Nell’ampia regione francofona del Sahel, tanto la presa di potere da parte dei militari, col favore dei cittadini (come è avvenuto, ma non esclusivamente, in Mali nel 2020), quanto la violenza di campagne elettorali segnate da tentativi di estromissione dei candidati dell’opposizione, portatori di uno slancio inedito (si pensi agli eventi in Senegal del 2024), confermano una fragilità innegabile, che si connette in maniera complessa col legittimo desiderio di cambiamento delle nuove generazioni, animate da un afflato anti-occidentale.
In merito, il noto saggista Seidik Abba parla, per molti paesi africani, di «democrazie senza democratici», sottolineando così lo scarto tra norma istituzionale e pratica politica. Lamenta inoltre sia l’abbassarsi del livello nel dibattito pubblico, sia la marginalizzazione degli intellettuali. Questi ultimi, possibili figure di riferimento per i giovani, non emergono più in un paesaggio mediatico pletorico, contraddistinto «dal ruolo attivo d’influencers che dicono alla gente quello che vuol sentire… per esempio, che tutto è colpa del colonialismo, sino a presentare in maniera caricaturale il pensiero pan-africanista, ridotto a mera critica indirizzata contro Francia e USA. Tali attivisti ricorrono insomma alla facilità», a temi demagogici, senza approfondire le cause interne del mancato sviluppo d’intere aree (RFI, “Le débat africain”, 27-2-26).
Per analizzare, seppure sinteticamente, alcuni aspetti connessi all’ambizione, troppo spesso delusa, di elaborare vie originali (cioè lontane dal modello occidentale) verso quel progresso societale che i ragazzi invocano durante le manifestazioni di piazza, un quadro interessante è offerto dalle realtà del Mali e del Senegal, due stati limitrofi, entrambi ex colonie francesi, dalle vicende attuali però assai diverse.
Particolarmente ingarbugliata la situazione in Mali dove, dall’agosto 2020, domina la giunta del generale Assimi Goïta, con l’impegno di gestire una transizione (ormai senza scadenza certa) in grado di lottare contro il radicalismo islamico, di assicurare l’integrità del territorio rispetto a ogni ingerenza e di limitare la corruzione. Purtroppo, il bilancio è severo. Uscito dalla Cedeao nel 2025 insieme a Burkina Faso e Niger, suoi alleati strategici, il Mali affronta una crisi endemica, a dispetto di qualche successo.
Nel gennaio 2026 la corte di giustizia dell’Uemoa ha annullato le sanzioni finanziarie decise dalla Cedeao qualche anno fa in risposta al colpo di stato militare (acclamato, lo sottolineiamo, dai giovani). Inoltre, a febbraio, il Mali ha vinto il braccio di ferro contro la compagnia canadese Barrick Gold, che sfrutta una delle maggiori miniere d’oro del paese. Ha così ottenuto l’applicazione retroattiva del nuovo codice, che assicura allo stato sino al 35% degli interessi nei progetti minerari portati avanti con investitori stranieri (i proventi sull’oro rappresentano il 25% del budget nazionale). Il rimpasto governativo di poco successivo ha però confermato il desiderio della giunta di rimanere al centro della vita nazionale (dei 28 ministeri, ben 6 sono nelle mani di militari fedeli al generale-presidente Assimi Goïta), a costo di soffocare il dibattito pubblico o le voci discordanti.
Ma è soprattutto il fronte della guerra al terrorismo a preoccupare: il gruppo jihadista Jnim imperversa. Da un lato, ostacola gli approvvigionamenti di petrolio, bloccando i convogli di camion-cisterna provenienti dal Senegal, dall’altro, isola le zone lontane dalla capitale non disposte a versare la zakat (imposta musulmana) o a seguire la legge islamica. Ormai, s’invoca la necessità, per le autorità, di mediare: in marzo oltre un centinaio di presunti jihadisti in prigione sono stati liberati (in cambio di una tregua negli attacchi?) e negoziazioni discrete sono in corso con Washington per ottenere appoggi nel contrasto allo Jnim, senza pregiudicare al momento la presenza delle milizie russe nel paese. Delle problematicità acute testimonia l’assassinio, avvenuto nella turbolenta città di Tombouctou il 27 marzo, di un giovane leader comunitario, massacrato per strada. Come spiega il commentatore politico Alioune Diop sul sito afrik.com (30-3-26): «Questo modus operandi, ormai diffuso, riflette la strategia d’intimidazione adottata dai gruppi armati per consolidare la propria influenza e mettere a tacere gli attori ritenuti ostili alla loro causa».
Veniamo al caso del Senegal. A Dakar, Bassirou Diomaye Faye è stato eletto nel 2024 dopo mesi di proteste, represse dall’ex presidente Macky Sall, poco disposto a cedere il potere, nonostante fosse al termine del secondo mandato. La candidatura di Faye ha rappresentato, per altro, una soluzione di ripiego: il leader carismatico del suo partito, il Pastef (movimento vicino ai giovani e dal profilo patriottico), Ousmane Sonko, era escluso dalla sfida a seguito di una condanna per diffamazione. Appena eletto, Faye ha nominato Sonko primo ministro, con l’appoggio del Parlamento, dove il Pastef si è conquistato, nel novembre del 2024, i due terzi dei seggi. Il tandem Faye/Sonko ha funzionato senza screzi ma, di recente, l’equilibrio si è rivelato precario.
Le richieste degli studenti di ottenere gli arretrati sulle borse universitarie, non versate in concomitanza a lunghi mesi di chiusura dei campus, sono sfociate in rimostranze duramente soffocate dalla polizia, sino alla morte, nel febbraio 2026 a Dakar, di uno studente dell’Ucad (prima università dell’Africa francofona con migliaia d’iscritti). Una parte del governo ha preso le distanze e il ministro della Giustizia, in una conferenza-stampa, ha dichiarato: «Renderemo conto alla nazione. I colpevoli saranno perseguiti». In detto frangente, è apparso difficile, per Sonko, ignorare la voce dei giovani i quali, in passato, erano i suoi principali interlocutori e alcuni giornali hanno addirittura ventilato che intendesse dimettersi da capo di Gabinetto, marcando una rottura con Faye, forse – come ha scritto il politologo Adrien Poussou (lepoint.fr/afrique, 14-3-26) – «per dedicarsi a ciò che sa fare meglio: esercitare un’opposizione frontale».
Su un aspetto il presidente del Senegal e il suo primo ministro si sono invece ritrovati: il mantenimento di una promessa del Pastef relativa all’inasprire le punizioni contro l’omosessualità, pratica illegale. In marzo, il Parlamento, con 135 voti a favore e nessun contrario, ha modificato l’art. 319 del codice penale riguardante “gli atti contro natura”, portando le condanne da 5 a 10 anni di prigione, oltre a sanzioni pecuniarie. La questione dell’omosessualità costituisce in Senegal, come altrove, una sorta di porta-bandiera nella lotta contro “costumi occidentali” giudicati estranei al contesto africano; l’idea di fondo riguarda la salvaguardia dei valori autoctoni e di una rigida morale religiosa (musulmana o cristiana), da contrapporre alle mode imposte dall’esterno. Può bastare ciò a nuove generazioni che auspicano un deciso cambio di passo per evitare il ricorso alla tragica scelta della migrazione clandestina verso un’Europa che non li vuole e che loro non amano?


