Il governo del Rwanda ha confermato di aver firmato un accordo con gli Stati Uniti per accogliere fino a 250 migranti deportati dal territorio americano, nell’ambito della linea dura adottata dall’amministrazione del presidente Donald Trump sull’immigrazione. L’intesa, siglata a Kigali a giugno, prevede che Washington possa proporre nominativi di persone da trasferire, sottoposti all’approvazione delle autorità rwandesi. Secondo la portavoce governativa Yolande Makolo, il Rwanda ha accettato anche in virtù della propria storia di spostamenti forzati e per la volontà di offrire ai nuovi arrivati formazione professionale, assistenza sanitaria e supporto abitativo, in un contesto economico in crescita.
La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato non hanno commentato, mentre il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha rinviato le domande al Dipartimento di Stato. La strategia di deportazione verso “Paesi terzi” – già applicata con destinazioni come Sud Sudan ed Eswatini – punta a rimuovere rapidamente anche individui con condanne penali o considerati pericolosi. I critici denunciano rischi per l’incolumità dei deportati, spesso inviati in Paesi dove non hanno legami, lingua o reti di supporto.
🚨🇷🇼🇺🇸 BREAKING: Rwanda says it will accept up to 250 migrants from the U.S. under a deal with the Trump administration.
This makes Rwanda the third African country to accept U.S. deportees
Source: BBC
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— RTSG News (@RTSG_News) August 9, 2025
Il Rwanda si è già proposto in passato come Paese di destinazione per migranti respinti da Stati occidentali, ma è stato accusato da organizzazioni per i diritti umani di violare libertà fondamentali. Nel 2022 aveva siglato un accordo con il Regno Unito per ricevere richiedenti asilo, poi annullato nel 2024 dal nuovo premier britannico Keir Starmer, senza che alcun trasferimento fosse mai avvenuto a causa di ricorsi legali. Sul piano giudiziario, la Corte Suprema statunitense a giugno ha autorizzato le deportazioni verso Paesi terzi senza verifica preventiva del rischio di persecuzione, ma la misura è ora contestata in un processo federale a Boston, che potrebbe tornare davanti alla stessa Corte.
Per approfondire:
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