LAGOS- La stabilità geopolitica dell’Africa Occidentale sta vivendo uno dei momenti più critici dalla fondazione dell’ECOWAS, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale. La frattura tra il blocco regionale e l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), composta da Burkina Faso, Mali e Niger, non è più solo una questione diplomatica, ma una minaccia diretta alla sicurezza di tutto il continente. Ora la Nigeria, a margine della 56ª sessione del Consiglio di Mediazione e Sicurezza dell’ECOWAS, che si sta tenendo a Freetown, in Sierra Leone, ha lanciato un segnale forte attraverso l’Ambasciatore Sola Enikanolaiye, da poco nominato Ministro di Stato per gli Affari Esteri: è tempo di passare dall’imposizione di sanzioni a strategie di coinvolgimento innovative. Per anni, la risposta dell’ECOWAS ai colpi di Stato militari nel Sahel è stata caratterizzata da sanzioni economiche drastiche e minacce di intervento armato. L’obiettivo era quello di isolare le giunte golpiste e forzare il ritorno all’ordine costituzionale. Tuttavia, i risultati sono stati diametralmente opposti alle aspettative, perché le sanzioni hanno soprattutto impoverito e isolato le popolazioni locali, alimentando un forte sentimento anti-ECOWAS, percepita spesso come uno strumento delle ex potenze coloniali. Inoltre la creazione dell’AES e la dichiarazione di ritiro dal blocco regionale da parte di Mali, Burkina Faso e Niger hanno segnato una pericolosa rottura, anche a livello diplomatico, e i leader del Sahel hanno cercato nuove alleanze, in particolare con la Russia, spostando l’asse geopolitico dell’intera regione.
La Nigeria, attuale potenza regionale e motore economico dell’area, sembra aver compreso che l’irrigidimento dei rapporti è insostenibile. Il Ministro Enikanolaiye ha proposto una direzione diversa, basata sulla priorità alla lotta al terrorismo, alla pirateria e alla criminalità organizzata, riconoscendo che senza la cooperazione operativa con il Sahel, anche gli Stati costieri diventano vulnerabili, dunque il coordinamento delle forze armate dei diversi Paesi per gestire minacce che non rispettano i confini nazionali diventa la condizione necessaria per la sopravvivenza collettiva. Il terrorismo, così come le filiali di Al-Qaeda o dello Stato Islamico, opera in modo fluido tra Mali, Niger, Burkina Faso e le zone settentrionali di Nigeria, Benin e Togo. L’integrazione militare significa database condivisi e sistemi di allerta precoce, pattugliamenti congiunti e diritto di inseguimento (Hot Pursuit) nel territorio del Paese vicino per un tempo limitato o in zone specifiche, senza che questo sia visto come un atto di aggressione. La proposta nigeriana suggerisce inoltre che, laddove la diplomazia ufficiale tra governi è bloccata, bisogna agire attraverso canali trasversali, ad esempio coinvolgendo leader religiosi, comunità locali e parti della società civile. L’idea di Enikanolaiye è quella di un approccio che metta in secondo piano le divergenze sulla legittimità dei governi golpisti per concentrarsi sullo sviluppo economico e sulla pace. L’obiettivo è evitare che Paesi come la Guinea-Bissau seguano la strada del Sahel, scivolando nell’autoritarismo e nell’isolamento. La posta in gioco per l’Africa Occidentale è altissima. Un’ECOWAS indebolita non è in grado di gestire i flussi migratori, i corridoi commerciali e la crisi climatica che colpisce il Sahel. La posizione della Nigeria è dunque un invito ad una flessibilità che non deve essere scambiata per debolezza, ma per concretezza. La sfida per Abuja sarà ora quella di convincere gli altri Stati membri che un dialogo costruttivo con le giunte militari non significa legittimare la fine della democrazia, ma riconoscere che la stabilità regionale è il prerequisito fondamentale affinché la democrazia stessa possa, in futuro, rifiorire. Per le giunte di Mali, Burkina Faso e Niger, invece, l’uscita dall’ECOWAS è stata presentata come un atto di “liberazione” dal neo-colonialismo e dall’ingerenza di potenze esterne. Ad oggi, la loro posizione appare ancora molto rigida per ragioni di legittimazione interna, poiché la politica anti-ECOWAS è un pilastro del consenso interno e tornare sui propri passi significherebbe piegarsi nuovamente a un sistema considerato “corrotto”. Inoltre sono state stabilite alleanze alternative, accordi di difesa e cooperazione economica con paesi non occidentali, con la Russia, in particolare, ma anche con la Cina e con altri partner regionali. Questo fornisce loro una base di supporto che, sebbene non priva di rischi, rende l’ECOWAS meno “indispensabile” per la loro sopravvivenza politica immediata. Le recenti decisioni, come il ritiro di Mali, Burkina Faso e Niger dalla Corte Penale Internazionale nel 2025, indicano che le giunte si stanno ulteriormente allontanando dai quadri normativi internazionali in cui l’ECOWAS è integrata. Ma nonostante la retorica ostile, esistono segnali che indicano che l’AES non può più permettersi un isolamento totale dal blocco regionale. Il fallimento della cooperazione tra Stati sta lasciando campo libero ai gruppi terroristici (come JNIM,Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin, ovvero “Gruppo di supporto per l’Islam e i musulmani) e l’aumento degli attacchi nelle zone di confine di Benin, Togo, Nigeria, sta dimostrando che l’assenza di coordinamento è letale per tutti, inclusi i Paesi dell’AES. La pressione dell’Unione Africana, che spinge costantemente per il ricongiungimento, crea uno spazio diplomatico in cui le giunte possono sedersi al tavolo senza perdere la faccia, presentandolo come una “consultazione tra partner” piuttosto che una sottomissione alle regole dell’ECOWAS. La proposta di un “dialogo inclusivo” rappresenta forse l’ultima occasione per evitare che l’Africa Occidentale si divida in blocchi contrapposti. La posizione della Nigeria, che propone di “mantenere il dialogo” nonostante le provocazioni (come l’incidente aereo del dicembre 2025 in Burkina Faso), è un riconoscimento tattico: l’ECOWAS sa che una separazione netta e definitiva creerebbe un “buco nero” di sicurezza nel cuore dell’Africa, rendendo l’intero continente instabile. Se la Nigeria riuscirà a guidare l’ECOWAS verso questo approccio pragmatico, la regione potrebbe riuscire a stabilizzare i confini e a riprendere il cammino dell’integrazione. In caso contrario, il Sahel rischia di diventare una terra di nessuno, terreno di scontro tra interessi globali e incubatore di instabilità per decenni a venire.


