Per molti anni il Sahel è stato raccontato quasi esclusivamente come una delle numerose aree di crisi del continente africano: una regione segnata dall’avanzata dei gruppi jihadisti, dalla fragilità degli Stati, dalla povertà cronica e dagli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici. Oggi questa lettura, pur non essendo sbagliata, appare insufficiente. Il Sahel è infatti diventato uno dei principali laboratori geopolitici del continente, un luogo in cui stanno prendendo forma nuovi rapporti di forza, nuove alleanze e nuove forme di esercizio del potere che superano ormai i confini dei singoli Stati.
Tra il 2020 e il 2023 Mali, Burkina Faso e Niger hanno conosciuto una rapida successione di colpi di Stato che ha modificato profondamente gli equilibri politici della regione. Le nuove leadership militari hanno costruito la propria legittimazione attorno a una promessa semplice ma estremamente efficace: restituire sicurezza alle popolazioni, riconquistare il controllo del territorio e liberare i rispettivi Paesi da un sistema di dipendenze politiche e militari che aveva come principale punto di riferimento la Francia. La nascita dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), la progressiva uscita dall’ECOWAS, il rafforzamento della cooperazione tra le tre giunte e la ricerca di nuovi partner internazionali hanno rappresentato le manifestazioni più evidenti di questa svolta.
Il consenso raccolto da questi governi non può essere compreso limitandosi alla sola dimensione militare. Esso affonda le proprie radici in un sentimento diffuso di delusione verso le classi dirigenti precedenti e, soprattutto, nella convinzione che oltre un decennio di cooperazione internazionale non sia riuscito a fermare l’espansione dei gruppi jihadisti. Per una parte significativa dell’opinione pubblica saheliana, la presenza militare francese, inizialmente accolta come una risposta necessaria all’emergenza, è progressivamente diventata il simbolo di una strategia incapace di produrre risultati duraturi e, al tempo stesso, della persistenza di un rapporto percepito come sbilanciato tra l’ex potenza coloniale e le sue ex colonie.
È in questo contesto che leader come Assimi Goïta in Mali, Abdourahamane Tiani in Niger e Ibrahim Traoré in Burkina Faso hanno saputo trasformare la retorica della sovranità nazionale in uno dei principali strumenti di costruzione del consenso. Il richiamo all’indipendenza, all’autodeterminazione e al recupero della dignità africana non rappresenta soltanto un esercizio propagandistico, ma intercetta un sentimento reale, alimentato da decenni di aspettative deluse e dalla percezione che la sicurezza promessa dagli interventi internazionali non si sia mai tradotta in una maggiore sicurezza nella vita quotidiana delle popolazioni.
La rottura con la Francia, l’allontanamento delle missioni occidentali e il rafforzamento delle relazioni con nuovi interlocutori, dalla Russia alla Turchia, si inseriscono dunque all’interno di una narrazione più ampia, nella quale la riconquista della piena sovranità viene presentata come la condizione indispensabile per affrontare le sfide della regione. Anche decisioni altamente simboliche, come il ritiro dalla Corte penale internazionale o la volontà di creare istituzioni comuni all’interno della Confederazione degli Stati del Sahel, rispondono alla medesima logica: quella di costruire un sistema politico e istituzionale percepito come meno dipendente dalle organizzazioni internazionali e dalle influenze occidentali.
Tuttavia, è proprio nel confronto tra questa narrazione e l’evoluzione della situazione sul terreno che emergono le principali contraddizioni del nuovo corso saheliano. Se la promessa fondamentale delle giunte era quella di riportare sicurezza e stabilità, il quadro degli ultimi anni restituisce invece una realtà molto più complessa. Gli attacchi dei gruppi affiliati allo Stato Islamico nel Grande Sahara (EIGS) e al Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM) continuano a colpire vaste aree del Mali, del Burkina Faso e del Niger; intere porzioni di territorio restano difficilmente controllabili dagli eserciti nazionali; le popolazioni civili continuano a essere intrappolate tra la violenza dei gruppi armati e le operazioni di controinsurrezione condotte dagli apparati statali.
