Il 7 aprile 2025 ricorre il 31° anniversario del genocidio dei Tutsi in Rwanda, una delle più gravi tragedie del Novecento. In soli 100 giorni, tra aprile e luglio del 1994, furono massacrate tra 800.000 e un milione di persone, principalmente Tutsi, ma anche Hutu moderati che si opposero alla violenza. Il genocidio fu portato avanti dalla Guardia Presidenziale, dall’esercito governativo e dalle milizie estremiste Interahamwe e Impuzamugambi, alimentate da un feroce discorso d’odio e dalla propaganda della radio estremista RTLM, che incitava apertamente al massacro.
Il pretesto scatenante fu l’abbattimento, il 6 aprile 1994, dell’aereo presidenziale con a bordo Juvénal Habyarimana, presidente del Rwanda, e Cyprien Ntaryamira, presidente del Burundi, di ritorno da colloqui di pace. Il giorno successivo, il 7 aprile, iniziarono i massacri sistematici a Kigali, poi estesi a tutto il paese. Il genocidio fu il tragico epilogo di decenni di tensioni etniche e politiche, inasprite da ideologie razziste che negavano ai Tutsi il diritto di appartenere a quella terra.
L’orrore si consumò con armi rudimentali ma letali: fucili, machete, bastoni chiodati. Le immagini e i racconti dei sopravvissuti testimoniano la brutalità estrema di quelle settimane. La comunità internazionale, compresi gli organismi dell’ONU, assistette quasi inerme, senza riuscire a fermare il genocidio. Solo l’“Opération Turquoise”, una missione francese autorizzata dall’ONU, pose ufficialmente fine alle stragi il 15 luglio 1994, ma il suo ruolo è stato ed è tuttora oggetto di accesi dibattiti.
Il coinvolgimento della Francia nel genocidio è stato messo sotto accusa da tempo. Nel 2021, una commissione di storici presieduta da Vincent Duclert, incaricata dal governo francese, ha riconosciuto le «pesanti responsabilità» di Parigi, che sostenne per anni il regime di Habyarimana. Il presidente Emmanuel Macron, in un discorso a Kigali il 27 maggio 2021, ammise la colpa politica della Francia nel non aver “ascoltato né compreso” i segnali del genocidio imminente. La risposta del Rwanda, tramite il presidente Paul Kagame, fu positiva, definendo il rapporto storico «un passo importante verso la comprensione comune».
Il 7 aprile, il Rwanda osserva la giornata di Kwibuka – che in lingua kinyarwanda significa “ricordare”, ma anche “resistere” e “ricostruire”. Si tratta di un momento di raccoglimento collettivo, nel quale il popolo rwandese rievoca la memoria delle vittime e ritesse i legami distrutti dal genocidio. La commemorazione si svolge soprattutto presso il Memoriale di Gisozi a Kigali e attraverso la Marcia del Ricordo verso lo stadio Amahoro, dove i sopravvissuti condividono le loro storie. Il rito del Kwibuka è molto più che una cerimonia: è un percorso di elaborazione del trauma e di ricostruzione sociale e individuale, un pellegrinaggio che rinnova la connessione con le radici familiari e territoriali.
Kwibuka riguarda tutti, non solo il popolo rwandese. Come ha ricordato lo scrittore e musicista franco-rwandese Gaël Faye, «il genocidio comincia con le parole, nei media, nella cultura». Un genocidio non scoppia all’improvviso: è il risultato di un lungo processo di disumanizzazione. Faye ha dedicato al ricordo una struggente canzone intitolata proprio “Kwibuka”, che con versi poetici e commossi invita a non dimenticare, a vestire i sogni dei caduti, a trasformare il lutto in memoria viva.
Per approfondire, è ancora possibile vedere due importanti documentari che affrontano la tragedia del 1994: “Le génocide des Tutsis du Rwanda : Tuez-les tous!” di Raphaël Glucksmann, David Hazan e Pierre Mezerette, e “Rwanda, il silenzio delle parole”, realizzato dallo stesso Gaël Faye con Michael Sztanke.
Il 31° Kwibuka ci ricorda che la memoria non è solo un dovere morale, ma anche uno strumento politico di giustizia e prevenzione. Ricordare serve a custodire la dignità delle vittime, a disinnescare i germi dell’odio e a costruire un futuro che non ripeta le tragedie del passato.


