Il dovere dello studio, il rispetto per un popolo imbavagliato
Affrontare oggi un’opera come La Russia e l’Occidente di Fëdor Tjutčev, riproposta nella recente edizione curata da Marco Filoni, filosofo politico, accademico e giornalista culturale italiano, per la Piccola Biblioteca Adelphi, richiede innanzitutto una netta operazione di igiene intellettuale. Bisogna muovere da un fermo principio: l’amore e il rispetto per l’immensa civiltà russa — per la sua letteratura, la sua musica, i suoi tormenti filosofici e la sua arte — rimangono indiscutibili. Rifiutare o boicottare lo studio dei testi originali russi a causa della brutale svolta imperialista contemporanea sarebbe un errore imperdonabile. Al contrario, esplorare queste materie è fondamentale proprio per comprendere l’architettura profonda di una grande nazione, oggi tragicamente governata da un regime che la imbavaglia, ne reprime i cittadini e ne manipola la memoria storicizzata. La cultura non va cancellata; va usata come uno strumento di analisi clinica per decodificare il presente.
Il paradosso dell’uno per cento: l’illusione ottocentesca
Nel cuore dei saggi politici di Tjutčev, scritti originariamente in francese a metà dell’Ottocento, emerge quello che il curatore definisce il paradosso della conoscenza asimmetrica: l’idea che mentre la Russia conosce l’Occidente nei minimi dettagli, l’Occidente ignora la Russia. Tuttavia, un esame critico del testo svela immediatamente la debolezza strutturale di questa tesi. L’intellettualità russa di cui parla l’autore (la cosiddetta intelligencija) rappresentava all’epoca una ristrettissima minoranza, inferiore all’1-2% della popolazione. Era un’élite di noblesse e burocrati che discuteva di filosofia hegeliana nei salotti di San Pietroburgo, mentre la stragrande maggioranza del Paese era composta da contadini analfabeti e servi della gleba, totalmente estranei a quelle dinamiche. Lo “sguardo russo sull’Europa” non era lo sguardo di un popolo, ma il monologo di una casta isolata, tormentata da un insanabile distacco dalla sua stessa base sociale.
L’asimmetria sociale della russia ottocentesca
Da una parte L’élite intellettuale (1-2%): Parla francese e tedesco, viaggia regolarmente in Europa, studia ossessivamente l’Occidente, elabora l’ideologia imperiale.
Dall’altra la massa popolare (98-99%): Totalmente analfabeta, condizione di servitù della gleba, legata a tradizioni medievali, estranea ai salotti urbani.
Ma perché questa arretratezza in Russia? Non basta dire a giustificazione che questo paese usciva da secoli di feudalesimo: anche il Giappone nello stesso periodo ne usciva. Allora qual è la differenza?
Entrambi i paesi nella seconda metà dell’Ottocento affrontarono il passaggio epocale dall’isolamento feudale alla modernità capitalista e industriale. Tuttavia, la gestione del capitale umano e delle riforme strutturali produssero due risultati antitetici. Il confronto evidenzia perché il modello giapponese fu vincente e, addirittura, culminò con il clamoroso shock globale della disastrosa e umiliante sconfitta della Russia nella guerra del 1904-1905 (una nazione che nega qualsiasi sconfitta, ma questa è un’altra storia).
- L’uscita dal feudalesimo: due riforme a confronto
- La Russia (1861): Lo zar Alessandro II abolisce la servitù della gleba. Fu una riforma calata dall’alto ma strutturalmente monca. I contadini, pur formalmente liberi, non ricevettero la terra in dono: dovettero pagarla allo Stato tramite pesantissimi “riscatti” pluridecennali. Di fatto, la massa rurale rimase legata alla terra, impoverita, indebitata e sottomessa al controllo oppressivo della comune agricola (mir). Il feudalesimo economico cambiò nome, ma non sostanza.
- Il Giappone (1868): Con la Restaurazione Meiji, il Giappone non si limitò ad abolire il sistema dei samurai, ma smantellò radicalmente le strutture feudali. La terra venne ridistribuita, fu introdotta la proprietà privata e una tassa fondiaria standardizzata in denaro. L’intera classe dirigente feudale venne riconvertita in burocrazia statale o in imprenditoria industriale.
- Il miracolo dell’alfabetizzazione. La differenza più impressionante risiede proprio nella gestione dell’istruzione di massa:
- Il Giappone e l’ossessione per il sapere: Già alla fine del periodo Edo (prima del 1868), il Giappone godeva di una rete capillare di scuole popolari di villaggio e di tempio (i terakoya). Il tasso di alfabetizzazione stimato era già tra i più alti al mondo (circa il 40-50% degli uomini). Con la riforma Meiji del 1872, l’istruzione primaria divenne obbligatoria e universale. A inizio Novecento, il Giappone aveva virtualmente azzerato l’analfabetismo generale, creando una popolazione operaia e militare capace di leggere manuali tecnici, mappe e ordini complessi.