Il punto, tuttavia, non consiste nello stabilire se le giunte abbiano “fallito” oppure no. Una simile conclusione sarebbe prematura e, soprattutto, troppo semplicistica per descrivere una regione in cui le crisi si alimentano reciprocamente da oltre un decennio. Più utile è osservare come il Sahel stia attraversando una fase di transizione nella quale il vecchio ordine regionale è ormai tramontato, mentre quello nuovo non è ancora riuscito a produrre istituzioni, strategie e strumenti capaci di modificare in modo sostanziale gli equilibri della guerra. È proprio questa condizione di passaggio, più che la semplice successione dei colpi di Stato o degli attacchi jihadisti, a rappresentare oggi la principale chiave di lettura della crisi saheliana.
La persistenza della violenza non dipende soltanto dalla capacità militare dei gruppi jihadisti, ma anche dalla natura stessa del territorio saheliano e dalla progressiva erosione delle istituzioni statali. Il Sahel non è un teatro di guerra convenzionale, nel quale due eserciti si confrontano lungo linee del fronte ben definite. È piuttosto uno spazio immenso, caratterizzato da confini estremamente porosi, da vaste aree scarsamente popolate, da reti commerciali transfrontaliere consolidate da secoli e da una presenza dello Stato che, ben prima dell’attuale stagione dei golpe, risultava già limitata in numerose regioni periferiche.
In questo contesto, il controllo del territorio non coincide necessariamente con l’occupazione militare. Significa garantire sicurezza lungo le piste commerciali, mantenere aperti i mercati rurali, assicurare il funzionamento delle scuole e dei centri sanitari, permettere agli allevatori di praticare la transumanza e agli agricoltori di raggiungere i campi senza il timore di imboscate o sequestri. È proprio questa dimensione quotidiana dell’autorità statale ad apparire oggi particolarmente fragile. In molte aree, i gruppi armati non sostituiscono completamente lo Stato, ma ne sfruttano le assenze, imponendo tassazioni informali, amministrando controversie locali, controllando gli spostamenti o negoziando direttamente con le comunità.
Questo fenomeno contribuisce anche a spiegare perché la superiorità militare, da sola, non riesca a produrre risultati decisivi. Ogni offensiva può costringere i gruppi jihadisti ad arretrare temporaneamente da una determinata zona, ma difficilmente elimina le condizioni che ne favoriscono il radicamento. Anzi, in alcuni casi le operazioni di controinsurrezione rischiano di aggravare ulteriormente la frattura tra popolazioni locali e autorità centrali. Organizzazioni internazionali e osservatori indipendenti hanno documentato, negli ultimi anni, episodi di violenza contro civili attribuiti anche alle forze governative e ai loro alleati, alimentando un circolo vizioso nel quale la ricerca della sicurezza produce nuove forme di insicurezza.
Si tratta di una dinamica che interessa, con intensità diverse, Mali, Burkina Faso e Niger. La risposta militare è diventata progressivamente il principale strumento di governo, mentre le amministrazioni civili hanno continuato a perdere capacità operativa proprio nelle aree più esposte alla violenza. Ne deriva un paradosso: gli Stati rafforzano il proprio apparato coercitivo ma, nello stesso tempo, faticano a ricostruire quella presenza amministrativa, economica e sociale che rappresenta il presupposto di qualsiasi stabilizzazione duratura.
Questa situazione rende anche più difficile valutare l’effettiva efficacia delle nuove alleanze internazionali. L’arrivo dell’Africa Corps, che ha progressivamente sostituito il Gruppo Wagner dopo la riorganizzazione della presenza russa nel continente, ha certamente modificato gli equilibri militari e la cooperazione con le giunte saheliane. Allo stesso modo, la crescente diversificazione dei partner strategici testimonia la volontà dei governi della regione di affrancarsi dall’esclusiva influenza occidentale. Tuttavia, almeno finora, questo cambiamento non sembra aver inciso in maniera determinante sull’andamento complessivo del conflitto. Cambiano gli interlocutori esterni, ma la frammentazione territoriale, la mobilità dei gruppi armati e la vulnerabilità delle comunità locali continuano a rappresentare i principali fattori di instabilità.
