematico delle tensioni maturate negli anni anche all’interno delle élite militari del Paese.
La rottura divenne evidente nel 2014, quando Byabagamba fu arrestato insieme a Rusagara, già generale di brigata e segretario generale del ministero della Difesa. Le autorità li accusarono, tra l’altro, di incitamento all’insurrezione e di avere danneggiato l’immagine del Paese e del governo attraverso dichiarazioni e critiche.
Nel 2016 l’Alta Corte militare condannò Byabagamba a 21 anni di reclusione e Rusagara a 20. In appello le pene furono ridotte a 15 anni. Byabagamba continuò a respingere le accuse, sostenendo che fossero state costruite contro di lui.
Ma il caso aveva ormai superato i confini del Ruanda. Human Rights Watch contestò la regolarità del processo, richiamando l’attenzione sulla credibilità di alcune testimonianze, sulle accuse di maltrattamenti e sulle condizioni della detenzione. Ancora più netta fu la valutazione del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria, che nel 2017 concluse che la privazione della libertà di Byabagamba, Rusagara e del coimputato François Kabayiza aveva carattere arbitrario e violava il diritto internazionale.
Il governo ruandese ha ripetutamente respinto le accuse secondo cui perseguiterebbe sistematicamente i propri oppositori. La questione resta tuttavia al centro delle valutazioni critiche formulate da organizzazioni per i diritti umani nei confronti di un sistema politico nel quale il potere di Kagame, presidente dal 2000 e figura dominante della storia ruandese successiva al genocidio del 1994, si accompagna da tempo alle denunce sulla limitazione dello spazio politico, della libertà di espressione e dell’attività delle voci dissenzienti.
La morte di Byabagamba acquista un peso ulteriore perché segue quella dell’uomo con cui aveva condiviso arresto, processo e condanna. Rusagara morì in carcere nel marzo 2025. Secondo quanto riferito all’epoca da Human Rights Watch, la famiglia non ascoltava la sua voce dal 2014; le autorità comunicarono successivamente che era malato di cancro.
Due uomini un tempo collocati ai vertici dell’apparato statale ruandese, dunque, sono morti in detenzione senza arrivare al termine delle rispettive pene. Il dato non basta, da solo, a spiegare le circostanze delle loro morti, ma rende inevitabile una domanda sulle condizioni della detenzione e, più in generale, sul rapporto tra potere, dissenso e libertà di espressione nel Ruanda contemporaneo.
Byabagamba lascia la moglie e due figli.