- La Russia e la paura del popolo colto: In Russia l’istruzione rimase un privilegio d’élite. Il regime zarista diffidava profondamente dell’istruzione di massa, temendo che l’alfabetizzazione dei contadini potesse alimentare la diffusione di idee rivoluzionarie o sovversive. Al censimento imperiale del 1897, il tasso di alfabetizzazione in Russia era drammaticamente fermo al 21% complessivo (e sotto il 10% tra le donne delle campagne). La Russia scelse deliberatamente di mantenere la propria base sociale nell’oscurità intellettuale. Crogiolandosi sulle alte vette raggiunte dalla sua, giustamente celebrata, ma sparuta intellighenzia.
- La modernizzazione tecnologica e militare
- La flotta giapponese: Il Giappone comprese che per non essere colonizzato dall’Occidente doveva assimilarne la tecnologia. Adottò lo slogan Fukoku Kyōhei (“Arricchire il paese, rafforzare l’esercito”). Mandò i propri ingegneri a studiare nel Regno Unito per copiare i cantieri navali britannici e importò i migliori ufficiali per addestrare le ciurme. In trent’anni creò una marina moderna, coesa, tecnologica e guidata da criteri rigorosamente meritocratici.
- La flotta russa: La Russia varò imponenti navi corazzate, ma le fondamenta del sistema erano marce. La marina imperiale rifletteva le piaghe dello Stato zarista: corruzione sistemica, logistica inefficiente, promozioni basate sul sangue nobile o sul clientelismo anziché sul merito, e marinai di leva che in gran parte erano contadini analfabeti strappati alle campagne, incapaci di padroneggiare le sofisticate tecnologie delle moderne navi da guerra.
Il verdetto del 1905: Lo scontro di Tsushima. Il punto di arrivo di questa divergenza strutturale si consumò nella battaglia di Tsushima (maggio 1905). La flotta russa del Baltico, dopo una disastrosa odissea di otto mesi circumnavigando il globo, venne letteralmente annientata in poche ore dalla modernissima e disciplinata flotta giapponese dell’ammiraglio Togo.
La trappola del relativismo nei salotti televisivi
È esattamente in questo squilibrio sociale della Russia ottocentesca – che traspare dal libro di Tjutčev e che la Russia moderna non ha riequilibrato, se non parzialmente, e per certi versi acuito per ciò che riguarda la sua essenza imperialistica, – che si annida la trappola in cui cade oggi una specifica area del dibattito pubblico occidentale. Intellettuali come Massimo Cacciari (che firma la postfazione del libro), storicamente inclini a un’accondiscendenza filosofica verso il misticismo russo, o commentatori arroccati sulla linea editoriale di Marco Travaglio, utilizzano la scusa della “complessità culturale” per giustificare l’inaccettabile. Dietro la formula apparentemente pacifista che vorrebbe interrompere il sostegno all’Ucraina per non continuare a “combattere fino all’ultimo ucraino”, si nasconde un profondo cinismo geopolitico. Questi analisti pretendono di applicare il relativismo culturale a un’aggressione militare, elevando la visione imperiale russa a una “realtà parallela” dotata di pari dignità. Sostenere che l’Occidente debba fare un passo avanti per “comprendere” le ragioni di Mosca (come abbiamo sentito nell’intervista televisiva al curatore) significa, nei fatti, teorizzare che il diritto del più forte debba prevalere sulla sovranità dei popoli limitrofi, riducendo le nazioni aggredite a sacrificabili pedine di scambio.
Sotto la maschera: l’ipocrisia dei parvenu del Cremlino
Il cortocircuito definitivo tra la raffinata teologia politica dell’Ottocento e la realtà presente si compie quando si osserva la classe dirigente che oggi occupa le stanze del potere. Personaggi come Dmitrij Medvedev o Vladimir Putin non sono gli eredi spirituali di Tjutčev o Dostoevskij, ma parvenu della politica, figli del cinismo burocratico seguito al crollo sovietico.
L’ipocrisia dei loro profili biografici è clamorosa. Dmitrij Medvedev, oggi megafono della retorica anti-occidentale più violenta e grottesca, infarcita di minacce nucleari in diretta tv, è lo stesso uomo che in gioventù faceva il DJ, masticava rock duro d’importazione clandestina e, da Presidente, invitava i Deep Purple nella sua residenza. La sua odierna furia tradizionalista è solo una recita a uso interno per garantire la propria sopravvivenza politica.