È proprio questa persistenza della crisi a produrre un secondo effetto, meno visibile ma forse ancora più significativo. Per molti anni il Sahel è stato considerato una cintura geografica relativamente distinta dagli Stati costieri dell’Africa occidentale. Oggi quella separazione appare sempre meno evidente. La guerra non rimane confinata entro i limiti amministrativi di Mali, Burkina Faso e Niger, ma tende a propagarsi attraverso gli spostamenti delle popolazioni, le reti economiche, le rotte del contrabbando e le stesse strategie dei gruppi armati, trasformando progressivamente l’intero spazio dell’Africa occidentale in un sistema sempre più interdipendente.
Da questo punto in avanti, infatti, la domanda non riguarda più soltanto il futuro dei tre Paesi governati dalle giunte militari. Riguarda la capacità dell’intera regione di impedire che l’instabilità del Sahel diventi la nuova normalità anche lungo le coste del Golfo di Guinea.
Questa progressiva regionalizzazione della crisi è probabilmente il fenomeno più importante degli ultimi anni e, al tempo stesso, uno dei meno compresi. Per lungo tempo gli osservatori hanno considerato il Sahel come una fascia relativamente separata dagli Stati costieri dell’Africa occidentale. Oggi questa distinzione geografica conserva un’utilità descrittiva, ma spiega sempre meno ciò che avviene sul terreno. La linea che separava il Sahel dal Golfo di Guinea sta infatti perdendo consistenza, sostituita da uno spazio nel quale persone, merci, gruppi armati e crisi umanitarie attraversano con crescente facilità confini che gli Stati faticano a controllare.
Il Benin rappresenta uno degli esempi più significativi di questa trasformazione. Per molti anni è stato considerato uno dei Paesi più stabili dell’Africa occidentale, relativamente al riparo dalle violenze che interessavano il Mali, il Burkina Faso e il Niger. Oggi quella posizione di apparente marginalità si sta progressivamente dissolvendo. Migliaia di persone in fuga dalle aree di conflitto attraversano il confine settentrionale, trovando ospitalità presso famiglie e comunità locali secondo un modello di accoglienza diffusa che ha finora evitato la creazione di grandi campi profughi.
Si tratta di una scelta che ha certamente favorito l’integrazione sociale dei rifugiati, ma che sta producendo una crescente pressione sulle risorse delle comunità ospitanti. Centri sanitari, scuole, disponibilità alimentari e servizi di base devono oggi rispondere ai bisogni di una popolazione in costante aumento, mentre le amministrazioni locali dispongono di risorse estremamente limitate. La solidarietà delle famiglie beninesi continua a rappresentare uno degli elementi più importanti della risposta umanitaria, ma nessuna solidarietà può sostituire indefinitamente politiche pubbliche adeguate e un sostegno internazionale proporzionato all’entità della crisi.
L’afflusso di rifugiati costituisce tuttavia soltanto uno degli indicatori di una trasformazione molto più ampia. Le stesse reti commerciali che per secoli hanno collegato il Sahel alle coste del Golfo di Guinea vengono oggi percorse anche da traffici illeciti, economie informali e gruppi armati che sfruttano la debolezza dei controlli frontalieri. Le piste lungo cui si muovono allevatori, commercianti e migranti coincidono spesso con quelle utilizzate per il contrabbando di carburante, armi, bestiame o minerali, rendendo sempre più difficile distinguere nettamente economia legale ed economia criminale.
