Nel sud del Libano, lungo le strade della regione di Jezzine, il confine tra chi narra l’orrore e chi ne diventa vittima è annullato. In un contesto dove documentare non è più solo informare, ma tentare disperatamente di descrivere ciò che avviene e salvare la memoria collettiva, un attacco mirato di droni israeliani ha centrato un’auto civile, trasformando il racconto della guerra in un eccidio di reporter.
Intorno a mezzogiorno, ora locale, una violenta esplosione ha spezzato la vita di cinque persone, tra cui alcune delle firme più note dell’informazione regionale: Ali Shoeib, storico corrispondente di Al-Manar, emittente ritenuta affiliata a Hezbollah; il figlio di Shoeib, operatore cinematografico, che viaggiava col padre; Fatima Fatouni, reporter di Al-Mayadeen, e Mohammad Fatouni, videoreporter fratello di Fatima. I dettagli che filtrano dal campo aggiungono orrore all’orrore: dopo il primo impatto, Fatima Fatouni, ancora viva, era riuscita a trascinarsi fuori dalle lamiere, ferita e stordita. È stato proprio allora che un secondo colpo l’ha centrato, trasformando un possibile salvataggio in un’esecuzione deliberata. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno confermato l’uccisione di Ali Shoeib, definendolo un “terrorista” dell’unità d’élite Radwan di Hezbollah che avrebbe operato per anni “sotto le spoglie di un giornalista”. Secondo l’IDF, Shoeib utilizzava il suo ruolo per rivelare le posizioni dei soldati israeliani e diffondere propaganda. Tuttavia, non sono state fornite prove a sostegno di tali affermazioni militari, né sono stati rilasciati commenti.
Dall’altro lato, le autorità libanesi rigettano con forza queste accuse. Il Presidente Joseph Aoun ha definito l’attacco un “crimine sfacciato” e una violazione delle regole elementari del diritto internazionale contro i civili, mentre il Primo Ministro Nawaf Salam ha condannato su X la “flagrante violazione del diritto internazionale umanitario” e delle norme a protezione della stampa. L’uccisione di questi operatori dell’informazione non appare come un caso isolato, ma come parte di una sequenza drammatica volta a trasformare il Sud del Libano in una “zona cieca”. Il dramma si estende oltre il confine libanese, toccando pesantemente la Striscia di Gaza, dove si contano oltre 130 operatori dell’informazione uccisi dall’inizio del conflitto, anche recentemente: la giornalista Saadia Ahmed Madoukh è stata uccisa con la famiglia a Gaza, mentre la cronista Marwa El-Deery è stata colpita durante raid mirati nel nord della Striscia. Colpire chi racconta significa spegnere i riflettori su un conflitto che sta decimando chiunque provi a documentarlo, ignorare il simbolo “PRESS” su giubbotti e veicoli, significa declassare una vita umana a un semplice bersaglio e la protezione internazionale a una formalità inutile. Quando l’obiettivo di un giornalista viene spento da un missile, la narrazione della guerra resta nelle sole mani dei comandi militari. Colpire chi racconta significa, nei fatti, cancellare la possibilità di conoscere la verità. Non è solo un attacco alla stampa, è un attacco alla trasparenza del conflitto.
E intanto il bilancio di sangue nel Sud del Libano si è aggravato ulteriormente. Sabato 27, il Direttore Generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha confermato l’uccisione di nove paramedici e il ferimento di altri sette in cinque diversi attacchi contro il personale sanitario. Gli episodi sono avvenuti in cinque villaggi distinti,Tayr Debba, Houla, Sohmor, Khiam e Hanin, dove sono state colpite squadre mediche impegnate nei soccorsi. Secondo l’OMS, questi attacchi sistematici stanno smantellando il sistema sanitario della regione: 4 ospedali sono stati costretti a chiudere, 51 centri di assistenza primaria sono ormai fuori servizio e molte altre strutture operano a capacità ridotta, impossibilitate a garantire cure adeguate.
Questi attacchi, che colpiscono sia chi documenta sia chi cura, sembrano convergere verso un unico risultato: l’isolamento totale dell’area. Israele sembra ripetere un tragico copione già visto a Gaza: isolare il fronte, silenziare l’informazione, paralizzare i soccorsi. In questo scenario, la morte dei reporter e dei paramedici non è solo un bilancio di sangue, ma il segnale di una zona cieca dove tutto può accadere perché nessuno può più vederlo.