Vladimir Putin si atteggia a sapiente padre bonario, dispensando lezioni di storia e religione d’accatto per legittimare i massacri. In realtà, la sua forma mentis è quella del funzionario di basso livello del KGB in un presidio periferico della Germania Est. La sua non cultura è la tecnica dei servizi segreti — manipolazione, sospetto, ricatto e dossieraggio — applicata alla geopolitica mondiale. Che cosa noi Occidente dovremmo imparare della loro “specificità russa”? Questo feticcio che loro sventolano non è una tradizione millenaria, ma un prodotto artificiale costruito per coprire il vuoto ideologico, nascondere la corruzione oligarchica e fabbricare un nemico esterno.
La smentita della realtà: la pervicacia di Kiev
La risposta più efficace e definitiva a queste retoriche non arriva dai salotti europei, ma dal terreno. Crolla la narrazione del “combattere fino all’ultimo ucraino” di fronte alla pervicace e autonoma determinazione del popolo ucraino, che sceglie ogni giorno di resistere strenuamente perché sa che la capitolazione significherebbe la cancellazione della propria esistenza e l’asservimento della loro patria. Non solo: l’Ucraina ha smesso di essere un mero recipiente di aiuti, sviluppando una leadership mondiale assoluta nell’innovazione tecnologica della guerra asimmetrica. Con i propri droni a lungo raggio prodotti internamente, Kiev è oggi in grado di colpire chirurgicamente i gangli economici e petroliferi dell’aggressore russo a migliaia di chilometri di distanza, interrompendo le sue catene di approvvigionamento.
Questa realtà pragmatica dimostra che non esistono, come afferma il curatore del libro di Tjutčev, “due democrazie parallele” o una “democratura” che noi ci ostiniamo a non voler comprendere. Esiste da una parte uno Stato di diritto che si difende e dall’altra un impero anacronistico che aggredisce. La speranza di un futuro diverso non risiede nel fare concessioni all’attuale leadership dei parvenu, ma nel guardare oltre: a quella gioventù russa che ci sta a cuore, oggi silente e impaurita dalla repressione, che rifiuta l’ambiguità dell’autocrazia e desidera la normalità democratica occidentale.
A chi spetta il vero “primo passo” per la ripresa del dialogo?
In definitiva, la recensione di questo volume non può che chiudersi riformulando radicalmente la domanda finale posta al curatore sul futuro dei rapporti tra Mosca e il continente europeo. Alla tesi secondo cui una ripresa dei contatti sarà possibile solo se l’Occidente farà “un passo avanti” nella disponibilità a comprendere la Russia, la storia presente impone di rispondere con un categorico rovesciamento di prospettiva.
Una ripresa del dialogo, un riavvicinamento autentico e la fine dell’isolamento saranno possibili a una sola, prescindibile condizione: che il primo passo sia compiuto interamente dalla Russia, attraverso il riconoscimento esplicito e doloroso dei propri errori, dei propri crimini e delle proprie derive imperialiste.
Chiedere all’Occidente di muoversi per primo significa legittimare la retorica del ricatto e della sopraffazione. Non è l’Europa a dover fare uno sforzo per comprendere la logica di chi invade; è la leadership russa che deve abbandonare le proprie finzioni ideologiche millenaristiche, ritirarsi dai territori occupati e accettare le regole della convivenza internazionale e del diritto. Solo quando Mosca farà questo passo indietro rispetto al proprio anacronistico espansionismo, e un passo avanti verso l’ammissione delle proprie responsabilità storiche, i canali del dialogo potranno essere ricostruiti su basi sane. Fino ad allora, l’unico dovere dell’Occidente è la fermezza, la difesa della libertà dei popoli aggrediti e lo studio appassionato e rigoroso – ma senza alcuna accondiscendenza – dei testi russi che, come quello di Tjutčev, spiegano l’origine del male che oggi siamo chiamati a contenere.
Chi era l’Autore?
Fyodor Ivanovich Tyutchev (1803–1873) rappresenta una delle figure più complesse e affascinanti del panorama culturale russo del diciannovesimo secolo. Noto in patria come uno dei massimi poeti lirici dell’Ottocento, secondo solo ad Aleksandr Puškin, Tyutchev visse e operò per oltre vent’anni come diplomatico di spicco nelle principali cancellerie europee, in particolare a Monaco di Baviera e Torino.

Questa lunga permanenza all’estero gli permise di assimilare la cultura occidentale, ma alimentò in lui, per contrasto, un fervente e radicale nazionalismo panslavista. Rientrato in Russia, divenne capo del comitato di censura straniera, trasformandosi nel portavoce ideologico dell’imperialismo zarista sotto Nicola I. La sua celebre massima, “La Russia non si può capire con la mente… in essa si può solo credere“, sintetizza quel mito dell’eccezionalismo russo che ancora oggi risuona nelle retoriche del Cremlino.