Questa dimensione transfrontaliera emerge anche nelle scelte strategiche dei governi saheliani. Il recente trasporto del concentrato di uranio estratto nel nord del Niger verso il porto togolese di Lomé, attraverso il Burkina Faso, ha mostrato come la ridefinizione delle rotte commerciali risponda ormai tanto a esigenze economiche quanto a nuove logiche geopolitiche. La chiusura del corridoio tradizionale verso il Benin ha imposto la ricerca di itinerari alternativi, evidenziando quanto la stabilità dei Paesi costieri sia ormai strettamente connessa agli equilibri politici e militari del Sahel.
La medesima interdipendenza riguarda la sicurezza. Benin, Togo, Ghana e Costa d’Avorio hanno progressivamente rafforzato la presenza militare nelle rispettive regioni settentrionali, consapevoli che la distanza geografica non costituisce più una barriera sufficiente. Gli attacchi registrati negli ultimi anni nelle aree di frontiera hanno dimostrato come i gruppi jihadisti tendano a sfruttare gli spazi periferici, caratterizzati da una presenza statale limitata e da rapporti storicamente intensi tra comunità distribuite su entrambi i lati del confine.
La conseguenza più rilevante è forse un’altra. La crisi del Sahel non può più essere interpretata esclusivamente come un problema di sicurezza. Essa investe contemporaneamente la gestione delle migrazioni, la cooperazione regionale, il commercio, le infrastrutture, la salute pubblica, la sicurezza alimentare e persino la tenuta delle relazioni diplomatiche nell’intera Africa occidentale. Ogni nuovo attacco, ogni nuova chiusura di una frontiera, ogni modifica delle rotte commerciali produce effetti che si propagano ben oltre il luogo in cui l’evento si verifica.
È proprio questa rete di interdipendenze a rendere insufficiente una lettura esclusivamente militare della crisi. Il Sahel contemporaneo non è soltanto un campo di battaglia: è uno spazio nel quale si stanno ridefinendo contemporaneamente gli equilibri politici, economici e strategici dell’Africa occidentale. Comprendere questa trasformazione significa anche superare una rappresentazione che riduce la regione a una successione di attacchi jihadisti o di colpi di Stato. Dietro la cronaca quotidiana sta emergendo un cambiamento molto più profondo, destinato a influenzare gli assetti regionali per gli anni a venire.
Ma è proprio osservando questi nuovi equilibri che emerge il paradosso forse più significativo. Le giunte militari hanno costruito il proprio consenso rivendicando una piena riconquista della sovranità nazionale e denunciando la dipendenza dalle vecchie potenze coloniali. Eppure, mentre il Sahel prende progressivamente le distanze dall’ordine politico che aveva caratterizzato gli ultimi decenni, la regione appare sempre più inserita in una nuova rete di dipendenze militari, tecnologiche, economiche e logistiche, profondamente diversa dalla precedente ma non per questo meno complessa.
La vicenda del convoglio di uranio partito dalle miniere di Arlit e diretto verso il porto di Lomé attraverso Burkina Faso e Togo offre una rappresentazione efficace di questa trasformazione. Non si tratta soltanto del trasporto di una materia prima strategica, ma della ridefinizione di un’intera geografia economica e politica. La chiusura del tradizionale corridoio verso il Benin, le controversie internazionali sulla proprietà del minerale, la protezione garantita dall’Africa Corps e la ricerca di nuove vie di esportazione mostrano come il controllo delle risorse naturali sia diventato uno dei principali terreni sui quali si misura la nuova sovranità saheliana.
Lo stesso vale per un’infrastruttura apparentemente lontana dalle dinamiche del conflitto, come la rete satellitare Starlink. La possibilità per gruppi armati di comunicare attraverso sistemi difficilmente intercettabili ha modificato profondamente le modalità operative della guerra, ma ha anche evidenziato una contraddizione più generale. Stati che rivendicano con forza la propria autonomia politica e il diritto di sottrarsi alle influenze occidentali dipendono oggi, per una parte crescente delle comunicazioni strategiche, da un’infrastruttura privata sviluppata da un’impresa statunitense. È una dipendenza diversa da quella che per decenni ha caratterizzato i rapporti con la Francia, ma resta pur sempre una forma di dipendenza.
Lo stesso ragionamento potrebbe essere esteso alla sicurezza, alle infrastrutture, alle rotte commerciali e perfino alla cooperazione militare. L’allontanamento delle forze francesi e il rafforzamento delle relazioni con la Russia non hanno prodotto un sistema autosufficiente, bensì una diversa configurazione delle relazioni internazionali. Alle vecchie reti di influenza se ne stanno sostituendo altre, nelle quali convivono mercenari, imprese private, tecnologie satellitari, nuovi partner economici, corridoi logistici alternativi e una pluralità di attori che rende il quadro regionale ancora più articolato.
Per questa ragione, interpretare quanto sta accadendo nel Sahel esclusivamente attraverso la categoria dell’antagonismo tra Francia e Russia rischia di risultare riduttivo. La vera trasformazione riguarda il progressivo indebolimento dell’ordine regionale costruito negli ultimi decenni e la nascita di un sistema ancora incompiuto, nel quale gli Stati cercano nuovi margini di autonomia senza riuscire, almeno per il momento, a liberarsi dalle molteplici interdipendenze che caratterizzano il mondo contemporaneo.
Anche la crescente cooperazione tra Mali, Burkina Faso e Niger, dalla costituzione della Confederazione degli Stati del Sahel all’adozione di strumenti comuni in materia di difesa, giustizia e libera circolazione, deve essere letta in questa prospettiva. Non rappresenta soltanto una risposta contingente alle tensioni con l’ECOWAS o ai rapporti deteriorati con le potenze occidentali, ma il tentativo di costruire un diverso spazio politico regionale. Resta tuttavia da verificare se tale progetto riuscirà a consolidare istituzioni più efficaci oppure se finirà per rafforzare soprattutto gli apparati militari, lasciando irrisolte le profonde fragilità economiche e sociali che alimentano la crisi.
È forse questo il principale paradosso del Sahel contemporaneo. Le giunte militari sono salite al potere promettendo di ristabilire sicurezza, sovranità e controllo del territorio. Hanno certamente modificato gli equilibri geopolitici della regione, ridefinito le alleanze internazionali e messo in discussione assetti consolidati da decenni. Molto meno evidente appare, invece, la loro capacità di incidere sulle cause strutturali dell’instabilità: la debolezza delle istituzioni civili, la marginalizzazione delle periferie, la competizione per le risorse, gli effetti dei cambiamenti climatici, la crescita demografica e la persistente difficoltà dello Stato a garantire servizi, giustizia e opportunità economiche.
In questa prospettiva, il futuro del Sahel non dipenderà soltanto dall’esito delle operazioni militari contro i gruppi jihadisti o dall’evoluzione delle relazioni con le grandi potenze. Si giocherà soprattutto sulla capacità di ricostruire un rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini, restituendo allo Stato quella presenza quotidiana che non si misura soltanto nel numero dei soldati dispiegati, ma nella possibilità di garantire sicurezza, istruzione, sanità, mobilità e prospettive di vita. Finché questa ricostruzione non prenderà forma, il rischio è che la regione continui a oscillare tra vecchie e nuove dipendenze, tra promesse di emancipazione e persistenti condizioni di fragilità.
Il Sahel, in fondo, non rappresenta soltanto una delle principali aree di crisi del continente africano. È uno dei luoghi nei quali si osservano con maggiore chiarezza le tensioni che attraversano il sistema internazionale contemporaneo: il ridimensionamento delle influenze tradizionali, l’emergere di nuovi attori, la crescente centralità delle infrastrutture tecnologiche e delle risorse strategiche, la difficoltà degli Stati di esercitare un controllo effettivo sul proprio territorio. Per questo motivo, ciò che accade oggi tra il Sahara e il Golfo di Guinea riguarda molto più di una regione africana: costituisce uno dei laboratori nei quali si sta ridefinendo il significato stesso della sovranità nel XXI secolo.


